Ciclogita: Roero meridionale, Langhe, Alta Langa

Escludendo un pomeriggio trascorso in sella poche settimane fa, la data del 4 luglio ha segnato la mia prima vera uscita stagionale in bicicletta. Non credo che mi sia mai capitato negli ultimi dieci anni di inaugurare la stagione ciclistica così in ritardo: ma le priorità possono variare e a ciò può aggiungersi una certa inerzia, alimentata dal “letargo” invernale, che mi ha lasciato in dote anche qualche chilo di troppo. Non si è trattato neppure di una gita programmata, quanto piuttosto di un’occasione sfruttata al volo nella prima giornata limpida e finalmente gradevole successiva ad una fase di caldo afoso ed opprimente, ridimensionatasi in seguito all’intenso temporale della notte appena trascorsa. Prima di allontanarmi quando ormai sono le dieci e trenta, con una breve perlustrazione nel noccioleto mi sincero delle condizioni delle piante, tutto sommato buone nonostante alcuni rami spezzati: temevo peggio considerando la violenza delle raffiche di vento che per quasi un’ora, stanotte, hanno strapazzato senza sosta le folte chiome.

Casa mia si trova in una valletta a forma di anfiteatro, circondata su tre lati da colline di altitudine modesta e aperta lungo il quarto, in direzione della val Tanaro: dunque l’unico modo per raggiungere qualsiasi altro luogo consiste, innanzitutto, nell’affrontare quei rilievi che la incorniciano percorrendo una fra le strette e ripide strade dirette verso il centro di Govone. Mi è già capitato più volte di sorprendere la mia mente che, spaventata ed in assoluta autonomia, ribellandosi alla prospettiva dell’ennesima fatica tenta rapidamente di scoprire un’alternativa più comoda al fine di propormela: ma questa purtroppo non esiste e scendere al livello del Tanaro, dal quarto lato aperto per intenderci, con lo scopo di guadarlo non è una possibilità realistica. L’unico modo per lasciare l’imbuto tappezzato di vigneti e noccioleti consiste nel risalirlo. E’ così che, mentre sono impegnato a spingere sui pedali e sto versando le prime, copiose gocce di sudore, il castello appartenuto ai Savoia, svettante lassù in cima con i suoi colori chiari e la forma squadrata ed elegante, pare osservarmi divertito con composta ironia.

I cinque chilometri successivi sulla provinciale per Priocca si susseguono facili, panoramici e divertenti, con un’alternanza di curve e variazioni contenute di altitudine; ma mentre percorro la lunga e leggera discesa per il paese, inizio ad avvertire uno strano indurimento nel manubrio che, divenuto improvvisamente “legnoso”, risponde con eccessiva lentezza alle piccole variazioni di direzione che imprimo. Accosto e scopro con sorpresa di aver forato la ruota anteriore. Una grossa spina triangolare si è conficcata nel copertoncino, un po’ a lato, dove è più tenero e vulnerabile. Sostituisco la camera d’aria con quella di riserva, l’unica che mi sono portato, fatto che mi lascerà in leggera apprensione per l’intera tappa, e riparto dopo aver speso un quarto d’ora nella riparazione, con un umore addirittura ravvivato dalle due piccole prove affrontate a distanza ravvicinata.

L’ampia facciata del castello di Magliano Alfieri, svettante sulla sommità del colle alto 328 metri, domina la sottostante val Tanaro ed è facilmente riconoscibile anche da lontano. Mi ricorda un po’, per via delle dimensioni e per il senso di solidità che trasmette, la fronte spaziosa di un militare che fissa fieramente un punto lontano all’orizzonte. Il sontuoso ingresso ad arco, quello principale, è però situato sul lato opposto, rivolto al paese. Trovandomi al suo cospetto ripenso al fatto che il maniero negli anni ’60 divenne un condominio popolare, in totale spregio del suo valore storico ed architettonico, ed il tentativo di recupero, iniziato alcune decine di anni fa per riportarlo agli antichi splendori, non si è ancora concluso completamente. Dall’ampia terrazza panoramica, da cui con un solo sguardo si abbraccia una vasta porzione delle Langhe con le Alpi sud occidentali sulle sfondo, osservo la prossima meta, la cittadina di Alba, bagnata dal fiume Tanaro con le sue tipiche anse. Nelle immediate vicinanze, alcuni cespugli fioriti di lavanda profumano delicatamente l’aria.

