#CiclogiroItalia2017 – 9/10 giugno: da Gravina in Puglia a Matera

Dal bed and breakfast situato nel centro mi immetto senza difficoltà sul selciato di un’antica strada romana che conduce alla gravina, una faglia tellurica consistente in un solco profondo decine di metri, irregolare e molto largo. Il sito assume anche valore archeologico in quanto le grotte scavate nelle rocce lungo le pareti laterali furono usate come dimore primitive e perfino luoghi di culto. La ferrovia che passa nelle vicinanze costituirebbe un’ottima possibilità per un turismo ecologico, ma purtroppo il servizio è stato soppresso alcuni anni fa; il sedime e i binari sono ancora in ottime condizioni, così come la segnaletica, funzionante ed attiva, ma con i semafori perennemente accesi sul rosso. Si preferisce tutravia continuare a sostenere, con grande miopia e malafede, unicamente la mobilità privata e i suoi costi proibitivi in termini di manutenzione stradale, cure sanitarie e inquinamento. Appena più a valle si dispone l’area archeologica Padre Eterno, su cui si insediarono a partire dall”VIII secolo a.C. gli indigeni Pauceti, fusi prima con i Greci e successivamente con i Romani.

Dopo meno di una ventina di chilometri raggiungo Altamura, di cui apprezzo molto il compatto centro storico di origine medievale in cui la tinta prevalente è il bianco calce che esaspera la luminosità. La Cattedrale è splendida, così come l’area in cui è inserita e gli archi gotici che è possibile scorgere un po’ ovunque; a quanto risulta la Cattedrale fu l’unico edificio sacro voluto e fatto realizzare da Federico II di Svevia.

Termina così questa breve divagazione in terra pugliese, avvenuta nella provincia di Bari, e rientro in Basilicata. Matera non dista molto ma la statale è brutta, trafficata e alcune uscite in prossimità delle diverse zone della città sono chiuse a causa di alcuni smottamenti. Mi tocca allungare di qualche chilometro, evento che avrei volentieri evitato sotto il caldo afoso odierno, ma riesco comunque a sistemarmi in una masseria che offre anche servizi di campeggio, piuttosto vicina ai luoghi di interesse che intendo visitare, dopo appena 49 km.

Matera è difficilmente descrivibile perché totalmente al di fuori dai canoni. Spendo l’intera giornata del 10 giugno nella visita della città, che potrei definire anche insediamento preistorico, o ancora spettacolare parco naturale. Perché Matera è tutto questo, rappresenta l’anello di congiunzione fra l’essere umano cosiddetto “evoluto” e quello appartenente al neolitico, fra l’antropizzazione del territorio, fatta di costruzioni moderne e infrastrutture, e una natura scorbutica e insieme spettacolare. La parte antica della “città dei Sassi” è composta da tre rioni: i Sassi Barisano e Caveoso, che sorgono in due vallette a ridosso della profonda gola della Gravina di Matera che divide il territorio in due ed è attraversata dal torrente omonimo, e la Civita, collocata su uno sperone roccioso che separa i due Sassi, all’interno della quale sono costruite la Cattedrale e i palazzi nobiliari. 

I Sassi raccontano i diversi livelli di civilizzazione e antropizzazione che si sono succeduti nella storia, a partire dal neolitico, passando per la civiltà rupestre dei secoli  IX-XI, il periodo normanno svevo dei secoli XI-XIII , quello rinascimentale, quello barocco, per giungere infine agli anni Cinquanta del XX secolo, quando, in seguito alla presa di coscienza sulle pessime condizioni igienico-sanitarie a cui erano sottoposti gli abitanti, si dispose lo sfollamento con il trasferimento della maggior parte della popolazione, circa 15000 persone, in nuovi moderni quartieri. L’opera più determinante nell’attirare l’attenzione sul livello di degrado raggiunto fu “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi, pubblicata nel 1952, ma già nel 1948 Palmiro Togliatti prima ed Alcide De Gasperi poi, avevano sollevato la questione.

Visito per primo il Sasso Barisone, quello più sviluppato sotto il profilo architettonico, ancora abitato e sede di varie attività commerciali, solo successivamente il Caveoso, decisamente più primitivo. Nel primo l’evoluzione stratificata si traduce in una varietà costruttiva composta da camminamenti, scale, archi, gallerie, palazzi, ricche chiese ed una generale varietà; nel secondo ci si sente molto più vicini dall’età della pietra. Le numerose cavità tutt’ora presenti, sebbene sbarrate, permettono di farsi un’idea del tipo di abitazione in cui si viveva: poco più che grotte umidissime, scarne, con alcune nicchie per contenere poche suppellettili. In entrambi i casi gli scorci, dagli innumerevoli punti di osservazione, sono parecchio suggestivi e spesso ho avuto l’imbarazzo della scelta sul percorso da seguire, considerando le numerose varianti fornite dall’intreccio inestricabile di vie che si sviluppano anche in senso verticale. L’approccio migliore consiste dunque nel perdersi.

La posizione di Matera, se da un lato ne garantiva la sicurezza, dall’altro ha sempre reso difficoltoso l’approvvigionamento idrico, con il torrente che scorre 150 m più in basso. Sfruttando però la friabilità della roccia e la presenza di grotte naturali, gli abitanti hanno realizzato, con semplicità, destrezza ed efficienza, dei sistemi di canalizzazione delle acque condotte in una serie di cisterne e “palombari”. Con l’aiuto di una guida visito il Palombaro Lungo, la più grande riserva idrica della città posta sotto la centrale Piazza Vittorio, costruita unificando una serie di grotte sotterranee preesistenti e modellandone le pareti facendo assumere ad esse forme arrotondate capaci di smorzare la grande pressione dell’acqua. Profondo infatti 15 m e lungo 60, il Palombaro Lungo poteva contenere fino a ben 5 milioni di metri cubi d’acqua, alimentandosi per l’80% da fonti naturali e per il restante 20% con acqua piovana. Degno di nota è lo speciale intonaco, chiamato “coccio pesto”, che ha reso le pareti impermeabili e ancora oggi si presenta in eccellenti condizioni. Tale grandiosa opera è stata realizzata con la sola forza delle braccia a partire dal XVI secolo e nel 1991, quando è stata scoperta, era ancora colma d’acqua.

