SIM sala bim

(post un po’ tecnico, ma in fondo tratta di come lo schiavo moderno viva una condizione peggiore che in passato, quando almeno sapeva di essere schiavo)

Lo confesso, io non possiedo uno smartphone. Fino ad un mese e mezzo fa utilizzavo, per telefonate ed sms, un vecchio telefonino pagato 10 euro grazie ad un buono sconto. Non disponeva di una fotocamera e la sua tastiera a membrana di scarsa fattura rendeva quasi impossibile digitare un messaggio di testo. Quando l’ho cambiato perché cadeva letteralmente a pezzi ho acquistato un Nokia 3310 nell’edizione moderna, attratto dalla sua semplicità. Anche questo dispositivo è dotato delle sole funzionalità di base, le uniche che possono servire per davvero, ma in aggiunta c’è una fotocamera da ben 2 megapixel (che riuscirebbe a scoraggiare perfino il più accanito sostenitore dei selfie). Non ho, di conseguenza, una sufficiente esperienza di piani tariffari, quelli del tipo “all on one”, che garantiscono milioni di minuti di conversazione utili a scambiarsi le solite banalità e gigabyte di traffico Internet per poter condividere quelle stesse banalità anche su Facebook, Twitter, Instagram, Whatsapp e simili.

Alcuni mesi fa, però, ho avuto bisogno di una linea dati per il mio tablet, da impegare durante il mio cicloviaggio, e successivamente per lavorare da remoto con il computer portatile. La mia idea, davvero naïf riconosco, consisteva nella possibilità di attivare una scheda ricaricabile solo all’occorrenza e, se per qualche tempo non mi fosse più servita, avrei potuto riporla in un cassetto e usufruirne in futuro in caso di necessità pagando e ottenendo la quantità prefissata di traffico internet corrispondente. Ho riferito la mia esigenza, piuttosto semplice e fin troppo chiara, alla frettolosa commessa del negozio di telefonia, anche se, ripensandoci adesso, ricordo di aver notato una certa dose di evasività nelle risposte delll’addetta alle mie richieste; tuttavia, quando ho iniziato a beneficiare del piano tariffario, ho ritenuto di essere stato accontentato. Ho mantenuto tale convinzione fino a ieri quando, dopo un periodo di un paio di mesi in cui non ho utilizzato la sim, al primo tentativo di ricarica mi sono ritrovato con un credito negativo abbastanza consistente. Immagino sappiate tutti il motivo ad eccezione del sottoscritto, una mosca bianca se si esclude quella fetta di popolazione di età non più giovane che, come è noto, non intrattiene un rapporto disinvolto con la tecnologia; ebbene ho scoperto che quello che avevo accettato era un vero abbonamento, basato sul concetto di “credito”, una diavoleria consistente in un conto virtuale da cui, ad ogni rinnovo automatico mensile, viene scalata la cifra corrispondente. Se, dopo la detrazione corrispondente, il credito risulta positivo, il traffico viene abilitato, se invece finisce in rosso sarà necessario abbeverare ulteriormente la bestia con le proprie “sostanze” (i verdoni). Poiché nel mio caso la sim è rimasta a riposo per un paio di mesi, quando ho eseguito la prima ricarica ho scoperto un credito negativo di svariati euro, corrispondenti al periodo in cui, fiducioso nella sua natura di  ricaricabile “pura”, l’avevo riposta e lasciata inutilizzata nel famoso cassetto.