La durata della mia permanenza ad Alba è limitata al tempo necessario per assaporare in un bar, accompagnandola con alcuni cubetti di ghiaccio ed una fetta di limone, la bevanda energetica per eccellenza, la Coca Cola, il cui impiego in ambiti diversi da quello sportivo dovrebbe essere impedito per la quantità veramente eccessiva di zucchero che contiene. Con la sete che ho sviluppato la trangugio con avidità ed un certo piacere pregustandomi il contraccolpo energetico imminente, mentre il barista mi informa che, data l’ora, il negozio di bici in cui avrei voluto acquistare un paio di camere d’aria è ormai chiuso e riaprirà soltanto nel pomeriggio. Attraverso rapidamente il compatto centro storico, la cui indiscutibile attrattività è un’eredità dell’impianto medioevale sopravvissuto fino ad oggi, raccolto ed articolato, anche se alcuni innesti moderni costituiti da sgraziati, banali e spigolosi condomini provocano amari sussulti in tutti coloro che, durante la passeggiata, non si limitano ad osservare esclusivamente le vetrine curate dei negozi o a fissare lo schermino dello smarpthone.

Non mi rimane altro che fiondarmi sul lungo rettilineo in leggera pendenza positiva che, lasciando alle spalle i portici di Piazza Ferrero, si dirige deciso verso i rilievi collinari delle Langhe. Dal bivio per Rodello inizia la salita vera, sotto il sole intenso di metà giornata, senza la minima ombra a protezione della carreggiata. Intorno è un tripudio di vigneti ordinati, lineari,  geometrici, che osservo da innumerevoli punti di vista, inframmezzati da noccioleti e qualche basso albero da frutto, mentre la provinciale si inerpica sinuosa e mai monotona fino ai 537 metri del paese. Proseguo però verso i 560 metri di Montelupo Albese nei cui dintorni, secondo la narrazione popolare espressa tramite i moderni murales dipinti sulle facciate di numerose case, un tempo si aggirava il lupo. Mi riesce tuttavia difficile immaginare un simile animale mentre vaga fra queste colline, che oggi appaiono così antropizzate e rassicuranti, con filari di viti così estesi ed onnipresenti da avere annientato completamente il senso del mistero, della curiosità di scoprire cosa possa esserci al di là di una curva o nell’oscurità di un bosco. Ed è per questo che, nonostante Montelupo sia proprio carina, con tanti begli edifici ben restaurati, le stradine pulite e la centrale Piazza Castello che termina su un ampio terrazzo pubblico da cui si può ammirare il paesaggio circostante, torno in sella con l’obiettivo di proseguire per toccare finalmente una quota più elevata e meno adatta alla coltura della vite.

Entro allora nel territorio denominato Alta Langa, per via dell’altitudine raggiunta da colline che sfiorano gli 800 metri. Qui l’aria è più fine ed il vento spira fresco, con intensità neanche tanto moderata. Una peculiarità di tale area è che la strada viaggia spesso sul dorso dei rilievi, offrendo un panorama davvero ampio in ogni direzione e, allo stesso tempo, trasmettendomi la particolarissima sensazione di trovarmi sulla vetta del mondo. Percezione amplificata dalle praterie in pendenza che ricordano pascoli alpini e dalla presenza di numerosi esemplari di conifere. Da queste parti si producono ottimi formaggi e non è raro vedere pecore, capre e mucche che brucano l’erba: pedalo su alture delimitate dalle valli Tanaro e Bormida. Superate Pedaggera e l’interessante Serravalle, dopo 51 chilometri entro in Bossolasco, obiettivo odierno.

Bossolasco, nonostante non sia appetibile dal turismo di massa allo stesso livello delle altre mete langarole più blasonate ed accessibili, probabilmente a causa della posizione appartata e della quota relativamente elevata, ha un centro storico davvero attraente e caratteristico, in leggera salita e spalmato in lunghezza su un crinale, in cui è possibile contemplare una mescolanza armoniosa di edifici di pregio, tra cui alcune abitazioni signorili ed un piccolo maniero, e le più semplici case in pietra tipiche dei climi alpini o pre-alpini. L’omogeneità, se non totalmente nello stile, si esprime nell’altezza delle costruzioni, che in genere non superano mai i due livelli e sorgono allineate, l’una accanto all’altra per evitare il più possibile la dispersione del calore durante i freddi inverni di una volta, lungo la strada principale, lastricata nella porzione più elevata del borgo, la più suggestiva. A fianco di ogni porta d’ingresso sono state piantate delle rose che, con gli anni, si sono sviluppate fino a coprire parzialmente le graziose facciate e, qua e là, compaiono alcune curiose realizzazioni che riproducono figure antropomorfe, riprese in situazioni diverse, comuni o surreali, che vanno dalla sobria degustazione di un bicchiere di vino nei pressi di un tavolino all’ombra di un albero, all’abbandono di ogni freno inibitorio che spinge addirittura ad un tuffo a capofitto in una botte in legno, per ingurgitare avidamente fino all’ultima goccia della bevanda tanto amata. La salubrità dell’aria e la dolcezza di un paesaggio composto da boschi e praterie rendono oggi Bossolasco una meta particolarmente apprezzata dagli anziani, ma nel dopoguerra fu frequentata da personaggi italiani di spicco, a partire da scrittori come Italo Calvino, Giuseppe Ungaretti, Carlo Levi e Beppe Fenoglio, passando da industriali come Gianni Agnelli e Michele Ferrero, e per finire con addirittura due Presidenti della Repubblica: Luigi Einaudi e Giuseppe Saragat.