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#CiclogiroItalia2017 – 7/8 giugno: da Rionero in Vulture a Gravina in Puglia

Rionero è un borgo piacevole, danneggiato in più occasioni dai terremoti, gli ultimi dei quali si sono verificati nel 1968 e 1980, e pertanto rimaneggiato; tuttavia conserva evidenti i tratti caratteristici, come gli archi in pietra dei portoncini, i balconi in ferro battuto, le vie lastricate e soprattutto la pianta modellata su stradine e vicoli tortuosi. Una volta partito da lì, costeggio il monte Vulture e raggiungo la quota massima di 875 m; poi la strada si inabissa nel buio dei fittissimi boschi che incontro lungo la discesa verso i laghi di Monticchio, entrambi di origine vulcanica in quanto occupano il doppio cratere centrale del monte.

L’Abbazia di San Michele, bianco calce, emerge fra gli alti alberi in posizione elevata rispetto alla superficie del Lago Piccolo che, alimentato da alcune sorgenti, attraverso un ruscello riversa le proprie acque nella cavità del Lago Grande, pochi metri più in basso. Su entrambi attecchisce e cresce spontaneamente la ninfea, con le grandi foglie galleggianti trattenute sul fondo da uno stelo lungo fino a 4-5 metri. Fra i due specchi d’acqua si conservano le rovine del convento di Sant’Ippolito, sicuramente abitato dai monaci benedettini nei secoli XI e XII.

Avrei voluto montare la tenda nell’unico campeggio esistente, ma l’uomo a cui chiedo indicazioni mi comunica che la struttura è ancora chiusa. “Era meglio quando era gestito dal padre… se volete potete mettervi lì, fra gli alberi, dove parcheggiano con i camper i tedeschi e gli olandesi che come voi non hanno trovato un posto, oppure qui da me”. Possiede uno degli innumerevoli punti ristoro che si susseguono lungo le sponde. Cominciamo a parlare, è un fiume in piena. “Ci stanno lasciando soli, questo è un luogo meraviglioso ma non c’è ricettività adeguata, dobbiamo mandare via i turisti!”. Sarebbe utile restare uniti allora, gli faccio notare… “Macché! Qui le teste sono vecchie, si vive come al tempo dei feudatari, ognuno pensa al proprio orticello e per fare qualsiasi cosa devi essere amico di quello e di quell’altro! Io avevo un ristorante a Monaco di Baviera, andava molto bene, poi con il terremoto dell’80 sono dovuto tornare”. Manca la libertà, tutto è bloccato a causa dei “padroni” e le occasioni non possono essere colte. Peggio, quel che c’è va in rovina. Tra un discorso e l’altro, mi prepara la fuoriserie dei panini, prosciutto crudo-formaggio-melanzane sott’olio e pane fragrante e croccante. “Questo è un ottimo panino” annuncia fiero, mentre preleva dal frigo una bottiglia fresca di Aglianico, il vino che si produce da queste parti. Estasi culinaria, la fermezza che mi ha guidato fin qui vacilla. Lui riprende a parlare, ce l’ha con tutti. Ragiona bene e ad un certo punto gli racconto della situazione che ho trovato in Sicilia e dello stato di prostrazione e di mancanza di fiducia e rispetto di sé che ho riscontrato specialmente nei calabresi. “È la mentalità in cui nascono e crescono. Non sono liberi, sono schiavi. Tutto è sotto l’influenza mafiosa, il modello è quello, cresci così e liberarsene rimanendo qui è impossibile”. Anche le multinazionali svolgono un ruolo predatorio. “In Basilicata siamo solo seicentomila e abbiamo un territorio ricco di risorse: acque minerali, legno, petrolio, fauna, prodotti della terra, ma non è nostro, è tutto in mano loro”. Si finisce a parlare del posto. Lui ormai vive qui, anche d’inverno. “Quattro anni fa è sceso un metro di neve, sono arrivati da me, dove parliamo adesso, quattro lupi, che se fossero stati uomini mi avrebbero ammazzato. E invece loro, intelligentemente, hanno atteso che gli portassi del cibo, gliel’ho dato e sono andati via”. Gli brillano gli occhi. “Io faccio il bagno nel lago. D’inverno diventa rosso perché i metalli, il ferro, salgono in superficie”. È anche attraverso le parole di questo uomo robusto, schietto e un po’ rude che riesco a cogliere l’eccezionalita’ di questa terra. In effetti durante la stagione fredda il Lago Piccolo tende all’omotermia, le acque si rimescolano e questo probabilmente consente la diffusione dei minerali che raggiungono la superficie. Ci salutiamo con semplicità. Mentre costeggio il Lago Grande scorgo le strutture abbandonate ricoperte dai rovi: una piscina e un hotel. In Italia non solo non si va avanti, ma si riesce anche a retrocedere. Eppure, forse, almeno questo paradiso di silenzio e natura intatta così si salveranno.

Riparto in direzione di Monticchio Bagni e Foggianello, sto “circumnavigando” il Vulture da sud-ovest a nord-est in senso orario, fra vigne, ulivi ed estesi campi dorati di grano, fino ad incontrare Melfi, con un nucleo medioevale racchiuso all’interno della città muraria e la sagoma squadrata e massiccia del castello in cui soggiornava Federico II di Svevia. Dotato di personalità e cultura decisamente al di sopra della media dei regnanti, rappresentò forse l’unico caso, da queste parti, di un esercizio del potere non predatorio e infatti il suo mito continua a vivere fra la popolazione. A lui sono dovute le Costituzioni di Melfi emanate nel 1231, un codice unico di leggi per l’intero Regno di Sicilia, il cui intento era definire uno Stato coerente che non prevedeva solo gli obblighi dei sudditi verso il governo, ma anche il contrario: una novità assoluta. Melfi è un intreccio medievale composto da vicoli e stradine, con la cattedrale dalla facciata barocca e l’alto campanile, i saliscendi, le botteghe, case basse, semplici oppure nobiliari. Si respira forse un’atmosfera un po’ dimessa, i sorrisi non sono del tutto aperti e le auto, del tutto fuori luogo almeno nel nucleo storico, rischiano di saturare lo spazio, già esiguo, sottraendolo alla socialità. Km 37.

