#CiclogiroItalia2017 – 1/3 giugno: da Serra San Bruno a Scalea

Serra San Bruno ospita quasi 7000 abitanti a circa 790 m di quota e presenta l’aspetto tipico delle località di montagna: edifici dai tetti abbastanza spioventi, costruiti per buona parte in pietra, materiale impiegato anche nelle splendide facciate, di cui alcune barocche, delle numerose chiese, gli interni delle quali, riccamente rifiniti, ostentano una ragguardevole opulenza che contrasta con lo stile più sobrio che caratterizza il borgo. Le origini di Serra sono connesse con la fondazione della poco distante Certosa e dell’Eremo di Santa Maria, in quanto inizialmente fu dimora degli operai impiegati nella costruzione dei due istituti monastici, voluti da San Bruno di Colonia, monaco tedesco vissuto nell’XI secolo, fondatore dell’Ordine dei certosini.

Visito i luoghi di San Bruno adiacenti al paese, immersi in un territorio boschivo ricco di acque compreso nel parco naturale delle Serre, in cui le specie vegetali più diffuse sono il faggio, l’abete bianco (entrambe rare sugli Appennini a soli 800 m), il castagno e le conifere; le alte piante si elevano fino a 30 m, mentre alcuni esemplari sono addirittura secolari. Il bosco è molto fitto e vi regnano ombra, frescura, profumo di resina e silenzio, elementi che permettono di assaporare al meglio l’atmosfera dei luoghi, in particolare all’Eremo. È possibile scorgere ancora le tracce del terremoto del 1783, che danneggio’ gravemente le strutture, ricostruite dopo lunga attesa sul finire del XIX secolo; nella chiesa, invece, sono visibili le ossa dei compagni di Bruno e degli immediati successori. Consiglio di percorrere a piedi il sentiero di Frassati che congiunge la Certosa con l’Eremo, immerso nella semioscurita’ e nella pace, in quanto aiuta il visitatore ad entrare nella giusta condizione mentale e di spirito.

Dopo circa 3 ore riparto rigenerato e più sereno verso Simbario, grazioso borgo di pietra in cui le semplici case di uno o due piani, allineate sulla strada, fanno da contraltare ad una chiesa sopra la media. I paesi che attraverso si presentano puliti e ordinati, anche se sono purtroppo frequenti gli scheletri di edifici incompleti. Le persone a cui chiedo indicazioni, o che mi fermano incuriosite dal mio equipaggiamento, mi rivolgono rigorosamente del voi. Gli anziani addirittura si presentano, mi stringono la mano, offrendomi suggerimenti; le battute di spirito e anche qualche bonaria presa in giro chiariscono il temperamento focoso e scherzoso dei calabresi dell’entroterra. Naturalmente non tutti sono così ben disposti, come mi ha raccontato stamattina il titolare del bed & breakfast che, dopo decenni vissuti al nord, tornato in Calabria ha dovuto sopportare piccoli ma fastidiosi dispetti il cui scopo è limitare la sua libertà, ricordandogli “chi è che comanda”. Purtroppo in questa terra è ancora fortemente radicata la mentalità basata sul rapporto servo-padrone di cui i rapporti umani e gli atteggiamenti sono intrisi; tale aberrazione finisce inoltre per legittimare la mafia costituendone le solide fondamenta.

Ormai mi pare chiaro che suscito paura, se non proprio terrore, in buona parte degli animali. Un gruppo di cavalli, sorpreso dal mio repentino ingresso sulla scena all’uscita da una curva, si imbizzarrisce, si mette a correre e per un attimo temo che possa invadere la carreggiata. Un gatto fugge non appena mi vede, scavalca una recinzione e si nasconde sotto un’auto come se avesse scorto un demone. In genere, comunque, i felini mi studiano con occhi sgranati e rimangono immobili, pronti a correre ai ripari. In serata, dopo 90 km, giungo a Lamezia Terme.

La statale 18 è una scelta quasi obbligata per chi, come me, desidera fiancheggiare la costa ed evitare di procedere a zig zag fra incerte strade secondarie, ma è terribilmente noiosa e trafficata. Cielo parzialmente coperto, sole pallido che tenta invano di guadagnarsi uno spazio fra le nuvole basse, sensazione di caldo intenso esacerbata dell’umidità, afa fastidiosa e ventilazione ai minimi termini. Il paesaggio fortemente antropizzato si traduce in una teoria di moderni e anonimi condomini, alberghi, località turistiche, supermercati, svincoli e decadenti costruzioni in pietra, che costituiscono la parte migliore. Ho l’impressione di perdermi qualcosa, ma dovrei abbandonare questo nastro d’asfalto piatto e monotono e avvicinarmi a qualcuno di quei paesini aggrappati ognuno al proprio promontorio, o ancora avventurarmi sulle ripide alture che terminano alla mia destra, ma mi sento spossato e desidero solo guadagnare chilometri verso il nord. Bevo molta acqua, mi gusto una coca cola con ghiaccio e limone ed una spremuta d’arancia al bar di San Lucido, dove la cameriera mi racconta che qui si lavora pochi mesi l’anno e il resto è noia, trangugio mezzo litro di latte e mezzo chilo di ciliegie, succose e nutrienti. Termino infine i “sassolini” Amarelli acquistati a Serra, confetti morbidi di liquirizia che assomigliano a delle piccole pietre levigate. Sul finire della giornata, la meno emozionante fra tutte finora, quando mancano pochi chilometri a Scalea il cielo si apre un po’, l’afa si smorza e i colori caldi della sera illuminano i ruderi di Cirella, abbarbicati in cima ad una rupe, e più in lontananza le sagome dei monti dell’entroterra. 118 km.

