#CiclogiroItalia2017 – 14/16 giugno: da Alliste a Lecce

Caldo aggressivo già dalle prime ore del mattino. L’anticiclone africano, il nuovo protagonista delle estati europee da circa un quindicennio pur nell’ignoranza generale, è giunto a farci visita scalzando l’azzorriano, ormai indebolito e passato di moda. Eppure le rare Fiat 500 che mi superano, 50 anni ben portati, sembrano non patire più di tanto la canicola. Le sento arrivare da lontano, le riconosco dallo sferragliare del glorioso bicilindrico raffreddato ad aria, mi superano con i deflettori spalancati a 90 gradi; essenziali, leggere ed agili avanzano per questa litoranea rovente e pietrosa senza grossi affanni. L’odore di bruciato, se non proviene dai freni dei grossi SUV impacciati e sotto sforzo, con le ventole di raffreddamento che girano al massimo, è quello delle ristoppie a cui i contadini danno disinvoltamente fuoco.

Il mare, presenza costante a pochi metri sulla destra, è l’indiscusso protagonista. Il suo profumo satura l’aria, invade narici, polmoni, si appiccica sulla pelle che diventa salata; il suo respiro lento e profondo si manifesta nello sciabordio delle onde contro gli scogli e in una brezza lieve e fresca. Fra il nastro d’asfalto e l’immensa massa d’acqua blu si dispiega lo spazio per la terra rossastra dei campi, il verde intenso degli orti e dei fichi d’india, il grigio degli onnipresenti muri a secco. 

A Santa Maria di Leuca, estremità inferiore del tacco dello Stivale, ammiro le belle ville ottocentesche mentre, poco fuori dall’abitato, in posizione elevata, sorge La Basilica-Santuario di “Santa Maria de finibus terrae”, che subì ripetuti assalti da parte dei pirati e conseguenti danneggiamenti; vicino al suo altare è conservata una porzione superstite di una tela che ritrae la Madonna ed il Bambino, miracolosamente scampata all’incendio appiccato dagli invasori. Il caldo, intanto, raggiunge vette decisamente elevate ed inedite in questo cicloviaggio. Dopo Leuca la costa si movimentato diventando alta, bella, rocciosa e frastagliata; la bollente provinciale scorre nella rada pineta fra sassi e costruzioni primitive, in tutte le possibili varianti; la presenza dei muri a secco è continua ed ossessiva: sono costruiti anche lungo i declivi più scoscesi, a delimitare fino all’ultimo metro proprietà che, a giudicare dall’intreccio che vedo, avranno costituito motivo di chissà quanti litigi, diatribe se non addirittura faide!

Santa Cesarea Terme conserva nella Villa Sticchi, costruita per volontà del primo concessionario delle terme, un esempio dello stile moresco dalle origini islamiche radicatosi nei secoli XI-XV nel Mediterraneo occidentale e diffuso nell’Ottocento nelle località balneari del Salento. Purtroppo non manca il pugno in un occhio, assicurato dalla presenza di una piscina ormai in disuso installata fra le pareti verticali di roccia sul mare, poco più in là. Un autentico ecomostro di cui auspicare la demolizione al più presto. Meglio non chiedersi a cosa serva, poi, una vasca da bagno gigante, così appare se osservata da una certa distanza, collocata fra le acque particolarmente limpide del mare…

La costa è comunque superlativa. Falesie, declivi rocciosi, grotte naturali, pendenze vertiginose su cui crescono gli ulivi che riescono a piantare radici in piccoli fazzoletti di terra delimitati dai sassi, fichi d’india ovunque. Quando manca poco ad Otranto, il litorale subisce una metamorfosi istantanea, diventando una grande pianura che termina con uno strapiombo sul mare, un paesaggio irlandese nel cuore del Mediterraneo, solo più arido e caldo, ma ugualmente spettacolare.

Dopo 94 km mi sistemo ad Otranto, il comune più orientale d’Italia, un lembo di terraferma fortificato che si sporge sulle acque, fitto di costruzioni antiche fra cui spiccano il Castello Aragonese e la Cattedrale, sulla cui piazza prospiciente, ad un’altezza di alcuni metri dal suolo, le rondini si dispiegano in un volo circolare gioioso e rumoroso. La cittadina è graziosa, perfetta per il turismo odierno attratto dai prodotti tipici e dagli scorci pittoreschi a portata di mano, fruibili con immediatezza e senza scarpinare troppo; tuttavia per ora gli eccessi del sovrappopolamento vacanziero sono ancora lontani e la passeggiata è godibile.

Cielo lattiginoso, colori smorti, sensazione di afa accentuata, l’Africa sahariana, dopo aver fatto il carico di umidità dal mare, ha piazzato le tende sulle nostre teste e non intende abbandonare facilmente le terre conquistate. Per fortuna si attiva la brezza dal mare, ancora fresco, che mi aiuta a mantenere un precario equilibrio fra la velocità di crociera e lo sforzo: cerco di ottenere il massimo dal minimo, dosando la spinta sui pedali per non sudare troppo. Affianco i Laghi Alimini sulla sinistra e la Baia dei Turchi a destra, luogo dove, come la leggenda racconta, sbarcarono i turchi per cominciare il lungo assedio ad Otranto. 

