#CiclogiroItalia2017 – 17/20 giugno: da Lecce a Foggia

Prima di congedarmi da Lecce, visito ancora l’interno del Duomo e l’elegante cripta sotterranea. Questa è sorretta da ben 94 colonne i cui capitelli differiscono tutti gli uni dagli altri. Oltre a rappresentare un luogo di preghiera, contiene anche i sepolcri di defunti appartenuti alle famiglie nobiliari. Negli ultimi anni è stata interessata da accurati lavori di restauro durante i quali sono stati scoperti ulteriori locali collocati ad un livello ancora più basso in cui i corpi dei defunti venivano lasciati decomporre, come testimoniato dalla presenza dei canali di scolo e pozzetti per la raccolta dei fluidi corporei e di numerosi resti di ossa umane.
Il tratto di campagna che attraverso mentre raggiungo la costa è interessato da numerosi roghi, che coinvolgono la vegetazione ai margini della strada, piccoli lotti di terra e anche terreni agricoli. Le loro cause sono molteplici ma tutte riconducibili alle attività umane: dal lancio di mozziconi di sigarette accesi alla pratica scorretta di bruciare così i rifiuti di qualsiasi genere. Sulla vicina costa non va meglio, caratterizzata da una serie di villaggi sgraziati in cui almeno la metà delle case sarà stata costruita abusivamente e dall’odore acre dei roghi che si sente nell’aria.

La situazione migliora rapidamente, però, mentre mi approssimo a Brindisi. Scompaiono i segni di degrado ed entrano in scena estesi vigneti, fra i più grandi visti finora, che si alternano con i campi, tuttavia la fascia costiera è occupata da uno stabilimento Enel.

Su Brindisi, che apprezzo da subito soprattutto per l’atmosfera quieta e un po’ incantata, l’affaccio piacevolissimo sul porto naturale, il lungo viale alberato che conduce al mare e le colonne romane ritenute in passato terminali della via Appia, lascio che a esprimersi siano le parole perfette tratte da un’opera dello storico dell’arte Cesare Brandi, lette da un’incisione collocata nel centro della città: “La bellezza di Brindisi non è travolgente, e più che di bellezza bisogna parlare di attrattiva; ma il piano stesso della città, con la sua lunga strada alberata, e lo sbocco su un mare dolcissimo, permette di assaporare via via per quel che vale, e vale parecchio, la luce candida che dardeggia la città da ogni lato. Sarà stata la primavera, l’aria lavata dalle piogge recenti, il sole che non acceca come d’estate: ma in quella luce sembrava di trovarsi entro pareti di cristallo, nella lanterna d’un faro.” 

Il tratto di costa successivo affianca la riserva naturale di Torre Guerceto e, potendo finalmente ammirare una vegetazione più folta e in salute, senza segni di degrado, erosione, con alberi dalle chiome alte e rigogliose (la Puglia finora si è dimostrata essere la regione con la superficie boschiva di gran lunga meno estesa fra quelle incontrate), mi rendo conto di come la qualità del paesaggio sia strettamente condizionata dalle attività umane. Troppo spesso si ritiene irresponsabilmente che l’aridita’ di un luogo, e conseguentemente la sua povertà, dipenda da cause climatiche, ma ci si dimentica che fra disboscamenti, pascoli, sfruttamento eccessivo della terra si può trasformare una zona ricca e varia in una landa desolata e improduttiva (escludendo la cementificazione che distrugge direttamente il suolo). Questa area protetta, invece, è un giardino ben conservato di intatta bellezza, che si presenta in salute perché bene amministrata e gestita, l’esatto opposto di quanto ho osservato alcune decine di chilometri addietro, anche se c’è contiguità, medesime condizioni climatiche e potenzialità. Lo stress a cui è sottoposto il territorio, quindi, è innanzitutto quello derivante da attività umane impattanti e scriteriate, solo in seconda misura si possono considerare le varie condizioni climatiche e ambientali che ne facilitano o meno la rigenerazione.

Dopo 86 km mi fermo in località Specchiello.

Notte molto ventosa che ha spazzato via la cappa africana, restituendo un cielo terso e contrasti cromatici netti, ma le raffiche continueranno forti per tutto il giorno, dimezzando quasi la velocità della mia andatura. Il falsopiano su cui mi muovo è ricoperto in ogni direzione da uliveti. Buona parte degli esemplari ha una stazza importante, alcuni un diametro talmente grosso che per cingere il tronco servirebbero tre persone; ma ancora di più rimango impressionato dalla forte nodosità della corteccia, dall’aspetto contorto e intrecciato, filamentoso, del fusto, sul quale sono scavati buchi e cavità. Sembrano grosse interiora attorcigliate e fossilizzate, oppure mostruosi corpi alieni aggrovigliati e addormentati.