Passo il 3 giugno a Scalea a svolgere prevalentemente operazioni di pulizia e manutenzione dell’equipaggiamento. Lavo le borse e la bicicletta, cambio i copertoni, lubrifico la catena, mi sincero delle condizioni delle pastiglie dei freni che scopro essere ottime. Faccio un po’ di bucato (lavo ogni sera, al termine della tappa, i vestiti da ciclista che indosso quindi oggi mi dedico solo a quelli “civili”) e un po’ di spesa. Riesco anche a riposare un’oretta e poi a passeggiare per il centro in pietra di Scalea, molto bello sulla cui sommità sopravvivono i ruderi di un castello. Chiacchiero una ventina di minuti con un quasi ottantenne che non mi vuole lasciare andare via e assaporo una buonissima coppa di gelato ai gusti di amarena, pistacchio e rum-torrone-cioccolato più panna al Caffè Ottocento, collocato in una accogliente piazzetta nel centro. Percorro una ventina di km a bici scarica, che dopo le cure scorre che è un piacere. Domani il viaggio compie un mese e il reset odierno gli ha donato il sapore di un nuovo inizio.

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#CiclogiroItalia2017 – 29/31 maggio: da Calatabiano (Catania) a Serra San Bruno (Vibo Valentia)

Taormina, appollaiata su una collina a 206 m di quota, meta dei Grand Tour da parte dei giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo, oggi rinomata e costosa destinazione turistica, ospita i resti di un teatro greco collocato in una posizione straordinariamente panoramica in cui lo sfondo è rappresentato, a seconda della direzione dello sguardo, dalla città, dal mare, dalle vicine alture oppure dall’Etna. Trascorro un’ora abbondante fra le rovine dove, con l’installazione di alcune strutture aggiuntive in legno, si tengono ancora oggi delle rappresentazioni teatrali.

La Sicilia spara le sue ultime cartucce proponendo una bella costa frastagliata che si dipana in un’alternanza di tratti rocciosi e spiagge invitanti fino a Messina, dove riesco ad imbarcarmi per la Calabria. La giornata sta volgendo al termine e i colori si accendono delle tinte calde del tramonto. Il tratto che percorro, denominato Costa Verde, mi fa innamorare istantaneamente della regione su cui sto facendo il mio ingresso, con i crinali che terminano in modo spettacolare direttamente sul mare, lasciando lo spazio a spiagge e spuntoni rocciosi, mentre la grande massa d’acqua è una tavola che riflette il rosso del sole calante; la piccola Scilla, un pugno di case spalmate su un promontorio, si gode gli ultimi raggi; regna ovunque una grande quiete mentre il fresco della sera avanza timidamente, quasi non osasse aggravare la mia spossatezza. Mi fermo a Bagnara Calabra dopo 88 km.

Lasciato il centro, apprezzo l’aria salubre, profumata e rinfrescata dai fitti boschi che ricoprono le montagne, che qui si interrompono bruscamente di fronte al pelago. Dall’alto ammiro i panorami spettacolari generati grazie a questa danza fra mare e monti, perfettamente armonizzata. Raggiunta una quota di circa 500 m, avanzo su un altopiano variopinto, limitato a sinistra dal mare a centinaia di metri più in basso e a destra dai monti dell’entroterra ammantati di verde scuro. Sole che brucia, colori nitidi, aria fine e fresca che riempie facilmente i polmoni e dai quali altrettanto velocemente ne è espulsa. Si sta che è una meraviglia, le gambe girano come le bielle di una locomotiva a vapore.

La successiva piana di Gioia Tauro invece, anche se rigogliosa, smorza il mio slancio con un caldo feroce cosicché quando riprende la salita, questa volta per Nicotera, mi rimangono poca grinta e, per fortuna, molta filosofia. Il panorama sulla pianura e sulla Costa Viola, comunque, compensa almeno in parte. Da qui si scorge ancora la punta nord orientale della Sicilia, avvolta in una foschia da cui emergono le cime più elevate. Quando giungo a Tropea attraverso mille, affaticanti oscillazioni del territorio mi scappa un sonoro e liberatorio “Ole’!!!”, urlato in mezzo alla strada, che decreta la fine delle fatiche per la giornata odierna. Il luogo è incantevole e la sua bellezza è esacerbata dal tramonto incendiato che si svolge in questa profumata sera di fine maggio. Un alto muraglione roccioso ospita il centro storico, mentre un piccolo scenografico promontorio divide la costa in due parti, di cui una è occupata da una deliziosa pineta. Osservate dal basso, le abitazioni costruite sulla sommità della roccia non presentano uno stile uniforme, ma sono composte da un crogiuolo di stratificazioni, ognuna corrispondente ad un piano e differente dall’altro per le soluzioni estetiche adottate: archi, balconcini, finestrelle, piccole porte, muri sbilenchi… 84 i km percorsi.

La scalata che comincia dalle acque trasparenti di Tropea e si sviluppa sui ripidi tornanti della provinciale 19 si caratterizza per la forte pendenza, resa ancora più ardua dalla potenza dei raggi del sole. Nel giro di pochi km, dunque, raggiungo una quota ragguardevole. In Calabria il passaggio dal clima costiero a quello montano si verifica con particolare rapidità con effetti evidenti sulla vegetazione, l’aria, perfino le abitazioni, in pietra e con i tetti più spioventi a pochi km dal mare ma ad un’ altitudine molto maggiore. È qui che avviene l’unione perfetta fra due realtà generalmente considerate opposte: mare e monti si incontrano, instaurano un dialogo impossibile, si mescolano contaminandosi a vicenda.

