La perfezione ha sostituito la fatica (ode alla Pigrizia)

La Pigrizia è oltraggiata, insultata, è una puttana derisa, in questo mondo dove il tempo è denaro e chi dorme non piglia pesci. Eppure è il nostro liquido amniotico, l’involucro entro il quale fluttuiamo, il primo ostacolo, tutto mentale, da infrangere, ma non solo. Non scompare mai del tutto, la sconfiggi una prima volta nell’istante in cui ti dedichi all’azione, la tramortisci per un po’, ma lei ritorna dopo, in una nuova veste, in un punto più avanti del tuo cammino: e allora ti segnala il raggiungimento del limite. Ed è un bene. Ti insegna a precedere il senso estremo di fatica,  a non superare mai le colonne d’Ercole dell’agire, oltre le quali c’è il deserto, l’annientamento, almeno per noi, poveri bipedi mortali. “Torna in te”, ti dice. “Non esagerare”, è il suo invito a non commettere il peccato più grave, quello di hybris, l’arroganza. Ad un primo livello è inerzia da sconfiggere, con tutti i benefici che derivano dal tuo passare finalmente – finalmente! – all’azione, distruggendo i fantasmi che affollavano la tua mente e ti impedivano di metterti al lavoro per quello che davvero – davvero! – desideri. Al livello finale si fa senso del limite invece, da rispettare, pena l’annientamento. Il tuo. Inizialmente è una nemica, si oppone a tutto per il solo gusto di farlo, stronza legge immutabile dell’universo, ma all’ultimo stadio si trasforma in un’amica che sa bene come farsi ascoltare.

Sfalcio un po’ di erbacce che confinano con il vigneto del vicino. Ho già sconfitto da un pezzo la Pigrizia negativa, detta anche Inerzia, che ci ostacola nel compiere il Primo Passo, e ne sono felice. Estirpo una buona parte delle erbacce, poi la Pigrizia, ora in veste di amica, interviene e mi previene dall’agire eccessivo: “quelle residue lasciale lì dove sono, non procedere oltre”. Obbedire è naturale, quando sei sotto sforzo e qualcosa ti dice di smettere di stancarti tanto. L’agire umano si limita in questo modo, ogni volta che le azioni sono manuali, muscolari, quindi faticose. Se usassimo qualche mezzo tecnologico, magari un buon decespugliatore, un trattore, un raggio laser, che cosa accadrebbe? Non sentiremmo fatica e la stanchezza non costituirebbe un limite, dato che non la proveremmo, semplicemente. Inseguiremmo, al suo posto, la diabolica perfezione.  Più esattamente, l’idea di perfezione formulata dai nostri cervelli tutt’altro che perfetti. Quelle erbacce residue le rimuoveremmo in un atto di superbia e ferocia. Quel cespuglio al limite del campo verrebbe estirpato dai nostri attrezzi meccanici comandati dalla nostra volontà illimitata. Disegneremmo paesaggi monotoni privi di “imperfezione”, che coincide però con la varietà. Finché la volontà non si scontra con il sudore, non conosce limiti e ciò è pericoloso. A quel punto è come l’avidità, infinita. Imporremmo la nostra visione schematica all’ambiente circostante, depauperandolo e danneggiandolo. E’ proprio il destino di sofferenza che l’umanità meccanizzata sta infliggendo al Pianeta, l’unico habitat che conosce. E lo fa su larga scala, perché non suda più. Conta invece, conta i quattrini incassati, quelli sì illimitati perché il denaro, in fondo, si crea dal nulla, essendo basato su una convenzione. Non esiste per davvero, lo capite, stupidi? Tanto agire per nulla, cretini.

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Informazioni su Fabio Saracino

Sono un cicloturista per passione e viaggio in bici dal 2008. Nel 2017 ho compiuto il viaggio più lungo, 3500 km nelle isole maggiori e Sud Italia, a seguito del quale ho scritto un libro, "Ciclodiario - Viaggio su due ruote alla scoperta del Sud", che è stato pubblicato dalla casa editrice Ultra (Castelvecchi) e si può acquistare in libreria, anche online
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