Il paesaggio fra Melfi e Venosa muta ancora. Credevo di aver raggiunto l’apice della bellezza ma mi sbagliavo. Le atmosfere montane dei dintorni del Vulture si addolciscono e cedono il passo a meravigliose ondulazioni del territorio, fra campi coltivati, ruderi di antiche masserie, chiesette gotiche, boschi, corsi d’acqua, le tonalità vivaci dei fiori ai bordi della carreggiata, l’orizzonte che si allontana e tende all’infinito, il vento che spazza le nuvole e lo spirito, il cielo che sembra a portata di mano. Venosa, poi, è un gioiellino. Più allegra di Melfi, più compatta e bella. Nel punto di confluenza dei due valloni che delimitano l’altopiano su cui sorge, chiamati Ruscello e Reale, e che, occupato dalla Cattedrale, costituiva l’anello debole della struttura difensiva della città, nel 1470 fu edificato il castello, mentre la chiesa fu ricostruita all’estremità opposta della città. La zona adiacente alla fortezza assunse già allora la forma attuale con il portico semicircolare e le botteghe retrostanti. Dopo aver visitato la semplice casa in pietra di Orazio, il poeta latino nato qui nel 65 a.C. e del quale sono affissi lungo le strade i versi in gran copia, pranzo con una pizza proprio sotto quei portici ed entro in contatto con la gente di Venosa, veramente gioviale, aperta e sorridente. Esprime con modi diretti e semplici, privi di artificiosita’ e per nulla banali, la gioia che deriva dall’assaporare la vita, attimo dopo attimo, proprio come cantava Orazio, occupandosi il meno possibile del futuro. C’è dell’arte in tutto ciò, nella capacità di vivere e di gustarsi pienamente il presente. Le mie impressioni sono confermate quando un uomo ammonisce bonariamente il giovane cameriere che serve ai tavoli dicendogli: “non lavorare troppo, che il lavoro fa male!”. Un cattivo consiglio, direbbero in molti del nord, assuefatti alla schiavitù, ma in tale affermazione risiede una sapienza antica. Gesù affermava lo stesso, ad esempio. Occupare le giornate lavorando, secondo me, porta al progressivo annientamento dell’individuo. Per non parlare della fretta: qui non esiste e mi sembra che le cose, fra le persone, vadano decisamente meglio. Il contrario della fretta non consiste semplicemente nell’agire con più calma per non stressarsi, ma implica soprattutto il concedersi l’opportunità preziosa di elaborare naturalmente ogni istante, di trarre da esso il più possibile e quindi di godersi il presente. La velocità comprime troppo l’esperienza, che diventa una sintesi priva di nessi, una serie di puntini, di flash, separati, mentre la lentezza restituisce la dimensione esatta delle cose e la pienezza dell’esperienza. La velocità e il troppo lavoro, quindi, ci inaridiscono perché costituiscono un nutrimento povero. Il meridionale, non correndo e lavorando di meno, ha preservato in sé una ricchezza che il settentrionale, semplificandosi, ha perduto.

Anche il mio viaggio, lo sento, si sta trasformando. È entrato in una dimensione spazio-temporale nuova. Non contano più allo stesso modo i chilometri percorsi in ogni tappa, il numero di attrazioni viste, l’organizzazione, ma il come sto vivendo tutto ciò. Ho meno controllo su tutto, il tempo si sta dilatando, quest’aria mi vizia, così come i cibi, le persone, i panorami, tutto induce alla calma, a godere del qui e dell’ora. 

Lasciata a malincuore Venosa, mi dirigo sull’altopiano carsico delle Murge pugliesi, in provincia di Bari. La temperatura è perfetta, si raggiungono a fatica i 30°C, con una ventilazione piacevolissima. Pedalo fra campi infiniti, dislivelli morbidi, un panorama di una bellezza struggente. Il tracciato della ferrovia a scartamento ridotto fiancheggia la provinciale deserta su cui avanzo, supera corsi d’acqua su spettacolari ponti ad arco, alterna curve e rettilinei, mentre le colline ricoperte di spighe si stagliano contro il cielo, puntellate di ruderi e antiche masserie. Non mi sembra neanche di essere in Italia, è un paesaggio lunare; il silenzio è assoluto. Gravina in Puglia mi attende con il suo centro bianco come calce, “metà gotico e metà arabo”, le costruzioni antichissime in tufo, l’eleganza del Duomo e di molti edifici ottocenteschi, le strade lucide in pietra che sembra ci abbia piovuto e che riflettono i colori ambientali. Illuminata da una luna piena che gioca a nascondersi dietro una nuvolaglia leggera e disomogenea, pare un presepe. 98 km.

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#CiclogiroItalia2017 – 4/6 giugno: da Scalea  a Rionero in Vulture

Praia a Mare è bella, con l’isola di Dino a pochi metri dalla spiaggia, i rilievi che degradano con uno scalino verso la costa, le ampie distese di sabbia grigia, i fondali limpidi, ma l’ingresso in Basilicata, procedendo in direzione di Maratea, è spettacolare. L’Appennino termina bruscamente sul Tirreno, tuffandosi direttamente nelle acque trasparenti senza concedere spazio alcuno alla spiaggia o alla pianura, con pareti inclinate di almeno 45 gradi e, in alcune circostanze, verticali. Solo roccia e vegetazione a contatto con un mare limpido e profondo, solcato da imbarcazioni private, l’unico mezzo per poter godere del panorama offerto da queste cale, insenature e piccoli golfi.

La statale 18, intanto, ha cambiato vocazione e da strada di scorrimento è diventata turistica. È attraversata da un traffico nettamente ridimensionato, si è ristretta, presenta molte più curve che ricalcano l’andamento movimentato della costa e allo stesso tempo garantiscono continue variazioni del punto di osservazione sul panorama, che migliora di chilometro in chilometro divenendo superlativo. Silenzio, caldo accentuato appena mitigato dalla brezza, effluvi prodotti dalla macchia mediterranea che “lavora” a pieno regime sotto questo sole potente, profumi che giungono dalle cucine e dai forni a legna, il sassoso fondale marino chiaramente visibile anche da lontano.

Proseguo fino a Sapri, in Campania, dove i monti, arretrando di qualche chilometro e in maniera più dolce, concedono spazio alla spiaggia. Da lì mi arrampico verso l’entroterra fino a Lagonegro, comune lucano a circa 700m di altitudine. 78 km.

La Basilicata, dopo l’eccellente antipasto costiero, mi accoglie fra i suoi monti, con salite lunghissime seguite da ripide discese e con panorami mozzafiato osservabili dalla sommità dei rilievi, nel punto in cui i boschi cedono il passo ad ampie praterie, gli spazi si aprono improvvisamente, lo sguardo può volgere all’orizzonte senza ostacoli e comprende in un unico colpo d’occhio paesini costruiti su pendenze impossibili, crinali spelacchiati, strette e profonde valli, corsi d’acqua, pascoli, dirupi. La verticalità è esasperata dalle pendenze tutt’altro che moderate, eppure su questi declivi scoscesi mucche, pecore e capre trascorrono l’esistenza a brucare, i trattori operano in condizioni limite per dissodare i pochi terreni sfruttabili e, nei punti più esposti al sole, si distende anche qualche vigna. Terra dura, aspra, nevosa e fredda d’inverno, che tempra uomini ed animali abituandoli al sacrificio. Per quanto mi riguarda, invece, stringo i denti eccome ma apprezzo il fresco dell’alta quota: in un continuo saliscendi, tocco i 1200 m, poi mi abbasso fino a Moliterno, 850, e continuo fino a circa 700. Grumento Nuova è disposta lungo un crinale sopra la mia testa, le case allineate come vasi di fiori su un balcone prospiciente al piccolo altopiano sottostante.