L’acrocoro spezza-gambe su cui pedalo si estende a perdita d’occhio, fra campi di grano ancora verdi, corsi d’acqua e casolari in pietra. Si sta bene, l’aria è fine e fresca, sembra di essere fra le Alpi, eppure tutto questo è in pieno Mediterraneo. Pedalo in direzione del Monte Poro, sfioro l’abitato di Spilinga, “città della ‘nduja” come recitano i cartelli, mi dirigo verso Francica superata la quale sprofondo fra estesi, antichi e suggestivi uliveti, prima di affrontare l’ultima impegnativa salita, quella per Serra San Bruno, nelle Serre, caratterizzata dai boschi fitti e bui, in confronto dei quali la Foresta Nera bavarese rappresenta un toponimo ingannevole o perlomeno esagerato. Data l’ora e il fresco della sera, pernotto in un bed & breakfast al Passo del Falco, 6 km prima di Serra, in un contesto montano, raggiunto dopo aver superato i centri di Soriano e Sorianello e aver infiammato la curiosità dei loro vivaci abitanti. 71 km.

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#CiclogiroItalia2017 – 26/28 maggio: da Gallina (Siracusa) a Calatabiano (Catania)

Dopo una ventina di km dalla partenza entro in Siracusa, di cui esploro Ortigia, il nucleo storico più antico, fondato da coloni corinzi nel 734 a.C., e costruito sull’omonima penisola. Ne percorro inizialmente il “periplo”, naturalmente via terra, per prenderne istintivamente le misure, invogliato dal panorama sul mare circostante; incontro poi il primo monumento della città, la Fonte Aretusa, una meravigliosa “vasca” naturale, sfogo di una falda e collocata svariati metri più in basso rispetto al livello della strada, dove crescono addirittura piante di papiro e nuotano numerosi pesci. Raggiungo la barocca piazza del Duomo, rinnovata dopo il terremoto del 1693, che viene definita una delle più belle piazze della Sicilia. Non stento a crederlo: di forma allungata, ospita la raffinata facciata del Duomo affiancata da palazzi ricchi di decorazioni; prevalgono le tonalità chiare che esaltano luminosità e dettagli. Il fianco visibile dell’edificio religioso ha un aspetto molto più antico e, osservandolo bene, riconosco un basamento a scalini decisamente segnato dal tempo e alcune colonne doriche inglobate nel muro della cattedrale: questa, infatti, è stata eretta sullo scheletro di un tempio greco, ma del resto l’intera piazza un tempo costituiva l’acropoli di Siracusa. 

È nei dettagli secondari che comunque apprezzo maggiormente Ortigia, perché svelano molto dello spirito del luogo e anche perché, per coglierli, mi allontano dagli itinerari più battuti dai turisti. La Via del Crocefisso, ad esempio, nel vecchio ghetto ebraico, la Giudecca, è una stradina letteralmente ricoperta di piante ornamentali; gli stretti vicoli che sembrano terminare direttamente sul mare, larghi a malapena due metri ma anche la metà per alcuni tratti, ombrosi e freschissimi, condizionatori naturali degli appartamenti che vi si affacciano, sono un richiamo irresistibile; i balconi con le ringhiere in ferro battuto, le mensole di sostegno barocche e la base che ricorda una conchiglia, ricoperti di fiori dai colori vivaci, ostentano e si fanno ammirare; i cortili interni, dove hanno dimora alberi anche secolari, inducono alla contemplazione e al silenzio. 

Il quartiere ottocentesco sulla terraferma, nelle immediate vicinanze di Ortigia, è piacevole ma molto più comune. Procedendo verso le aree più recenti, la magia svanisce del tutto ed è sostituita da un traffico caotico e incessante, di cui più che i fumi non sopporto i troppi decibel prodotti. Dovrò subire per molti km il rombo dei motori lungo la statale che, procedendo verso nord, affianca anche alcune grandi raffinerie e centrali elettriche che ammorbano l’aria con i prodotti della combustione. In serata mi sistemo a sud di Catania, dopo 81 km.

Il 27 maggio lo spendo interamente passeggiando per Catania, città fondata dai calcidesi nel 729 a.C. nel territorio compreso fra il mare e la pedemontana dell’Etna, profondamente mutata in seguito all’eruzione del vulcano nel 1669 e al terremoto del 1693, infine risorta con un centro barocco grazie alla supervisione degli architetti Giovanni Vaccarini e Stefano Ittar che la progettarono dotandola di ampie piazze e vie di dimensioni diverse. Il suo centro, Patrimonio UNESCO, esprime una ricca varietà, è frequentato, vivace, vissuto e goduto dai cittadini. Non è scintillante e, anzi, evoca trasandatezza, quasi incuria a volte eppure questo ne accresce il fascino. Catania è dotata di un forte carisma, ti ubriaca con il suo caos ma ti affascina con lo stile dei palazzi, la grandiosità e le linee sofisticate del Duomo e della piazza su cui si affaccia, i quartieri ottocenteschi pigri e sonnolenti specialmente nelle giornate estive ma pronti a cambiare pelle alla sera, quando i suoi abitanti, curati, profumati e ben vestiti, si riversano nelle strade e sfilano con sicura disinvoltura. Da segnalare il caratteristico mercato del pesce, il centro storico intatto costruito in buona parte con la roccia lavica prodotta dall’eruzione distruttiva già citata, le numerose chiese, i riusciti giochi prospettici, i freschi parchi cittadini e anche un anfiteatro greco di cui sopravvivono i resti in discrete condizioni.

Il giorno successivo pedalo per soli 51 km e raggiungo Calatabiano, dove monto la tenda. Nel pomeriggio, infatti, passa a prendermi un vecchio amico che si è trasferito in Sicilia da un po’ di anni e, insieme alla sua ragazza, andremo in auto a passeggiare per le viuzze di Castelmola, un piccolo e fresco borgo collocato su una rupe a ridosso della costa a 550 m, e Giardini Naxos, presso Capo Schiso’, fondata dai calcidesi nel 734 a.C. e ritenuta il primo insediamento greco in Sicilia. Il piccolo golfo al tramonto è splendido, così come la vista che si ha da qui sull’Etna, la cui lava un tempo formò gli scogli scuri e porosi su cui si infrangono oggigiorno le onde.

