E se l’auto più ecologica fosse quella che già possiedo?

Una decina di anni fa, quando la quotazione del petrolio terminò la propria apparentemente inarrestabile ascesa sfiorando i 150$ al barile (molti osservatori attribuirono erroneamente tale prezzo ad una relativa scarsità che sarebbe stata provocata dal superamento del picco di produzione), mi appassionai all’argomento e così mi informai grazie ad Internet e ad alcuni libri. In particolare ricordo un articolo, scritto da una brava blogger, che mi colpì per il punto di vista originale ed apparentemente controintutivo che esprimeva. L’autrice, per nulla appassionata di automobili, interpretava un punto di vista più libero e critico di quello che continua a caratterizzare il pensiero di troppi uomini, affermando che l’auto che già si possiede è la più ecologica e non c’é alcun bisogno di rottamarla per acquistarne, magari persuasi dagli incentivi statali, una nuova che promette minori emissioni (almeno sulla carta, come insegna il Dieselgate). Una tesi contraria alla vulgata ufficiale sostenuta dalla politica e dai costruttori, secondo cui l’unico modo che abbiamo per ridurre la quantità di emissioni generate dal traffico privato sia comprare modelli recenti sempre più ecologici. Una tesi che mi piacque perché quando scopro una voce che esce fuori dal coro, la mia attenzione si ridesta.

Il concetto si reggeva sul ragionamento seguente: se si guarda oltre l’orizzonte consueto che conteggia solo i consumi e le emissioni di una vettura durante il suo ciclo di utilizzo tipico e si decide di inglobare nel calcolo anche l’incidenza della fase di produzione del mezzo, si scopre che la fabbricazione di un autoveicolo “pesa” in termini di energia impiegata e di emissioni prodotte tanto quanto l’intero periodo in cui il mezzo verrà impiegato su strada.  Detto in altri termini: utilizzare un’automobile per un’estensione temporale tipica di alcuni anni comporta un consumo di energia e una produzione di emissioni paragonabili, grossomodo, a quelli che si verificano durante la sua fabbricazione, con l’aggravante che in questa fase si ricorre anche ad un mucchio di materie prime. I calcoli per ottenere dei valori affidabili sono particolarmente complessi come è affermato in un altro articolo, anche perché all’industria principale è legato un indotto importante che a sua volta incide sull’impronta ecologica complessiva, e ad un certo punto delll’analisi si rende necessario fermarsi; tuttavia le stime spannometriche permettono di formulare alcune osservazioni di buon senso.

La prima è che gli incentivi all’acquisto di auto nuove e più “ecologiche” (a questo punto le virgolette sono d’obbligo) non sostengono l’ambiente, anzi lo danneggiano ulteriormente, ma in compenso premiano i costruttori ed alimentano il capitalismo della crescita infinita che sta deteriorando rapidamente la salute del pianeta. Il motivo è chiaro: rottamare un’auto di 8 o 10 anni, ancora in buone condizioni, per acquistarne una nuova, perché soggiogati dai martellanti messaggi pubblicitari oppure allettati da sconti sostanziosi, implica che quest’ultima venga fabbricata da zero con le conseguenze già esposte, evitabili se invece si sceglie di tenersi il proprio mezzo allungandone la vita. Bisognerebbe invece agire in modo da ammortizzare la spesa iniziale (in termini energetici e di denaro impiegato per l’acquisto) su un arco temporale il più esteso possibile.

