Qualcosa (di sinistro), là fuori

Una tra le estati più calde e siccitose degli ultimi decenni è terminata e qualcosa finalmente pare cambiare nella percezione delle persone, anche se molti individui, probabilmente a causa di un manifesto deficit nella capacità di discriminare, liquidano la stagione estrema appena conclusa con affermazioni di una banalità sconcertante, che irritano più per il pressapochismo intrinseco e spudorato che per i contenuti, assenti. Mi riferisco a espressioni del tipo “in estate è normale che faccia caldo”. Come se, all’opposto, il freddo invernale di Roma potesse competere con quello di Mosca. Stiamo purtroppo entrando, anche molto velocemente, in una nuova epoca in cui avvertiremo le conseguenze dei cambiamenti climatici, tanto più nefaste quanto ci ostineremo a perseverare nelle nostre ormai consolidate abitudini (business as usual, BAU). Servirebbero preparazione, consapevolezza, organizzazione per fronteggiare le difficoltà, mentre stiamo arrivando all’appuntamento impreparati, ignari del pericolo che incombe. Ne faremo le spese.

La tecnologia, fondamentale strumento a servizio del mercato proporrà le sue sfavillanti soluzioni, in modo da indurci a credere che, anche per questa volta, un deus ex machina ci salverà, sollevandoci dalle responsabilità e permettendoci di continuare a sguazzare nella nostra ignoranza, coltivata con amore giorno per giorno, e a vivere da consumatori insaziabili e anche un bel po’ rimbambiti. Nuove scintillanti autovetture elettriche, iperconesse ed ecologiche, prometteranno finalmente di ripulire l’aria delle città riducendo, allo stesso tempo, le emissioni di anidride carbonica; la stampa, che si configura come un’industria delle informazioni, segue a ruota e prepara il terreno alla nuova rivoluzione, all’ennesimo prodigio che non farà che confermare senza alcun dubbio le eccezionali qualità intellettuali dell’essere umano, trionfalmente destinato ad un progresso indefinito che lo condurrà a conquistare l’intero universo (è solo questione di tempo). Entusiasmo anche fra i commentatori, o giornalisti, che hanno mostrato in passato sensibilità ecologica: potremo costruire centinaia di milioni, anzi, più di un miliardo di nuove autovetture a trazione elettrica, che sostituiranno l’attuale, obsoleto parco circolante alimentato con fonti fossili.

Quale grande occasione di business, alla faccia dell’ecologia! Davvero pensiamo di aiutare l’ambiente ed evitare la catastrofe, fabbricando un altro miliardo abbondante di automobili, stavolta elettriche? Il rincoglionimento collettivo dev’essere così ben radicato, che stimati divulgatori della decrescita non parlano, ad esempio, della possibilità, molto più sostenibile, di convertire il mezzo che già si possiede, attraverso un’operazione chiamata retrofit: in questo modo, potremmo tenerci la nostra automobile, che funzionerebbe con un nuovo motore elettrico. Mi sembra un bel risparmio, un vantaggio per tutti eccetto che per l’industria dell’auto. Ah già, facevo i conti senza l’oste.

Eppure il danno che abbiamo arrecato al pianeta in cui viviamo, che poi così grande non è, se consideriamo pure che ci sono dei matti che se lo percorrono a piedi o in bicicletta, è enorme e perseveriamo, nonostante tutto, nella ricerca continua dell’incremento del prodotto interno lordo, anche se a questo punto sarebbe meglio chiamarlo prodotto interno lercio, ché puzza di morte ormai. Recentemente ho letto un bel libro che si chiama “Qualcosa là fuori”, di Bruno Arpaia, che affronta il tema delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Nel romanzo gli italiani, anche quelli del “è normale che d’estate faccia caldo”, tornano ad emigrare, in questo caso senza neanche le valigie di cartone, verso il nord Europa, perché sullo stivale non è rimasto più nulla, solo aridità, il deserto si è preso tutto. Le società sono collassate a causa delle devastazioni prodotte dall’aumento della temperatura del pianeta; i diritti umani sono evaporati assieme alle sempre più scarse risorse idriche e, con la scomparsa di queste, tutte le attività si sono azzerate. Gli unici paesi in cui è possibile condurre un’esistenza degna di essere vissuta sono rimasti quelli dell’estremo nord, meta del viaggio intrapreso dai protagonisti. Vi consiglio di leggerlo, perché oltre a rappresentare un affresco di un possibile futuro distopico, evidenzia i possibili errori in cui rischiamo (per ora direi che il rischio è una certezza) di cadere nell’affrontare le enormi sfide del prossimo futuro. E poi è ben scritto, scorre come un fresco ruscello d’acqua montana.

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4 risposte a Qualcosa (di sinistro), là fuori

  1. Mari ha detto:

    Fabio, anche tu vedo che ti dai sempre a letturine rilassanti e ottimiste! Da parte mia dopo un romanzo su una babysitter perfetta che ammazzava i bambini di cui si occupava ora sono a un mondo distopico in cui le donne fertili vengono usate solo come contenitori per la procreazione.
    Buona giornata! 🙂

    • Fabio Saracino ha detto:

      Tanti anni fa era stato prodotto un film che si chiamava “La mano sulla culla” o qualcosa del genere, che parlava proprio di una babysitter psicopatica, ma non lo ricordo bene. Certo che gli americani so’ forti: ogni manifestazione del male è incarnata dalla figura dello psicopatico. Se uccide gente, può solo essere un pazzo, e via dicendo. Ma forse ci hanno visto bene: in effetti questa società “deve” molto agli americani!
      Tornando serio, il genere distopico a me piace molto. È qualcosa di più di un piacere, è un sentire direi. Ahimè! Una volta ho sognato un’esplosione atomica, perché il concetto mi aveva impressionato. Un’altra volta ho sognato di morire di sete, perché il concetto di surriscaldamento globale scava dentro di me dal 1990 o giù di lì, un bambino ero. Un’altra, infine, ho sognato le città ricoperte di vegetazione, per mitigare il caldo. Questa era una utopia che nasceva dalla distopia, se ci pensi. Fatto sta che questa “visione” ha trovato conferma nella realtà: dopo pochi mesi dal sogno ho letto di un progetto simile a Madrid. Sono sicuro che quello sarà il futuro per le metropoli, se vorranno sopravvivere. Eccetto quelle italiane quindi :D. Tranquilla: solo la terza l’ho vissuta come una visione. Forse…

      • Mari ha detto:

        Devo ammettere che non sono una appassionata di distopie, a parte Hunger Games letto recentemente (e 1984 che credo di aver letto alle superiori ma di cui non ricordo assolutamente NULLA) non credo di aver letto altro. Vediamo come va con questo, chissà che non sia il tempo adatto, come in tutto anche nella letteratura e nelle preferenze di lettura in generale i gusti cambiano (o possono farlo). Anche se penso di avere una teoria sulla ragione della mia distanza dalle distopie, un giorno te la racconto ( non per fare la misteriosa, è solo che i commenti ai post a volte stanno stretti).

  2. wwayne ha detto:

    Visto che condividiamo la passione per la lettura, ti consiglio caldamente questo splendido libro: https://wwayne.wordpress.com/2017/04/30/febbre-da-concerto/

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