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#CiclogiroItalia2017 – 23/25 maggio: da San Leone (Agrigento) a Gallina (Siracusa)

Dalla statale osservo per l’ultima volta i templi dorici color sabbia, figure immobili ormai fuori contesto perché attorno tutto è mutato nel frattempo, mentre il caldo è già avvertibile, accentuato dall’umidità in aumento. L’atmosfera tersa dei giorni passati è stata sostituita dalla foschia, che smorza i colori e rende meno netta la linea di separazione fra cielo e mare.

Per evitare due gallerie sulla 115, mi affido ai cartelli che segnalano come “itinerario ciclabile” la provinciale 4 che, nonostante la maggiore tortuosita’, si affianca alla prima consentendomi di superare i due ostacoli e rientrare sulla strada maestra subito dopo. Naturalmente più che itinerario per bici si rivela essere un “percorso avventura” per chi ama essere sorpreso e affrontare mille difficoltà, tra voragini, passati smottamenti e asfalto rabberciato, quando c’è. Eppure quanta bellezza esprime la natura circostante e che viste sul mare quando questo riesce a insinuarsi fra le pieghe dei rilievi! Se ciò che sta scritto sul cartello fosse vero, se ci si trovasse cioè su una infrastruttura reale e non immaginaria, il percorso risulterebbe fantastico, ma sprecare o mortificare occasioni sembra quasi una costante.

Adesso comprendo appieno perché, l’altro ieri, due ragazzi al bar mi hanno riferito che l’unica possibilità di viaggiare lungo la costa è fornita dalla statale 115: il resto è illusione e le cartine riportano tracciati fantasma. Tutti quei segmenti non dicono in che stato di completa aleatorieta’ si trovano le strade reali. Puoi tentare di seguirle, ma non c’è nulla di garantito, tutto è a tuo rischio e pericolo, specialmente se non conosci il territorio. 

L’ennesima prova è fornita dalla deviazione per il castello di Falconara, indicata da un altro cartello millantatore. Lo seguo e mi ritrovo in una piazzetta, il cui unico sbocco è una via mezza nascosta in lieve pendenza. Chiedo conferma al cameriere di un bar e lui si premura di comunicarmi che sì, la direzione è giusta, ma l’edificio non è visitabile. “Ci si può avvicinare, c’è la spiaggia, ma non si può entrare”. Ho come l’impressione che con questo avvertimento desideri risparmiarmi la delusione a cui andrei incontro e allo stesso tempo stia “proteggendo” il turista che ha davanti dal rischio di disinnamoramento verso questi luoghi. Mi sto convincendo del fatto che i locali siano in un certo modo consapevoli dello stato delle cose e se ne vergognino. Del castello, comunque, riuscirò a scattare qualche foto da una certa distanza approfittando della simpatica soluzione creativa messa a punto da qualcuno: una scala realizzata incidendo degli scalini sul tronco inclinato di un albero segato a metà altezza, eletto ufficialmente a “punto panoramico verso il castello”, come riportato sulla corteccia. 

Sulla piana abbacinante fra Licata e Gela, compresa fra brulli rilievi a nord e il mare Mediterraneo a sud, tinto oggi di un grigio-azzurro, predomina il giallo intenso dei campi riarsi dal sole. Prima e dopo la trascurabilissima Gela ospita grandi distese di serre dove vengono coltivati intensivamente pomodori, meloni, peperoni e chissà quali altri ortaggi. Il sugo già pronto con cui condisco la pasta, una volta sistematomi in un campeggio a Capo Braccetto, deserto e in posizione magnifica, circondato su tre lati dal mare, giunge proprio da quelle colture nei pressi di Vittoria, in provincia di Ragusa, e per essere un prodotto conservato si difende decisamente bene. 122km percorsi e una gomma forata.

Capo Braccetto è un lembo di terra che si insinua nel mare. Ieri sera, al tramonto, il proprietario del campeggio mi ha condotto sulla scogliera, la punta estrema del piccolo promontorio, per consentirmi di godere della vista e dell’atmosfera del luogo. Vicino alla spiaggetta sorgono i resti di una torre costiera di avvistamento utile, durante la dominazione aragonese, a rilevare la presenza dei turchi, in particolare il corsaro Barbarossa a servizio dell’impero ottomano.

Capo Secca, distante pochi km, è una località di mare molto piacevole al punto da essere stata scelta come l’abitazione del personaggio di fantasia del commissario Montalbano nella serie televisiva omonima, trasposizione dei romanzi dell’autore siciliano Andrea Camilleri. Nei pressi della casa ci sono anche una torre quadrangolare in pietra e, a qualche decina di metri, un faro bianco. Noto che i giardini delle case sono molto belli e curati, piccoli Eden dove corpo e spirito trovano vero ristoro dal caldo e dai pensieri, dove concedersi il tempo necessario ed essere in grado di creare l’opportunità affinché ciò si verifichi. Al nord ci neghiamo una simile esperienza, sempre di corsa e indaffarati, ma cerchiamo vanamente un po’ di svago nella pratica drogata dello shopping.

Da Santa Croce inizia una salita di pendenza moderata e costante verso la città di Ragusa, posta a 500 m di quota. I segni di degrado che ho riscontrato in provincia di Agrigento qui mancano quasi del tutto. Qualche piccola discarica c’è, ma la pavimentazione delle strade è valida e colgo più ordine e pulizia in generale. Pedalo affiancato da bei muretti a secco di colore grigio chiaro che delimitano campi adibiti alla produzione di foraggio o al pascolo. Queste sono le zone una volta controllate dalla vecchia aristocrazia, quella ritratta nella sua fase declinante ne “Il Gattopardo”, unica ma celeberrima opera di Tomasi di Lampedusa. E infatti, fra masserie di pietra chiara costruite nei poderi più estesi, spuntano antiche abitazioni nobiliari. Donnafugata, località in cui si svolgono i fatti narrati nel romanzo in cui sopravvive un castello, è a qualche chilometro di distanza ma non la visitero’.