Mi muovo su un raro lembo di terreno piatto e coltivato, silenzioso, profumato di camomilla, di cui scorgo i fiori a pochi metri da me, e addirittura menta; atmosfera placida, tutto è immobile, anche il tempo sembra non scorrere perché le attività umane sono scarse. Ricomincia la scalata, infinita; giro attorno a Viggiano seguendo la 103 in Val d’Agri ed oltrepasso il Valico Lago Todaro, a 1047m, fra verdi pascoli ed erba alta battuta dal vento; grilli e cicale in sottofondo spezzano un silenzio surreale. E dopo tutta quella fatica sofferta sotto il sole, ecco il bosco, fittissimo, intricato, dall’aspetto primigenio, fresco, quasi freddo, un mantello spesso 30 metri che pullula di forme di vita, misterioso e un po’ inquietante. Prudenza in discesa, l’asfalto è rabberciato, i tornanti sdrucciolevoli; un volpino ai margini della carreggiata mi vede e fa dietrofront senza indugio; i canti degli uccelli provengono da ogni direzione e distanze diverse. Dopo alcuni chilometri si verifica un’apertura e mi ritrovo nella regione di Corleto Perticara, a 750 m, fra vigneti e uliveti. Il paese diede i natali a Carmine Senise, capo dei rivoltosi contro i borboni. 85 km percorsi.

Da Corleto mi tocca raggiungere i 1240 m del Valico di Sella Lata, immerso nella foresta regionale Lata, la cui ombra mi protegge dal caldo che, negli ultimi giorni, è diventato aggressivo. A 900 m incontro il paese di Laurenzana, con la sua “corona” di case di pietra che circonda completamente l’imponente rupe su cui sorge il castello feudale. Un abitante non troppo anziano, vedendomi scattare fotografie, mi dice: “Eh, portatele come reclamm a ‘stu paese!”. Nasce così una discussione sull’incuria e abbandono in cui versa gran parte del territorio italiano. L’emorragia di abitanti a Laurenzana ha fatto sì che il loro numero scendesse da oltre 5000 ad appena 1600-1700. “Vedete queste case, tutte chiuse stanno. È come se uno smettesse di lavarsi la faccia e farsi la barba, è finito”. Lapidario ma giusto.

Riparto e perdo quota, ma poi decollo nuovamente fiancheggiando dapprima il colle di Anzi e superando ancora una volta i 1200 m al Valico di Rifreddo, ancora fra boschi, praterie e panorami che si aprono sulle profonde valli sottostanti. Potenza, al termine dell’ennesima discesa, mi impressiona negativamente già da lontano per via degli enormi palazzi squadrati che dominano il suo profilo. Cerco di cogliere un nucleo storico per cui valga la pena visitarla, ma riconosco solo sgraziati parallelepipedi di cemento. Dovendo comunque attraversarne la periferia, entro in contatto con la sua caotica viabilità, progettata secondo criteri fallimentari che, di fatto, non funzionano. Svincoli, uscite, rotonde, sopraelevate in abbondanza costituiscono un groviglio inestricabile che, invece di aiutare l’automobilista, lo intrappolano. Mi muovo sul piccolo marciapiede che affianca quella che è di fatto un’autostrada urbana fra enormi edifici residenziali allineati a formare un imponente muro, ruderi in pietra di vecchie case, pecore al pascolo, vegetazione incolta e semafori. Potenza è stata distrutta più volte dai terremoti, l’ultimo dei quali si è verificato nel 1980, e dai bombardamenti aerei della Seconda Guerra Mondiale, ma la sua ricostruzione poteva e doveva essere affrontata molto meglio.

A nord del capoluogo il paesaggio inizia a cambiare: i rilievi si ammorbidiscono e le foreste si fanno più rade, ma è superata Lagopesole e il castello dove soggiornava Federico II di Svevia che subisce la mutazione più incisiva, trasformandosi in una meravigliosa campagna irregolarmente ondulata, incorniciata da alture ammantate di boschi e dalle forme sfumate, a vocazione prevalentemente agricola: sto entrando nel Vulture, zona su cui svetta l’omonimo monte, vulcano ormai inattivo, di cui sono sopravvissuti due crateri riempiti dalle acque dei laghi di Monticchio. Il quadro complessivo è di una bellezza sconcertante: all’orizzonte il sole ormai basso fa capolino fra imponenti ammassi nuvolosi, tingendo di rosa la terra e le sue gialle spighe; i colori pastello prevalenti si riscaldano mentre l’azzurro del cielo attraversa quel breve periodo fra la notte e il giorno in cui è più puro e intenso; le ombre ormai lunghe donano maggiore profondità al paesaggio e ai filari di alberi che fiancheggiano la strada. Gli ultimi chilometri che percorro prima di giungere a Rionero procedono a singhiozzo perché interrompo di frequente la pedalata per imprimere il più possibile nella mente e nella memoria della macchina fotografica lo spettacolo. 105 km.

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#CiclogiroItalia2017 – 1/3 giugno: da Serra San Bruno a Scalea

Serra San Bruno ospita quasi 7000 abitanti a circa 790 m di quota e presenta l’aspetto tipico delle località di montagna: edifici dai tetti abbastanza spioventi, costruiti per buona parte in pietra, materiale impiegato anche nelle splendide facciate, di cui alcune barocche, delle numerose chiese, gli interni delle quali, riccamente rifiniti, ostentano una ragguardevole opulenza che contrasta con lo stile più sobrio che caratterizza il borgo. Le origini di Serra sono connesse con la fondazione della poco distante Certosa e dell’Eremo di Santa Maria, in quanto inizialmente fu dimora degli operai impiegati nella costruzione dei due istituti monastici, voluti da San Bruno di Colonia, monaco tedesco vissuto nell’XI secolo, fondatore dell’Ordine dei certosini.