Chi conosce minimamente le regole su cui è fondato il capitalismo, sa che la sua sopravvivenza è possibile solo con il verificarsi di una condizione fondamentale: la crescita infinita della produzione e quindi dei ricavi. Se questa non si conferma con un tasso collocabile intorno al 2-3% annuo, sono guai. E’ per tale motivo che le catene produttive vengono spinte al massimo risultando di frequente addirittura sovradimensionate (rispetto alla capacità di assorbimento da parte dei mercati delle merci prodotte): è tipico della religione, spacciata come scienza e interiorizzata dal capitalista ricercare costantemente nuove aperture e possibilità in cui investire il capitale e ottenere profitti crescenti; ad esempio l’acquisto di mezzi di produzione sempre più performanti garantisce, almeno in teoria, uno sbocco necessario e una massimizzazione dei successivi ricavi. Questo, fondamentalmente, è il motivo per cui la propaganda, commerciale o politica, ci sprona ad acquistare automobili e ogni tipo di merce con grande ed insopportabile insistenza. Gli affinamenti tecnologici introdotti nelle fabbriche, inoltre, consentono di costruire di più con meno (tempo, materiali, energia, ma attenzione alla propaganda sull’efficienza energetica); applicati ai prodotti in vendita, invece, li rendono più appetibili, sempre “freschi”, dotati di qualche sfiziosa, o apparentemente “rivoluzionaria”, novità che genera un senso di rinnovamento perpetuo, di meraviglia e ipnotizza letteralmente gli acquirenti, incapaci di rinunciare all’ennesimo prodigio.

Una precisazione: non sto affermando che tutte le innovazioni siano inefficaci; ad esempio il catalizzatore che riduce le emissioni allo scarico è indubbiamente utile; tuttavia, come abbiamo visto, bisogna rilevare che i benefici per l’ambiente offerti da un’auto che soddisfa le normative anti-inquinamento più recenti evaporano se questa andrà a sostituire prematuramente un mezzo già circolante, che verrà rottamato nonostante sia in grado di compiere onestamente il proprio dovere ancora per diversi anni. Inoltre, gli effetti positivi che derivano dalla tanto sbandierata efficienza energetica attribuita ai motori più recenti, vengono completamente vanificati dal continuo incremento delle dimensioni, del peso e della “cavalleria” generosa che scalpita sotto il cofano (vedi i SUV). Del resto in un sistema che ha interiorizzato profondamente e pericolosamente il mito della crescita perpetua, è logico  aspettarsi che ogni possibilità di risparmio ottenuta in un ambito, venga annullata da una saturazione toccata in un altro contesto.

La riflessione vale anche per le elettriche, verso cui si sta destando un sentimento di attesa che facilita il gioco del marketing (e da cui, è facile supporlo, è anche abilmente stimolato). L’accresciuta sensibilità ambientale di una fetta sempre più estesa della popolazione potrebbe provocare, se alimentata eccessivamente dal vento degli incentivi, della pubblicità e anche di un sincero senso di responsabilità, una corsa all’elettrico che metterebbe una volta di più a rischio l’ambiente, poiché provocherebbe la rottamazione massiccia di auto ancora sane ma alimentate a combustibili fossili e giudicate frettolosamente antiquate e dannose. Purtroppo è lecito aspettarsi che la politica, come ha sempre agito in passato, non si farà scappare l’occasione di sostenere l’imperativo della crescita infinita e allo stesso tempo di attribuirsi buona parte dei meriti della probabile transizione verso la mobilità sostenibile. In realtà se decidessimo di contribuire alla salvaguardia della biosfera dovremmo agire secondo i seguenti criteri: non demolire i mezzi a motore alimentati a combustibili fossili se ancora efficienti e in buono stato, quanto piuttosto convertirli in elettrico ove possibile (retrofit); se si rende necessaria la sostituzione della vettura perché veramente obsoleta, acquistarne una scegliendola con razionalità: quindi piccola (o comunque non sovradimensionata rispetto all’uso effettivo), leggera, efficiente e dai limitati costi d’esercizio (rinunciare alle prestazioni assolute e favorire il risparmio energetico); considerare le possibilità offerte dal car pooling e sharing; meglio ancora, sostituire l’auto di proprietà o affiancare ad essa modalità veramente sostenibili di trasporto, quali i mezzi pubblici, la bicicletta o le proprie gambe, specialmente per spostamenti entro i 5 km.

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