Entro in Ragusa dal quartiere più moderno, in posizione più elevata sulla porzione rimanente di abitato. Rimango colpito dalla qualità delle nuove costruzioni, al passo con le soluzioni più recenti in cui, finalmente, pare che l’estetica e il messaggio che l’aspetto esterno di un edificio trasmettono alla comunità smettano di ricoprire valore nullo, di essere cioè alla mercé dei capricci degli architetti o subalterni alla pura funzionalità e vengano invece presi in maggiore e più seria considerazione. Il quartiere “intermedio”, quello che ospita la maggior parte della popolazione, è discreto, un po’ anonimo e dall’aria popolare, ma ospita la bella cattedrale barocca della città, negozi e alcuni palazzi di valore. Ragusa Ibla, invece, risorta per volontà dei nobili che la occupavano fino al 1693, anno in cui si verificò il devastante terremoto che distrusse quest’area collinare della Sicilia, è un gioiello di strade intricate in pietra, piazzette panoramiche, chiese e costruzioni barocche fra cui lo splendido duomo, dalla facciata convessa e la tinta color sabbia che tende al rosa a seconda dell’inclinazione dei raggi del sole.

Modica, ad una dozzina di km di discesa, è un’altra perla barocca che purtroppo non riesce a esprimere il meglio delle proprie potenzialità a causa del mediocre stato di conservazione di molti suoi edifici e del traffico grottesco che scorre nelle sue attraenti strade. Colpita da un devastante alluvione nel 1902, sprigiona fascino e atmosfera nonostante le pecche. Anche se le sue vie sono un parcheggio a cielo aperto, la disposizione degli edifici testimonia l’abilità prospettica e il gusto scenografico degli architetti che la ricostruirono dopo il sisma del 1693. Il centro di Scicli, poco a sud di Modica, è un salotto di gusto barocco e colori chiari. La piazza centrale pare un set cinematografico per l’eleganza e la leggerezza che esprime.

In serata trovo posto in un campeggio molto semplice e immerso nel verde, praticamente sul mare, all’estremità orientale del golfo su cui si affaccia la località di Marina di Modica. L’ideale per riposarsi dopo 85 intensi km.

Noto è probabilmente il più riuscito esempio di barocco siciliano nella zona dei Monti Iblei, altopiano montuoso che occupa la porzione sud orientale della Sicilia fra la provincia di Ragusa e Siracusa. La sua zona aulica lungo Corso Vittorio Emanuele è un’opera d’arte dalle tonalità comprese fra il giallo, il bianco ed il rosa e comprende la maestosa Cattedrale a cui si accede tramite un’ampia scalinata che domina la Piazza del Municipio. Passeggio fra gli edifici riccamente e sapientemente decorati, ammiro i giardini che ospitano statue, fontane, palme e una lavanda profumatissima, osservo come le prospettive e la collocazione di ogni elemento architettonico siano state studiate e realizzate da uomini sicuramente preparati sul piano tecnico, ma anche ispirati spiritualmente. Perché queste realizzazioni, accurate a livello estetico, non sono solo belle e non si limitavano ad incontrare i gusti del pubblico dell’epoca, ma riuscivano e riescono tuttora nello scopo di innalzare il sentire dell’osservatore. Scopo di una buona architettura è, a mio avviso, soprattutto questo. Dare senso e profondità, stimolare l’essere umano permettendogli di sperimentare una bellezza oggettiva sorretta da principi e continui studi. Questi centri storici, che purtroppo non siamo più in grado di costruire, a distanza di secoli godono ancora di rispetto e attenzione, seppur mediati da interessi economici. Potrebbe mai avvenire lo stesso con le periferie sedi di sequenze infinite di anonimi palazzi? E potrebbe accadere con i grattacieli, che invece di migliorare il sentire umano ne esaltano l’ansia di potenza attraverso la tecnica?

Il gran caldo e la stanchezza mi inducono a fermarmi a poco più di 20 km prima di Siracusa.

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#CiclogiroItalia2017 – 20/22 maggio: da Palermo a San Leone (Agrigento) e Valle dei Templi

In meno di un paio d’ore di visita non è possibile conoscere adeguatamente il centro di Palermo, tuttavia, camminando lungo Corso Vittorio Emanuele e nelle vie limitrofe, ho avuto modo di apprezzarne l’eleganza decadente, gli edifici signorili con i grandi portoni, le viste prospettiche in direzione del mare, la cattedrale in stile arabo-normanno ricca di merlature, decorazioni e con le cupole rivestite in maiolica. Senza tralasciare i bei giardini con le palme e i colori di fiori che profumano l’aria circostante. Il corso è pedonale e questo rende godibile il centro fino all’altezza di Porta Nuova, che per secoli è stata il punto di accesso principale dall’entroterra alla città. Non mancano tuttavia evidenti segnali di trascuratezza e addirittura la presenza di alcuni edifici sventrati dalle bombe della II Guerra Mondiale, ma il potenziale resta elevato.

Al di fuori di Porta Nuova, invece, regna il caos. Vi scorre un traffico magmatico, senza interruzioni, che occupa ogni spazio. Non è un fluire arrabbiato, o schizofrenico, come al nord, questo è un organismo lento, ipertrofico e alla lunga asfissiante. Mi arrampico lentamente sulle prime alture verso Altoforno, lasciandomi alle spalle l’inferno di lamiere, poi tocco gli 800 m di Poggio San Francesco. Lungo la strada è un tripudio di colori, fiori, conifere; notevole la vista verso il mare ormai lontano, con la grande città moderna che assedia la vecchia, entrambe avvolte da una leggera foschia. I palermitani, nonostante i gravi problemi, possono almeno apprezzare l’effetto depurativo che il mare esercita sull’aria che respirano.