A parte l’amara sorpresa, che mi è costata, oltre ad una certa cifra, una mezza giornata impiegata nell’approfondimento dei meccanismi poco chiari su cui si basa il funzionamento di quelli che sono abbonamenti a tutti gli effetti (altro che ricaricabili…) e che avrei preferito spendere in un migliaio di altri modi, tra cui addirittura spalare letame (pratica che ancora mi manca, comunque), aggiungo alcune pacate osservazioni sull’intera vicenda. Ho scoperto, assieme alla vera natura del piano tariffario, che il gestore di telefonia può attivare, a propria discrezione e ad insaputa del cliente, servizi non richiesti da quest’ultimo: nel mio caso si è trattato di una funzionalità che non è neanche utilizzabile poiché uso la sim solo per internet, ma che comunque mi è costata quasi due euro al mese. Questi mini-abbonamenti a funzioni perlopiù inutili rappresentano truffe perché, quando e se il cliente se ne accorge, ormai i soldi sono stati prelevati; questo può, addirittura, aver mandato in rosso il credito e obbligato lo sventurato ad una affrettata ricarica in genere di valore superiore al buco, pur di sbloccare la navigazione. Ovviamente sul sito di riferimento non mancano, raggiungibili dopo una ricerca, la modulistica e le istruzioni necessarie per risolvere queste odiose eventualità: in pratica, da un lato il fornitore tenta di infinocchiarti, dall’altro, per non contravvenire alla legge, ti fornisce anche la via d’uscita e tutto risulta tecnicamente legale. Dal punto di vista umano direi, con molta pacatezza, che si tratta di una bella merda.

Seconda osservazione: il traffico mensile da un po’ di tempo è spendibile su un periodo di 28 giorni e non più sull’intero mese. Questo comporta una differenza importante per il cliente: se prima pagava, alla simpatica azienda fornitrice, 12 mensilità all’anno, ora ne sborsa quasi per 13. Poiché, come recita la filostrocca (a meno che nel frattempo non sia stata modificata…):

Trenta giorni a novembre, con aprile, giugno e settembre. Di ventotto ce n’è uno, tutti gli altri son trentuno.

Si può facilmente calcolcare il numero di giorni che, per ogni mese, non sono coperti dall’abbonamento: 8 giorni per i quattro mesi di 30 giorni (novembre, aprile, giugno e settembre) e ben 21 giorni per i sette mesi di 31 giorni (gennaio, marzo, maggio, luglio, agosto, ottobre, dicembre), per un totale di 29 giorni. L’aver ridotto il mese a sole quattro settimane ha comportato la creazione dal nulla di un mese aggiuntivo virtuale della lunghezza di 29 giorni. In pratica una tredicesima pagata dal consumatore, lieto di sottoporsi a queste sevizie pur di condividere su Facebook, Twitter, Instagram, Whatsapp le solite banalità quotidiane.

Terza osservazione: questo abbonamento spacciato per ricaricabile è pesantemente subdolo nella concenzione. Si fa credere all’utente che, se non dovesse aver bisogno del servizio per un certo periodo di tempo, non dovrà sganciare un euro. Tuttavia, nel momento in cui si decida di ricorrere nuovamente alle funzionalità offerte dalla scheda, si dovrà ripagare il debito accumulato nel frattempo sul conto virtuale definito con il termine “credito”. Il concetto è poco chiaro in sè e richiede, per una comprensione adeguata, una certa forma mentale e dimestichezza che molti non hanno. Sarebbe stato meglio un abbonamento tipico a tutti gli effetti: tu paghi e io di do il servizio, poi vedi tu se sfruttarlo o meno. E invece no, bisogna essere più sottili, perversi, contorti e apparire convenienti: tu non paghi e io scalo dal conto virtuale; se questo va in negativo non mi devi niente ma il servizio non funzionerà, ciononostante risulterà attivo durante il periodo di tempo prefissato, in modo che, quando deciderai di effettuare una ricarica, il valore monetario accreditato verrà speso innanzitutto per ripagare sul conto virtuale la cifra corrispondente alle mensilità attivate ma non utilizzate nella pratica.

Quello descritto è un sistema costruito per fottere, che mi rifiuto di accettare e di cui non credo vi sia una consapevolezza diffusa. E’ una specie di trucco da illusionisti. Io stesso ne ho pagato le conseguenze ma almeno ho approfondito, ma per uno che cerca di capire ci sono milioni che vanno avanti senza farsi domande. Del resto oggi va così: tutti di fretta a prendere quello che c’è, buoni buoni a riempirsi la pancia senza interrogarsi su quali intrugli compongano la pietanza, mentre una economia canaglia deregolamentata, avida e machiavellica, ci prende per il naso e per il culo nei modi e nei tempi che preferisce.

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