Visito i luoghi di San Bruno adiacenti al paese, immersi in un territorio boschivo ricco di acque compreso nel parco naturale delle Serre, in cui le specie vegetali più diffuse sono il faggio, l’abete bianco (entrambe rare sugli Appennini a soli 800 m), il castagno e le conifere; le alte piante si elevano fino a 30 m, mentre alcuni esemplari sono addirittura secolari. Il bosco è molto fitto e vi regnano ombra, frescura, profumo di resina e silenzio, elementi che permettono di assaporare al meglio l’atmosfera dei luoghi, in particolare all’Eremo. È possibile scorgere ancora le tracce del terremoto del 1783, che danneggio’ gravemente le strutture, ricostruite dopo lunga attesa sul finire del XIX secolo; nella chiesa, invece, sono visibili le ossa dei compagni di Bruno e degli immediati successori. Consiglio di percorrere a piedi il sentiero di Frassati che congiunge la Certosa con l’Eremo, immerso nella semioscurita’ e nella pace, in quanto aiuta il visitatore ad entrare nella giusta condizione mentale e di spirito.

Dopo circa 3 ore riparto rigenerato e più sereno verso Simbario, grazioso borgo di pietra in cui le semplici case di uno o due piani, allineate sulla strada, fanno da contraltare ad una chiesa sopra la media. I paesi che attraverso si presentano puliti e ordinati, anche se sono purtroppo frequenti gli scheletri di edifici incompleti. Le persone a cui chiedo indicazioni, o che mi fermano incuriosite dal mio equipaggiamento, mi rivolgono rigorosamente del voi. Gli anziani addirittura si presentano, mi stringono la mano, offrendomi suggerimenti; le battute di spirito e anche qualche bonaria presa in giro chiariscono il temperamento focoso e scherzoso dei calabresi dell’entroterra. Naturalmente non tutti sono così ben disposti, come mi ha raccontato stamattina il titolare del bed & breakfast che, dopo decenni vissuti al nord, tornato in Calabria ha dovuto sopportare piccoli ma fastidiosi dispetti il cui scopo è limitare la sua libertà, ricordandogli “chi è che comanda”. Purtroppo in questa terra è ancora fortemente radicata la mentalità basata sul rapporto servo-padrone di cui i rapporti umani e gli atteggiamenti sono intrisi; tale aberrazione finisce inoltre per legittimare la mafia costituendone le solide fondamenta.

Ormai mi pare chiaro che suscito paura, se non proprio terrore, in buona parte degli animali. Un gruppo di cavalli, sorpreso dal mio repentino ingresso sulla scena all’uscita da una curva, si imbizzarrisce, si mette a correre e per un attimo temo che possa invadere la carreggiata. Un gatto fugge non appena mi vede, scavalca una recinzione e si nasconde sotto un’auto come se avesse scorto un demone. In genere, comunque, i felini mi studiano con occhi sgranati e rimangono immobili, pronti a correre ai ripari. In serata, dopo 90 km, giungo a Lamezia Terme.

La statale 18 è una scelta quasi obbligata per chi, come me, desidera fiancheggiare la costa ed evitare di procedere a zig zag fra incerte strade secondarie, ma è terribilmente noiosa e trafficata. Cielo parzialmente coperto, sole pallido che tenta invano di guadagnarsi uno spazio fra le nuvole basse, sensazione di caldo intenso esacerbata dell’umidità, afa fastidiosa e ventilazione ai minimi termini. Il paesaggio fortemente antropizzato si traduce in una teoria di moderni e anonimi condomini, alberghi, località turistiche, supermercati, svincoli e decadenti costruzioni in pietra, che costituiscono la parte migliore. Ho l’impressione di perdermi qualcosa, ma dovrei abbandonare questo nastro d’asfalto piatto e monotono e avvicinarmi a qualcuno di quei paesini aggrappati ognuno al proprio promontorio, o ancora avventurarmi sulle ripide alture che terminano alla mia destra, ma mi sento spossato e desidero solo guadagnare chilometri verso il nord. Bevo molta acqua, mi gusto una coca cola con ghiaccio e limone ed una spremuta d’arancia al bar di San Lucido, dove la cameriera mi racconta che qui si lavora pochi mesi l’anno e il resto è noia, trangugio mezzo litro di latte e mezzo chilo di ciliegie, succose e nutrienti. Termino infine i “sassolini” Amarelli acquistati a Serra, confetti morbidi di liquirizia che assomigliano a delle piccole pietre levigate. Sul finire della giornata, la meno emozionante fra tutte finora, quando mancano pochi chilometri a Scalea il cielo si apre un po’, l’afa si smorza e i colori caldi della sera illuminano i ruderi di Cirella, abbarbicati in cima ad una rupe, e più in lontananza le sagome dei monti dell’entroterra. 118 km.

Passo il 3 giugno a Scalea a svolgere prevalentemente operazioni di pulizia e manutenzione dell’equipaggiamento. Lavo le borse e la bicicletta, cambio i copertoni, lubrifico la catena, mi sincero delle condizioni delle pastiglie dei freni che scopro essere ottime. Faccio un po’ di bucato (lavo ogni sera, al termine della tappa, i vestiti da ciclista che indosso quindi oggi mi dedico solo a quelli “civili”) e un po’ di spesa. Riesco anche a riposare un’oretta e poi a passeggiare per il centro in pietra di Scalea, molto bello sulla cui sommità sopravvivono i ruderi di un castello. Chiacchiero una ventina di minuti con un quasi ottantenne che non mi vuole lasciare andare via e assaporo una buonissima coppa di gelato ai gusti di amarena, pistacchio e rum-torrone-cioccolato più panna al Caffè Ottocento, collocato in una accogliente piazzetta nel centro. Percorro una ventina di km a bici scarica, che dopo le cure scorre che è un piacere. Domani il viaggio compie un mese e il reset odierno gli ha donato il sapore di un nuovo inizio.

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#CiclogiroItalia2017 – 29/31 maggio: da Calatabiano (Catania) a Serra San Bruno (Vibo Valentia)

Taormina, appollaiata su una collina a 206 m di quota, meta dei Grand Tour da parte dei giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo, oggi rinomata e costosa destinazione turistica, ospita i resti di un teatro greco collocato in una posizione straordinariamente panoramica in cui lo sfondo è rappresentato, a seconda della direzione dello sguardo, dalla città, dal mare, dalle vicine alture oppure dall’Etna. Trascorro un’ora abbondante fra le rovine dove, con l’installazione di alcune strutture aggiuntive in legno, si tengono ancora oggi delle rappresentazioni teatrali.