Dalla quota raggiunta la strada si affaccia su un’ampia e verde vallata, quella in cui sorge, su un pendio, San Giuseppe Jato. Il panorama è semplicemente stupendo. Orti, frutteti, vigne ricoprono i declivi circondati dalle forme irregolari dei massicci rocciosi che si stagliano contro il cielo. Di uno di questi mi colpisce l’aspetto particolare che ricorda un uncino. Purtroppo rilevo la presenza delle prime discariche abusive.

Il panorama fra S.G. Jato e Camporeale migliora ulteriormente. Ormai l’orizzonte si è aperto in ogni direzione e i rilievi più elevati sono lontani. Occupano la scena colline di varia altezza e ondulazioni più o meno pronunciate, a cui le grandi colture, suddivise in lotti, donano l’aspetto di una scacchiera colorata: dal verde scuro al giallo passando per alcune tonalità intermedie, poi marrone, rosso scuro, il blu del cielo che si riflette nei laghetti ed infine il bianco delle carrarecce. I giochi di ombre e luce prodotti dalle nuvole incrementano lo spettro cromatico osservabile. Rispetto all’entroterra sardo, in cui la bellezza risiede nel suo essere selvaggio, incolto o adibito a pascolo, qui si ritrova anche nell’opera umana che, con notevole sapienza, ha trasformato in un paradiso dei luoghi già splendidi. 

Eppure, in mezzo a tanta grandiosità, si annunciano i primi e inaspettati segnali negativi. In ogni piazzola si accumula spazzatura. Scatto una foto emblematica in tal senso, in cui riprendo una distesa di rifiuti a bordo strada e l’eccezionale panorama descritto sullo sfondo. Il manto stradale, superata Camporeale, degenera in breve: smottamenti passati hanno prodotto dei veri e propri dislivelli, come scalini, sulla carreggiata e nello spazio fra le crepe crescono erba e arbusti; a tratti l’asfalto scompare e si è costretti a muoversi su sterrato disconnesso; improvvisi cartelli di strada interrotta, con indicazioni scritte anche a mano, impediscono l’avanzamento. Correggo più volte il mio percorso ma inizio a sentirmi chiuso in un labirinto che mi ha attirato con il proprio aspetto seducente e ora mi sta bloccando. La goccia che fa traboccare il vaso è rappresentata, però, dai cani. Ce ne sono troppi, sia nelle proprietà che fuori, questi ultimi randagi affamati che mi rincorrono in due occasioni e, alla terza, mi sbarrano la strada. Appena mi vedono si alzano in cinque o sei lanciandosi contro di me: ho appena il tempo di invertire il senso di marcia e fuggire. Decido dunque di percorrere la statale 624, l’unica via affidabile, una superstrada che collega Palermo con Sciacca che inizialmente ho scartato per il traffico. Mancano 35 km alla costa, è quasi deserta e ne approfitto. Esco a Menfi, con il tramonto in corso, le rocce tinte di rosa mentre avverto un leggero senso di tragica malinconia che, sono sicuro, è questo posto a trasmettermi. 129 km.

Da Menfi ad Agrigento l’unica via percorribile è la statale 115, perché le altre strade sono inaffidabili. Danneggiate, sporche o battute dai randagi, sono inadatte a chi non si muove sulle quattro ruote, adeguatamente isolato dentro l’abitacolo. Sciacca ha un discreto centro storico di origine medioevale ma la parte nuova consiste in troppi alti palazzi che andrebbero bene a Milano, non qui. Tuttavia si presenta curata e pulita, specialmente nel nucleo antico dove le strade tortuose mostrano una piacevole pavimentazione in pietra dalle tonalità chiare. 

Il contesto naturale continua ad essere notevole, con le colline che terminano in prossimità della costa, i colori caldi del Mediterraneo, alcuni laghi, corsi d’acqua e gole rocciose. Purtroppo i segni di degrado e di pessima amministrazione si intensificano. Ogni angolo appartato, ad esempio, è occupato da immondizia: le piazzole di sosta vanno fortissimo come discariche, ma anche i bordi della strada, le cavità naturali sono decisamente ambite. La spettacolare Scala dei Turchi, una parete di roccia calcarea bianchissima e formata da gradini naturali, è raggiungibile attraversando Realmonte e le sue strade sporche e disconnesse, oppure chiuse al transito, prive di adeguata segnaletica. Mi indica la via con la propria auto un gentile ragazzo locale, che si offre quando ormai ho quasi rinunciato. A Siculiana, se non ricordo male, incontro invece il primo viadotto incompleto. Ma non è niente rispetto a quello che sfregia la costa dopo Porto Empedocle, realizzato in gran parte e poi lasciato senza l’ultimo tratto di strada sopraelevata che condurrebbe alla galleria.

Giungo in campeggio a San Leone, in pratica la marina della moderna Agrigento, contrariato per quanto visto e vissuto, dopo 85 km. 

Il colle su cui ha prosperato Akgras, la prima Girgenti ( Agrigento) di origine ellenica, di cui sopravvivono delle rovine di templi in buono stato di conservazione all’interno del sito archeologico chiamato “Valle dei templi”, è superato in altezza da quello su cui si è sviluppata la “nuova” Agrigento. Questa è divenuta un ammasso informe di palazzi a 10 e più piani, costruiti su un rilievo neanche troppo stabile e che dal basso impressiona per la totale assenza di armonia. L’atmosfera che si respira alla Valle dei templi, che visito il 22 maggio, subisce un ridimensionamento quando, per ammirare un tempio o godere di una particolare prospettiva, lo sguardo incrocia quell’ammasso di parallelepipedi di cemento che incombe prepotente e sgraziato dall’alto, a pochi km in linea d’aria. Il sito archeologico, comunque, merita la nostra presenza sia per la qualità complessiva dei contenuti, sia per il panorama in direzione dei colli e del mare, a patto che si impari ad ignorare il “mostro” alle spalle…

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#CiclogiroItalia2017 – 18/19 maggio: da Pischinas a Cagliari

Iglesias, piazza del Municipio

(17 maggio: pausa fra le dune di Pischinas)

Il periodo di permanenza in Sardegna sta volgendo al termine non solo per una questione di chilometraggio residuo prima della partenza. Sono sull’isola dal 7 maggio e molto ho potuto apprezzare e vedere, ma sento che la mia attenzione si sta spostando progressivamente sulla meta successiva, la Sicilia. Qui si sta davvero bene e mi sono ambientato, ma viaggiare consiste nel muoversi e bisogna mantenersi aperti verso il nuovo che si incontrerà e soprattutto essere curiosi di scoprirlo.