Dopo 51 chilometri e la seconda Coca Cola con solo limone della giornata (senza ghiaccio perché la barista mi ha caldamente invitato a non aggiungerlo alla bevanda, già molto fredda a suo dire) inverto la rotta e ritorno sui miei passi. Questo fino a Pedaggera dove, per non dover ripetere interamente il percorso dell’andata, al bivio svolto a sinistra verso Sinio: si rivelerà una scelta fortunata in quanto, anche se la quota è nuovamente compatibile con la coltura intensiva della vite, coincidenza che non mi entusiasma, la varietà espressa dal paesaggio in questa valle laterale, che contempla addirittura alcune pareti verticali d’argilla chiamate rocche, e l’andamento allegro della strada che si inabissa ripida al suo interno, fra curve, dossi e controcurve, rendono decisamente apprezzabile questo tratto per me ancora sconosciuto. Dal fondovalle contemplo verso l’alto due castelli , molto piacevoli e in ottime condizioni: uno è probabilmente quello di Serralunga d’Alba, eretto sul cocuzzolo di una collina alla mia sinistra, mentre il secondo è quello di Grinzane Cavour, sulla destra e più in basso.

Ritorno ad Alba varcando stavolta l’ingresso occidentale, dove sorge una estesa periferia che, inizialmente, presenta una densità abitativa contenuta: fra le case si insinuano ancora ampi lembi di terra coltivata. Eppure le strade, le rotonde, i semafori hanno modificato irreparabilmente il territorio, cancellandone l’anima rurale. Il traffico composto da mezzi di ogni tipo e taglia è intenso. Avanzando, mi avvicino lentamente al grandioso stabilimento dolciario della Ferrero mentre la distanza fra le costruzioni si riduce progressivamente fino ad annullarsi: sono tornato nel pieno del trambusto tecno-industriale, segno distintivo e molesto della nostra civiltà iperattiva, che non conosce sosta per riposare, nè ozio per riflettere. E’ svanita completamente l’atmosfera placida che ho respirato fra le colline, che si accompagna alla sensazione fasulla di fissità in cui tutto appare immobile, ma in realtà è in continua e lenta evoluzione secondo i ritmi naturali. Le palazzine che mi circondano presentano un’altezza limitata, generalmente sui tre o quattro piani, anche se relativamente recenti. Questa è una caratteristica positiva riscontrabile ovunque nella città di Alba, dove infatti mancano i grossi condomini che hanno deturpato l’aspetto di troppi centri italiani. Ma ormai ho compreso che prima o poi tutte le barriere crollano, e lo stesso vale per i tabù ed il buon senso, sotto la spinta inesorabile del “progresso” e degli affari, e non appena termino la considerazione sul limitato sviluppo verticale degli edifici, subisco la smentita. Secca, palese, inequivocabile ma che non mi sorprende. Eccole lì svettare, quelle alte gru assemblate su uno dei rimanenti fazzoletti di terra strappati per sempre alla campagna, violati irrimediabilmente dall’intrusione delle fondamenta di cemento di quei nuovi, mostruosi condomini dalle volumetrie esagerate e dalle forme grottesche, che superano di slancio in altezza tutti gli altri.

Pedalo per 15 chilometri ancora prima di tornare nel mio anfiteatro naturale, con la tranquillità esteriore di chi ha compreso, accettato, ma non si è rassegnato.

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Informazioni su Fabio Saracino

Sono un cicloturista per passione e viaggio in bici dal 2008. Nel 2017 ho compiuto il viaggio più lungo, 3500 km nelle isole maggiori e Sud Italia, a seguito del quale ho scritto un libro, "Ciclodiario - Viaggio su due ruote alla scoperta del Sud", che è stato pubblicato dalla casa editrice Ultra (Castelvecchi) e si può acquistare in libreria, anche online
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