La Sicilia spara le sue ultime cartucce proponendo una bella costa frastagliata che si dipana in un’alternanza di tratti rocciosi e spiagge invitanti fino a Messina, dove riesco ad imbarcarmi per la Calabria. La giornata sta volgendo al termine e i colori si accendono delle tinte calde del tramonto. Il tratto che percorro, denominato Costa Verde, mi fa innamorare istantaneamente della regione su cui sto facendo il mio ingresso, con i crinali che terminano in modo spettacolare direttamente sul mare, lasciando lo spazio a spiagge e spuntoni rocciosi, mentre la grande massa d’acqua è una tavola che riflette il rosso del sole calante; la piccola Scilla, un pugno di case spalmate su un promontorio, si gode gli ultimi raggi; regna ovunque una grande quiete mentre il fresco della sera avanza timidamente, quasi non osasse aggravare la mia spossatezza. Mi fermo a Bagnara Calabra dopo 88 km.

Lasciato il centro, apprezzo l’aria salubre, profumata e rinfrescata dai fitti boschi che ricoprono le montagne, che qui si interrompono bruscamente di fronte al pelago. Dall’alto ammiro i panorami spettacolari generati grazie a questa danza fra mare e monti, perfettamente armonizzata. Raggiunta una quota di circa 500 m, avanzo su un altopiano variopinto, limitato a sinistra dal mare a centinaia di metri più in basso e a destra dai monti dell’entroterra ammantati di verde scuro. Sole che brucia, colori nitidi, aria fine e fresca che riempie facilmente i polmoni e dai quali altrettanto velocemente ne è espulsa. Si sta che è una meraviglia, le gambe girano come le bielle di una locomotiva a vapore.

La successiva piana di Gioia Tauro invece, anche se rigogliosa, smorza il mio slancio con un caldo feroce cosicché quando riprende la salita, questa volta per Nicotera, mi rimangono poca grinta e, per fortuna, molta filosofia. Il panorama sulla pianura e sulla Costa Viola, comunque, compensa almeno in parte. Da qui si scorge ancora la punta nord orientale della Sicilia, avvolta in una foschia da cui emergono le cime più elevate. Quando giungo a Tropea attraverso mille, affaticanti oscillazioni del territorio mi scappa un sonoro e liberatorio “Ole’!!!”, urlato in mezzo alla strada, che decreta la fine delle fatiche per la giornata odierna. Il luogo è incantevole e la sua bellezza è esacerbata dal tramonto incendiato che si svolge in questa profumata sera di fine maggio. Un alto muraglione roccioso ospita il centro storico, mentre un piccolo scenografico promontorio divide la costa in due parti, di cui una è occupata da una deliziosa pineta. Osservate dal basso, le abitazioni costruite sulla sommità della roccia non presentano uno stile uniforme, ma sono composte da un crogiuolo di stratificazioni, ognuna corrispondente ad un piano e differente dall’altro per le soluzioni estetiche adottate: archi, balconcini, finestrelle, piccole porte, muri sbilenchi… 84 i km percorsi.

La scalata che comincia dalle acque trasparenti di Tropea e si sviluppa sui ripidi tornanti della provinciale 19 si caratterizza per la forte pendenza, resa ancora più ardua dalla potenza dei raggi del sole. Nel giro di pochi km, dunque, raggiungo una quota ragguardevole. In Calabria il passaggio dal clima costiero a quello montano si verifica con particolare rapidità con effetti evidenti sulla vegetazione, l’aria, perfino le abitazioni, in pietra e con i tetti più spioventi a pochi km dal mare ma ad un’ altitudine molto maggiore. È qui che avviene l’unione perfetta fra due realtà generalmente considerate opposte: mare e monti si incontrano, instaurano un dialogo impossibile, si mescolano contaminandosi a vicenda.

L’acrocoro spezza-gambe su cui pedalo si estende a perdita d’occhio, fra campi di grano ancora verdi, corsi d’acqua e casolari in pietra. Si sta bene, l’aria è fine e fresca, sembra di essere fra le Alpi, eppure tutto questo è in pieno Mediterraneo. Pedalo in direzione del Monte Poro, sfioro l’abitato di Spilinga, “città della ‘nduja” come recitano i cartelli, mi dirigo verso Francica superata la quale sprofondo fra estesi, antichi e suggestivi uliveti, prima di affrontare l’ultima impegnativa salita, quella per Serra San Bruno, nelle Serre, caratterizzata dai boschi fitti e bui, in confronto dei quali la Foresta Nera bavarese rappresenta un toponimo ingannevole o perlomeno esagerato. Data l’ora e il fresco della sera, pernotto in un bed & breakfast al Passo del Falco, 6 km prima di Serra, in un contesto montano, raggiunto dopo aver superato i centri di Soriano e Sorianello e aver infiammato la curiosità dei loro vivaci abitanti. 71 km.

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#CiclogiroItalia2017 – 26/28 maggio: da Gallina (Siracusa) a Calatabiano (Catania)

Dopo una ventina di km dalla partenza entro in Siracusa, di cui esploro Ortigia, il nucleo storico più antico, fondato da coloni corinzi nel 734 a.C., e costruito sull’omonima penisola. Ne percorro inizialmente il “periplo”, naturalmente via terra, per prenderne istintivamente le misure, invogliato dal panorama sul mare circostante; incontro poi il primo monumento della città, la Fonte Aretusa, una meravigliosa “vasca” naturale, sfogo di una falda e collocata svariati metri più in basso rispetto al livello della strada, dove crescono addirittura piante di papiro e nuotano numerosi pesci. Raggiungo la barocca piazza del Duomo, rinnovata dopo il terremoto del 1693, che viene definita una delle più belle piazze della Sicilia. Non stento a crederlo: di forma allungata, ospita la raffinata facciata del Duomo affiancata da palazzi ricchi di decorazioni; prevalgono le tonalità chiare che esaltano luminosità e dettagli. Il fianco visibile dell’edificio religioso ha un aspetto molto più antico e, osservandolo bene, riconosco un basamento a scalini decisamente segnato dal tempo e alcune colonne doriche inglobate nel muro della cattedrale: questa, infatti, è stata eretta sullo scheletro di un tempio greco, ma del resto l’intera piazza un tempo costituiva l’acropoli di Siracusa. 

È nei dettagli secondari che comunque apprezzo maggiormente Ortigia, perché svelano molto dello spirito del luogo e anche perché, per coglierli, mi allontano dagli itinerari più battuti dai turisti. La Via del Crocefisso, ad esempio, nel vecchio ghetto ebraico, la Giudecca, è una stradina letteralmente ricoperta di piante ornamentali; gli stretti vicoli che sembrano terminare direttamente sul mare, larghi a malapena due metri ma anche la metà per alcuni tratti, ombrosi e freschissimi, condizionatori naturali degli appartamenti che vi si affacciano, sono un richiamo irresistibile; i balconi con le ringhiere in ferro battuto, le mensole di sostegno barocche e la base che ricorda una conchiglia, ricoperti di fiori dai colori vivaci, ostentano e si fanno ammirare; i cortili interni, dove hanno dimora alberi anche secolari, inducono alla contemplazione e al silenzio. 