Tappa sofferta quella del 18 maggio, consistita in gran parte in due salite lunghe e impegnative per un totale di 65 km. Nel primo caso, lasciato il campeggio a 2 km dal mare, ho recuperato quota percorrendo al contrario la ripida discesa affrontata l’altro ieri, consistente in uno sterrato nella parte finale che, oggi, mi costringe a scendere dal sellino e spingere per alcuni tratti a causa della perdita di aderenza sulla ruota posteriore. Quando raggiungo la statale 126, invece di svoltare a sinistra per Arbus, seguo a destra per Fluminimaggiore e Iglesias. Pedalo su un acrocoro fra pascoli sassosi frequentati da greggi di pecore e capre, fra querceti e le rovine decrepite di casolari e lentamente guadagno i 492 m del Passo Bidderdi.

La lunga discesa che mi attende segue da vicino il profilo dei rilievi risultando pertanto ricca di curve e offrendo prospettive differenti sulle grandiose e profonde valli che si svelano e sugli imponenti massicci. Entro nel Sulcis-Iglesiente, area geografica che, fino agli anni ’70, ha basato massicciamente la propria economia sulle attività estrattive minerarie. A Fluminimaggiore, ex paese di minatori collocato a fondovalle, fa molto caldo. Il centro ha un aspetto dimesso, ma si tenta di rivitalizzato attraverso i lavori di ripavimentazione in pietra della sede stradale, la realizzazione di murales e il ricorso a fiori dalle tinte vivaci posizionati in punti strategici.

Quando penso di aver visto tutto il meglio, la Sardegna mi stupisce ancora, nonostante vi sia già riuscita più volte. La valle in cui pedalo si restringe diventando una gola stretta e tortuosa. Sulla destra mi fiancheggia una parete verticale di rocce rossastre, a sinistra la rigogliosa vegetazione, al centro, oltre al nastro d’asfalto surriscaldato, scorre un rio di cui ascolto il suono lento e tenue delle acque. Inizia così la seconda scalata, con il caldo che lentamente si smorza per l’altitudine e per l’ombra gettata dai boschi sulla strada.

Iglesias è al di là, ma piu’ in basso, dei 549 m del Passo Genna Bogoi, con il suo grazioso centro storico spagnoleggiante, i saliscendi, i vicoli, le numerose chiese fra cui il Duomo, il Palazzo Vescovile con elementi neogotici e la vivace vita che vi si conduce. Per l’ultima notte in Sardegna mi regalo un’ottima cena in un ristorantino locale, seguita da una sosta in birreria dove il racconto del mio viaggio diventa in breve l’attrazione principale della serata per clienti e personale.

Prima la gente e ora anche il territorio sardo pare che non vogliano lasciarmi partire o tentino quantomeno di rallentarmi. Perché durante la tappa finale di altri 65 km, immaginata come una lunga discesa fra Iglesias e Cagliari, incontro ancora un rilievo, l’ultima grande ondulazione del territorio che, come una diga con l’acqua, prova a trattenermi nel suo grande bacino. Bella la campagna circostante che ammiro dall’alto, prima di “straripare” sulla pianura cagliaritana ed entrare finalmente in città.

Sviluppata attorno al colle dello storico quartiere Castello, Cagliari si estende fino al Golfo degli Angeli, dove ha sede il porto. L’impressione che ne traggo è ottima mentre cammino per le arterie pedonali o a traffico limitato e visito la parte più antica, in posizione più elevata sul resto e caratterizzata da una impronta spagnola. I palazzi signorili che si affacciano su fresche vie anguste, le antiche abitazioni che portano ancora i segni profondi dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, i numerosi luoghi di culto distribuiti nel tessuto urbano, gli scorci suggestivi e la vista dall’alto sul golfo mi lasciano particolarmente soddisfatto. La popolazione, infine, è gioviale e cortese, nonché spiritosa. 

Alle 19.30 il traghetto per Palermo salpa: nella stiva, in una stanzetta che odora di pesce e acqua di mare, trova posto per la notte la bicicletta, in compagnia di altre due anch’esse in assetto cicloturistico. La mia sistemazione, invece, consisterà in due poltroncine situate nell’ex internet point della nave, caduto per sempre in disuso a causa delle nuove tecnologie.

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#CiclogiroItalia2017 – 15/16 maggio: da Fordongianus a Pischinas

Fordongianus, inserita in un contesto paesaggistico pregevole, offre qualche elemento di interesse aggiuntivo come una cinquecentesca abitazione dell’aristocrazia aragonese caratterizzata da un bel porticato esterno sostenuto da sette colonne. La piana ondulata che percorro digrada in direzione del mare e diventa una tavola qualche chilometro prima di Oristano, antica capitale del Giudicato di Arborea, uno dei quattro regni indipendenti in cui si suddivideva la Sardegna durante il Medioevo.

Questa è la cittadina con il centro storico più piacevole incontrato fino ad ora in terra sarda e vanta la cattedrale più grande di tutta l’isola, sostituta di un tempio romano espanso nel XIII secolo con un transetto gotico, di cui rimangono il battistero ed una cappella, integrati nel corpo più recente edificato nel XVIII secolo. L’interno è riccamente decorato e l’atmosfera, complici il rispetto e la devozione che i luoghi di culto ricevono ancora in Sardegna, è solenne.