Costa sempre notevole, con boschetti e pinete a ridosso del mare, alcune falesie e isolotti. Mi bagno nelle splendide acque interne alla Grotta della Poesia, una cavità di origine naturale aperta a sud dell’insenatura meridionale del promontorio di Roca. Una fessurazione conduce ad un complesso di tre grotte carsiche tra loro comunicanti attraverso sifoni, cunicoli e gallerie. Il “monumento” riveste anche un’importanza archeologica, in quanto sulle pareti si trovano centinaia di testimonianze epigrafiche, con incisioni riferibili all’età preistorica, messapica e latina. Acque limpide e fresche, panorama suggestivo, bagno che non scorderò.

Fino a Torre Specchia si susseguono falesie di roccia calcarea, spiaggette e isolotti; una volta raggiunto l’agglomerato abbandono la costa e penetro nell’entroterra seguendo le indicazioni per Acaya, direzione Lecce. Mi ritrovo in breve circondato da chilometri di uliveti, con i filari ordinati degli alberi che si perdono a vista d’occhio interrotti solo da qualche primitiva costruzione in pietra. Il canto delle cicale impazzite per via del sole feroce raggiunge volumi da discoteca, sovrasta il rombo delle poche vetture che percorrono la statale semideserta, alla fine è l’unico segnale di vita nell’immobilita’ arroventata che mi circonda. I paesi che attraverso non registrano tracce di attività umane, ma ostentano nella piazza principale con un certo orgoglio il cartello che segnala la disponibilità della connessione WI-FI gratuita in tutto il comune.

Acaya, ad una dozzina di chilometri da Lecce, vale quasi quanto la toscana Monteriggioni. È un esempio di borgo fortificato a pianta ortogonale, con un castello e una porta principale di accesso; assunse questo nome quando Giovanni Giacomo dell’Acaya, “regio ingegnere militare” di Carlo d’Asburgo e alla cui famiglia era stato concesso il feudo tre secoli prima con il nome di Segine, decise di costruirvi le mura e scavare il fossato attorno al castello già edificato durante il governo del padre. La Valle della Cupa, area perlopiù pianeggiante e fertile che si estende intorno a Lecce, include numerose masserie, anche abbandonate, è cappelle votive; cave di tufo e affioramenti di roccia nei campi, che ho riscontrato frequentemente in Puglia.

Nel tardo pomeriggio raggiungo il capoluogo dopo 53 km, con l’intenzione di rimanere per visitarlo il giorno successivo.

L’appellativo per Lecce di “Firenze del Sud”, anche se un po’ iperbolico, è comunque giustificato, anche se trovo più affinità con la “Firenze dell’Elba”, come veniva chiamata la città tedesca di Dresda fino al 1945, prima che una sola notte di criminali e devastanti bombardamenti aerei la distruggesse a guerra quasi conclusa. Il barocco leccese, diffusosi nel Salento fra il Seicento e il Settecento, utilizzava una pietra locale di tipo calcareo, tenera e quindi adatta alla lavorazione con lo scalpellino, dai toni caldi e dorati. Infatti Lecce non è bianca come altri notevoli centri salentini che ho esplorato, ma tende ad un giallo oro tenue che risalta particolarmente al tramonto. Barocco ma anche rococò, raffinati e leggeri, adornano con ricchezza estrema di dettagli le facciate di alcuni monumenti, fra i quali: il Duomo e il Seminario, affacciati sulla medesima piazza ampia e scenografica che, collocata in un’urbanistica più raccolta e compatta, realizza una rottura che genera stupore ed incanto quando vi si accede; la Basilica di Santa Croce, in fase di restauro e nascosta dalle impalcature, e il vicino, notevole palazzo del governo; le numerosissime chiese che si incontrano in ogni angolo o piazzetta e le facciate di palazzi nobiliari sparsi ovunque per il nucleo storico.

La mia passeggiata comincia dopo le 17, non appena la morsa del sole inizia ad allentarsi e scompare progressivamente quel senso di apnea, di attesa per il ritorno alla vita in strada. Apprezzo le proporzioni degli edifici, le volumetrie contenute e il rapporto fra la larghezza delle strade e l’altezza delle costruzioni, uniforme per tutto il centro. Le vie lastricate in pietra, come ho notato in molti altri borghi del meridione, sono molto lucide, come se vi fosse stata passata la cera. Si tingono dei colori provenienti dall’ambiente circostante e permettono quasi agli edifici di specchiarsi sulla loro superficie, generando un effetto simile alla traslucenza, che si manifesta quanto si vede attraverso un liquido cosa c’è sotto. Ecco, gli edifici specchiati rappresentano una seconda città capovolta e riflessa su queste vie dall’andamento irregolare, curvilineo come il corpo di un serpente. 

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