Ostuni è una scultura di ghiaccio che si innalza fra il verde diffuso delle chiome degli ulivi. Le sue case bianchissime riflettono la luce del sole accecandomi e la calce ricopre quasi tutto come uno strato di glassa che è stato spalmato su ogni superficie di edifici, mura, scalinate, archi e rocce. Riunisce in sé i tratti marcati dell’insediamento primitivo pugliese denso di abitazioni addossate l’una sull’altra, con vicoli e cunicoli; del borgo medievale fortificato, con archi, torrette, mura e la cui posizione rialzata regala scorci notevoli verso un mare limpido e una verde pianura; del centro nobiliare decorato in stile barocco e rococò, con soluzioni raffinate ed eleganti ed infine dell’espansione ottocentesca, con piazze e strade più grandi, luminose e “importanti”. Passeggiare per le vie ombrose e fresche, spazzate da questo vento balcanico che giunge qui dopo aver messo in agitazione il mare e di cui ne trasporta l’odore, in una luminosissima giornata di metà giugno, è una esperienza davvero piacevole.

Torno sulla litoranea, che coincide con l’Appia Antica, poi seguo la diramazione segnalata come provinciale 90 e mi trovo a ridosso della riva. Il mare è molto agitato e gli schizzi dei cavalloni che si infrangono su rocce e scogli mi raggiungono frequentemente mentre pedalo. Il vento forte mi ha rallentato parecchio oggi e non è possibile superare i 10 km/h. Tempo avverso per turismo e operatori del settore, con le acque che raggiungono gli ombrelloni erodendo la coltre sabbiosa delle spiagge. Con Egnazia, antica città messapica e romana, affiancata da un’area archeologica, termina ufficialmente il Salento. 

Dopo soli 58 km mi fermo per la notte. Mi sento improvvisamente molto stanco ma, ignaro, attribuisco questo brusco e sospetto calo verticale allo sforzo prolungato dell’odierna pedalata controvento. Quando mi corico dopo la cena, però, sono in preda a tremori e un senso di spossatezza che, per il momento, verranno superati con una buona dormita.

Monopoli mi piace da subito e molto, con quel dedalo di stradine aggrovigliate che, attraverso la vecchia porta romana, conducono allo splendido bacino naturale protetto dai venti su cui sorge il Porto Vecchio, il centro d’irraggiamento da cui cominciò l’espansione della città messapica durante il V secolo a.C. Durante il periodo romano la città si doto’ di torri e corpi di guardia che, assieme alle mura messapiche, furono inglobate nel Castello Carlo V, costituito nel XVI secolo durante la dominazione spagnola in località Punta Penna, a nord del centro storico.

Di Polignano individuo due volti, molto diversi l’uno dall’altro: il primo che incontro, provenendo da sud, corrisponde ad un fitto reticolo di dritte vie ortogonali ma ondulate, piuttosto esteso e via via più piacevole e interessante con il progredire verso l’interno, il secondo è rappresentato dal borgo fortificato, arroccato spettacolarmente sul mare, nel punto in cui le rocce su cui sorgono le abitazioni formano uno strapiombo verticale, una parete che contiene grotte e cavità naturali. Il mare ancora abbastanza agitato, scontrandosi contro quella parete inespugnabile, genera fragorose esplosioni di schiuma. 

A nord di Polignano, invece, la ben conservata campagna, nel tratto più prossimo alla costa, ospita una grande quantità di costruzioni in pietra che mi sembra costituiscano l’incrocio fra il trullo e la casedda. Sorgono sparpagliate in modo tale che ad ognuna sia assegnato un lotto di terra fertile. Intuisco allora quanto il trullo tipico, quello di Alberobello per intenderci, sia solo una sorta di fotogramma “congelato” del film sull’evoluzione di questa struttura, che invece poteva variare continuamente in base all’uso, alle necessità e alla zona, ibridandosi, se necessario, con tipologie diverse di costruzioni e modellandosi sull’uso vivo che se ne faceva. 

Le mie condizioni fisiche, intanto, tornano a peggiorare e, quando raggiungo Bari, la visito in modo affrettato. La città medievale, comunque, sembra decisamente interessante ma anche quella relativa allo sviluppo ottocentesco non delude. Dopo 81 km arrivo a Giovinazzo e ho fretta di sistemarmi in un campeggio che, come scoprirò con estremo disappunto il giorno dopo, è privo di alberi, e quindi ombra, su un gran numero di piazzole: alle ore 6:45 del 20 giugno la tenda è già surriscaldata per via dell’effetto diretto dei raggi solari e non posso più dormire.

Le difficoltà che incontro a fare colazione, nonostante ieri non abbia neanche cenato, chiariscono inequivocabilmente che ho dei problemi allo stomaco, uniti al senso di spossatezza, alla nausea e alla febbricitante stanchezza che mi pervadono. In più è tornato il caldo forte e sembra ancora maggiore dell’ondata precedente. L’obiettivo è raggiungere Foggia dove andare a trovare dei parenti e riposare un po’, ma questa traversata mi costerà cara perché, dei 109 km percorsi in data 20 giugno, almeno la metà sono collocati nell’entroterra infuocato e assolato. Ogni fontana quindi mi dà la possibilità di rinfrescarmi e bagnare completamente la testa e il cappello, che diventa un refrigeratore per tutto il tempo in cui resta umido; ogni albero mi offre l’occasione per una pausa all’ombra della durata di qualche minuto durante la quale smaltisco parte del calore accumulato. Fino alla meta finale, raggiunta con una prova di caparbietà e ostinazione che spero di non avere più necessità di ripetere per molto tempo ancora e che non auguro a nessuno di dover dimostrare…

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