Lo stagno di Cabras, dal nome dell’omonima cittadina che vi si affaccia, riconoscibile a distanza dalla caratteristica cupola della chiesa, si estende per ben 2000 ettari rappresentando quindi l’ambiente palustre più importante dell’isola e uno dei principali d’Europa. Lo specchio d’acqua comunica con il mare attraverso canali naturali ed artificiali, ma la sua salinità si mantiene bassa. Visito l’interno di una torre di guardia sita a pochi metri dalla riva, che un tempo aveva funzioni di controllo e in seguito è stata utilizzata e rimaneggiata dai pescatori con l’aggiunta di una scala esterna in muratura. Nei 1100 anni trascorsi a partire dal 705 d.C. e fino al 1815, la Sardegna subì le incursioni dei temibili pirati saraceni, che facevano bottino di beni e di schiavi, come nessun’altra regione del Mediterraneo. Nel 1535 re Carlo V di Spagna attaccò il pirata Barbarossa a Tunisi costringendolo alla fuga ma costui nel 1546, dopo aver ricostruito la flotta, rase al suolo il villaggio di Uras. Poco meno di trent’anni dopo il capitano d’Iglesias, Marc Antoni Corias, stilò una relazione sul carente stato difensivo delle coste sarde e ciò promosse la costruzione delle “torri litoranee”, che potevano anche essere armate di cannoni. La popolazione, comunque, imparò a vivere lontana dal mare dal quale tanta sventura era venuta.

Mi inoltro nel territorio della penisola del Sinis fra estesi campi di grano giallo oro, che le raffiche di vento piegano disegnando onde. Le forme tondeggianti della Chiesa di San Giovanni in Sinis, risalente al VI secolo d.C., introducono il vicino sito archeologico di Tharros, contenente le rovine della città fenicia fondata intorno all’VIII secolo a.C., conquistata poi dai cartaginesi ed infine divenuta romana. La sua posizione era considerata strategica in quanto, collocata quasi all’estremità della penisola, dal centro urbano si aveva accesso ai due mari; questo fu però anche causa del suo abbandono (processo conclusosi nel 1071 d.C. con lo spostamento della sede episcopale a Oristano) da parte della popolazione che, impaurita dalle frequenti incursioni arabe, preferì migrare nell’entroterra. Il luogo in cui sorgeva Tharros è spettacolare, con mare blu intenso, spiagge attraenti e una torre litoranea sull’altura prospiciente il mare, ma delle rovine non rimane moltissimo, depauperate dopo secoli di abbandono e furti. Spiccano i resti delle terme, le lastre di basalto che costituivano la pavimentazione delle strade (posate in epoca romana) e la base di un tempio fenicio, che si è preservata in quanto scolpita direttamente nella roccia.

In serata campeggio a Torre Grande dopo 67 km.

Pedalo nel Campidano di Oristano, in un’area originariamente paludosa la cui bonifica è stata completata durante il ventennio fascista. L’ampio stagno affiancato dalla statale, dimora di varie specie di volatili fra cui figurano alcuni splendidi esemplari di aironi, è ciò che resta della zona acquitrinosa transformata dall’opera dell’uomo in un’ampia distesa agricola. L’Idrovora di Sassu, edificio solitario nel mezzo di questa sterminata campagna, è un piacevole esempio di stile razionalista. Arborea, città di fondazione mussoliniana, contraddice le mie aspettative negative presentando un’architettura ricercata. La chiesa che si affaccia sulla bella piazza centrale è in stile tirolese, il municipio sfoggia un Liberty; costeggia il canale di irrigazione una invitante passeggiata riparata dal traffico da un lungo filare di alberi.

Marceddi’ è disposta dove la pianura si interrompe e inizia il mare, alle estreme propaggini meridionali del Golfo di Oristano. Villaggio stagionale di pescatori, ha un’atmosfera da far west, case composte del solo pian terreno allineate lungo il piccolo e polveroso reticolo viario in terra battuta. Mi dirigo verso Guspini fra campi dorati e verdi pascoli che, con la catena montuosa sullo sfondo a protezione della Costa Verde dalle “incursioni” provenienti dall’interno, quelle rappresentate cioè dal turismo di massa e dalla cementificazione, offrono l’impressione di sostare in alta montagna, come sul tetto del mondo, in un ambiente naturale intatto e spazioso.

Da Guspini, dunque, mi arrampico su quella spina dorsale che mi costringerà a faticare non poco per riuscire ad attraversarla in senso longitudinale. Tocco i 384 m del Passo “Benna e Frangia”, poi è la volta di Arbus, l’ultimo baluardo di civiltà prima di tagliare di netto i ponti con il mondo e, seguendo le indicazioni per Ingurtosu, immergermi in un luogo senza tempo, in una natura selvaggia e magnifica. Gli ultimi raggi del sole illuminano questo vasto altopiano frastagliato; un pastore richiama un nutrito gregge di pecore con un vocalizzo composto da quattro “Eh!”, con il primo vocabolo enfatizzato e imperativo, gli altri tre a scendere, come in un’eco; inizio a inabissarmi, curva dopo curva, in questa stretta, ombrosa valle mentre un sole al tramonto accende l’atmosfera di rosso; noto dapprima alcuni edifici in rovina, poi altri, fino a ritrovarmi a fianco un villaggio abbandonato, un vecchio sito di estrazione mineraria, affascinante e misterioso, con quelle costruzioni in disfacimento retaggio di attività cessate per sempre; l’asfalto scompare, affronto lo sterrato, il silenzio è totale ed è quasi buio quando scorgo le lanterne collocate all’ingresso del campeggio, ma queste sarebbero potute essere anche le fiaccole di pirati famelici appena sbarcati sulla grande spiaggia della vicina Pischinas, oppure quelle dei minatori di ritorno nelle proprie case dopo il turno di lavoro. 99 km.

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