Il quartiere ottocentesco sulla terraferma, nelle immediate vicinanze di Ortigia, è piacevole ma molto più comune. Procedendo verso le aree più recenti, la magia svanisce del tutto ed è sostituita da un traffico caotico e incessante, di cui più che i fumi non sopporto i troppi decibel prodotti. Dovrò subire per molti km il rombo dei motori lungo la statale che, procedendo verso nord, affianca anche alcune grandi raffinerie e centrali elettriche che ammorbano l’aria con i prodotti della combustione. In serata mi sistemo a sud di Catania, dopo 81 km.

Il 27 maggio lo spendo interamente passeggiando per Catania, città fondata dai calcidesi nel 729 a.C. nel territorio compreso fra il mare e la pedemontana dell’Etna, profondamente mutata in seguito all’eruzione del vulcano nel 1669 e al terremoto del 1693, infine risorta con un centro barocco grazie alla supervisione degli architetti Giovanni Vaccarini e Stefano Ittar che la progettarono dotandola di ampie piazze e vie di dimensioni diverse. Il suo centro, Patrimonio UNESCO, esprime una ricca varietà, è frequentato, vivace, vissuto e goduto dai cittadini. Non è scintillante e, anzi, evoca trasandatezza, quasi incuria a volte eppure questo ne accresce il fascino. Catania è dotata di un forte carisma, ti ubriaca con il suo caos ma ti affascina con lo stile dei palazzi, la grandiosità e le linee sofisticate del Duomo e della piazza su cui si affaccia, i quartieri ottocenteschi pigri e sonnolenti specialmente nelle giornate estive ma pronti a cambiare pelle alla sera, quando i suoi abitanti, curati, profumati e ben vestiti, si riversano nelle strade e sfilano con sicura disinvoltura. Da segnalare il caratteristico mercato del pesce, il centro storico intatto costruito in buona parte con la roccia lavica prodotta dall’eruzione distruttiva già citata, le numerose chiese, i riusciti giochi prospettici, i freschi parchi cittadini e anche un anfiteatro greco di cui sopravvivono i resti in discrete condizioni.

Il giorno successivo pedalo per soli 51 km e raggiungo Calatabiano, dove monto la tenda. Nel pomeriggio, infatti, passa a prendermi un vecchio amico che si è trasferito in Sicilia da un po’ di anni e, insieme alla sua ragazza, andremo in auto a passeggiare per le viuzze di Castelmola, un piccolo e fresco borgo collocato su una rupe a ridosso della costa a 550 m, e Giardini Naxos, presso Capo Schiso’, fondata dai calcidesi nel 734 a.C. e ritenuta il primo insediamento greco in Sicilia. Il piccolo golfo al tramonto è splendido, così come la vista che si ha da qui sull’Etna, la cui lava un tempo formò gli scogli scuri e porosi su cui si infrangono oggigiorno le onde.

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#CiclogiroItalia2017 – 23/25 maggio: da San Leone (Agrigento) a Gallina (Siracusa)

Dalla statale osservo per l’ultima volta i templi dorici color sabbia, figure immobili ormai fuori contesto perché attorno tutto è mutato nel frattempo, mentre il caldo è già avvertibile, accentuato dall’umidità in aumento. L’atmosfera tersa dei giorni passati è stata sostituita dalla foschia, che smorza i colori e rende meno netta la linea di separazione fra cielo e mare.

Per evitare due gallerie sulla 115, mi affido ai cartelli che segnalano come “itinerario ciclabile” la provinciale 4 che, nonostante la maggiore tortuosita’, si affianca alla prima consentendomi di superare i due ostacoli e rientrare sulla strada maestra subito dopo. Naturalmente più che itinerario per bici si rivela essere un “percorso avventura” per chi ama essere sorpreso e affrontare mille difficoltà, tra voragini, passati smottamenti e asfalto rabberciato, quando c’è. Eppure quanta bellezza esprime la natura circostante e che viste sul mare quando questo riesce a insinuarsi fra le pieghe dei rilievi! Se ciò che sta scritto sul cartello fosse vero, se ci si trovasse cioè su una infrastruttura reale e non immaginaria, il percorso risulterebbe fantastico, ma sprecare o mortificare occasioni sembra quasi una costante.

Adesso comprendo appieno perché, l’altro ieri, due ragazzi al bar mi hanno riferito che l’unica possibilità di viaggiare lungo la costa è fornita dalla statale 115: il resto è illusione e le cartine riportano tracciati fantasma. Tutti quei segmenti non dicono in che stato di completa aleatorieta’ si trovano le strade reali. Puoi tentare di seguirle, ma non c’è nulla di garantito, tutto è a tuo rischio e pericolo, specialmente se non conosci il territorio. 

L’ennesima prova è fornita dalla deviazione per il castello di Falconara, indicata da un altro cartello millantatore. Lo seguo e mi ritrovo in una piazzetta, il cui unico sbocco è una via mezza nascosta in lieve pendenza. Chiedo conferma al cameriere di un bar e lui si premura di comunicarmi che sì, la direzione è giusta, ma l’edificio non è visitabile. “Ci si può avvicinare, c’è la spiaggia, ma non si può entrare”. Ho come l’impressione che con questo avvertimento desideri risparmiarmi la delusione a cui andrei incontro e allo stesso tempo stia “proteggendo” il turista che ha davanti dal rischio di disinnamoramento verso questi luoghi. Mi sto convincendo del fatto che i locali siano in un certo modo consapevoli dello stato delle cose e se ne vergognino. Del castello, comunque, riuscirò a scattare qualche foto da una certa distanza approfittando della simpatica soluzione creativa messa a punto da qualcuno: una scala realizzata incidendo degli scalini sul tronco inclinato di un albero segato a metà altezza, eletto ufficialmente a “punto panoramico verso il castello”, come riportato sulla corteccia. 

