Fahrenheit 11/9 di Michael Moore

Ieri sera sono andato al cinema a vedere Fahrenheit 11/9, l’ultimo film-documentario di Michael Moore. Sono uscito dalla sala profondamente scosso, senza più voglia di parlare. La situazione è più grave di quanto immaginassi. Se ci si limita al personaggio di Donald Trump, circoscrivendo il problema alla sua scadentissima figura, attribuendo all’ultimo presidente USA le cause di tutti i mali, evitando di capire nel profondo le circostanze che hanno portato alla sua triste elezione, si pecca di superficialità e fretta. Non a caso la maggior parte delle “analisi”, in Italia almeno, si ferma a questo primo, elementare livello. Trump, nella prospettiva espressa da Moore, si è trovato la strada spianata e ne ha approfittato. Sono stati i suoi stessi avversari ad agevolarlo con la propria sciatteria e inettitudine, il disinteresse e l’incapacità di comprendere appieno le variegate situazioni di allarme riscontrabili nel paese, nelle tante americhe problematiche davvero lontane dal “sogno americano” di sviluppo e benessere per tutti. Una classe dirigente (in Italia definita “establishment”) autoreferenziale e del tutto priva della minima empatia verso i governati, colpiti da disagi sempre più gravi (è riportato il caso drammatico della cittadina a maggioranza afro-americana di Flint, in cui gli abitanti sono stati letteralmente avvelenati con l’acqua potabile prelevata da un fiume inquinato a causa di scellerate e criminali scelte dirigenziali, e come se non bastasse ha subito gli effetti di un’esercitazione militare con elicotteri, armi ed esplosioni, il tutto durante l’ammnistrazione Obama), ha abbandonato fisicamente i propri presidi, si è allontanata a tal punto dalle fasce sociali più in difficoltà lasciando enormi vuoti, estesissime praterie che sono state occupate dall’avversario politico, la cui unica capacità riconosciuta è consistita nel comunicare a parole ciò che i cittadini avevano bisogno di sentirsi dire.
Ricorderò a lungo due episodi contrapposti ed emblematici del film, uno dal pessimo sapore e l’altro che porta con sè un carico di speranza : il primo è consistito nella terribile figura di Obama a Flint quando, invece di prendere le parti della popolazione di colore che aveva subito l’avvelenamento da piombo, finge di bere, inumidendosi appena le labbra, un bicchiere d’acqua proveniente dall’acquedotto locale, con il fine subdolo di rassicurare la platea, fra scontate battute di spirito e il solito proclama sulla responsabilità collettiva, che invece collettiva non era affatto. Il secondo, luce in mezzo alle tenebre, è rappresentato dalla rivolta studentesca nata in seguito all’ennesima strage armata in una scuola. Una circostanza da cui sono emerse la determinazione e la limpidezza di intenti di tantissimi giovani, gli unici in grado di capire e di organizzare una protesta via via più estesa contraria al possesso privato delle armi, animati da un ideale che recita più o meno così: “salveremo il mondo che questi hanno devastato!”.

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