Sulla piana abbacinante fra Licata e Gela, compresa fra brulli rilievi a nord e il mare Mediterraneo a sud, tinto oggi di un grigio-azzurro, predomina il giallo intenso dei campi riarsi dal sole. Prima e dopo la trascurabilissima Gela ospita grandi distese di serre dove vengono coltivati intensivamente pomodori, meloni, peperoni e chissà quali altri ortaggi. Il sugo già pronto con cui condisco la pasta, una volta sistematomi in un campeggio a Capo Braccetto, deserto e in posizione magnifica, circondato su tre lati dal mare, giunge proprio da quelle colture nei pressi di Vittoria, in provincia di Ragusa, e per essere un prodotto conservato si difende decisamente bene. 122km percorsi e una gomma forata.

Capo Braccetto è un lembo di terra che si insinua nel mare. Ieri sera, al tramonto, il proprietario del campeggio mi ha condotto sulla scogliera, la punta estrema del piccolo promontorio, per consentirmi di godere della vista e dell’atmosfera del luogo. Vicino alla spiaggetta sorgono i resti di una torre costiera di avvistamento utile, durante la dominazione aragonese, a rilevare la presenza dei turchi, in particolare il corsaro Barbarossa a servizio dell’impero ottomano.

Capo Secca, distante pochi km, è una località di mare molto piacevole al punto da essere stata scelta come l’abitazione del personaggio di fantasia del commissario Montalbano nella serie televisiva omonima, trasposizione dei romanzi dell’autore siciliano Andrea Camilleri. Nei pressi della casa ci sono anche una torre quadrangolare in pietra e, a qualche decina di metri, un faro bianco. Noto che i giardini delle case sono molto belli e curati, piccoli Eden dove corpo e spirito trovano vero ristoro dal caldo e dai pensieri, dove concedersi il tempo necessario ed essere in grado di creare l’opportunità affinché ciò si verifichi. Al nord ci neghiamo una simile esperienza, sempre di corsa e indaffarati, ma cerchiamo vanamente un po’ di svago nella pratica drogata dello shopping.

Da Santa Croce inizia una salita di pendenza moderata e costante verso la città di Ragusa, posta a 500 m di quota. I segni di degrado che ho riscontrato in provincia di Agrigento qui mancano quasi del tutto. Qualche piccola discarica c’è, ma la pavimentazione delle strade è valida e colgo più ordine e pulizia in generale. Pedalo affiancato da bei muretti a secco di colore grigio chiaro che delimitano campi adibiti alla produzione di foraggio o al pascolo. Queste sono le zone una volta controllate dalla vecchia aristocrazia, quella ritratta nella sua fase declinante ne “Il Gattopardo”, unica ma celeberrima opera di Tomasi di Lampedusa. E infatti, fra masserie di pietra chiara costruite nei poderi più estesi, spuntano antiche abitazioni nobiliari. Donnafugata, località in cui si svolgono i fatti narrati nel romanzo in cui sopravvive un castello, è a qualche chilometro di distanza ma non la visitero’.

Entro in Ragusa dal quartiere più moderno, in posizione più elevata sulla porzione rimanente di abitato. Rimango colpito dalla qualità delle nuove costruzioni, al passo con le soluzioni più recenti in cui, finalmente, pare che l’estetica e il messaggio che l’aspetto esterno di un edificio trasmettono alla comunità smettano di ricoprire valore nullo, di essere cioè alla mercé dei capricci degli architetti o subalterni alla pura funzionalità e vengano invece presi in maggiore e più seria considerazione. Il quartiere “intermedio”, quello che ospita la maggior parte della popolazione, è discreto, un po’ anonimo e dall’aria popolare, ma ospita la bella cattedrale barocca della città, negozi e alcuni palazzi di valore. Ragusa Ibla, invece, risorta per volontà dei nobili che la occupavano fino al 1693, anno in cui si verificò il devastante terremoto che distrusse quest’area collinare della Sicilia, è un gioiello di strade intricate in pietra, piazzette panoramiche, chiese e costruzioni barocche fra cui lo splendido duomo, dalla facciata convessa e la tinta color sabbia che tende al rosa a seconda dell’inclinazione dei raggi del sole.

Modica, ad una dozzina di km di discesa, è un’altra perla barocca che purtroppo non riesce a esprimere il meglio delle proprie potenzialità a causa del mediocre stato di conservazione di molti suoi edifici e del traffico grottesco che scorre nelle sue attraenti strade. Colpita da un devastante alluvione nel 1902, sprigiona fascino e atmosfera nonostante le pecche. Anche se le sue vie sono un parcheggio a cielo aperto, la disposizione degli edifici testimonia l’abilità prospettica e il gusto scenografico degli architetti che la ricostruirono dopo il sisma del 1693. Il centro di Scicli, poco a sud di Modica, è un salotto di gusto barocco e colori chiari. La piazza centrale pare un set cinematografico per l’eleganza e la leggerezza che esprime.

In serata trovo posto in un campeggio molto semplice e immerso nel verde, praticamente sul mare, all’estremità orientale del golfo su cui si affaccia la località di Marina di Modica. L’ideale per riposarsi dopo 85 intensi km.

Noto è probabilmente il più riuscito esempio di barocco siciliano nella zona dei Monti Iblei, altopiano montuoso che occupa la porzione sud orientale della Sicilia fra la provincia di Ragusa e Siracusa. La sua zona aulica lungo Corso Vittorio Emanuele è un’opera d’arte dalle tonalità comprese fra il giallo, il bianco ed il rosa e comprende la maestosa Cattedrale a cui si accede tramite un’ampia scalinata che domina la Piazza del Municipio. Passeggio fra gli edifici riccamente e sapientemente decorati, ammiro i giardini che ospitano statue, fontane, palme e una lavanda profumatissima, osservo come le prospettive e la collocazione di ogni elemento architettonico siano state studiate e realizzate da uomini sicuramente preparati sul piano tecnico, ma anche ispirati spiritualmente. Perché queste realizzazioni, accurate a livello estetico, non sono solo belle e non si limitavano ad incontrare i gusti del pubblico dell’epoca, ma riuscivano e riescono tuttora nello scopo di innalzare il sentire dell’osservatore. Scopo di una buona architettura è, a mio avviso, soprattutto questo. Dare senso e profondità, stimolare l’essere umano permettendogli di sperimentare una bellezza oggettiva sorretta da principi e continui studi. Questi centri storici, che purtroppo non siamo più in grado di costruire, a distanza di secoli godono ancora di rispetto e attenzione, seppur mediati da interessi economici. Potrebbe mai avvenire lo stesso con le periferie sedi di sequenze infinite di anonimi palazzi? E potrebbe accadere con i grattacieli, che invece di migliorare il sentire umano ne esaltano l’ansia di potenza attraverso la tecnica?

Il gran caldo e la stanchezza mi inducono a fermarmi a poco più di 20 km prima di Siracusa.

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