#CiclogiroItalia2017 – 11/13 giugno: da Matera ad Alliste (Salento)

Salutata la Città dei Sassi, affronto gli spazi infiniti della Murgia Materana, un mare dorato di spighe scosse dalle sostenute raffiche di vento che rallentano la mia andatura. L’ingresso in Puglia non introduce particolari novità nel paesaggio appena ondulato in cui si susseguono alcuni centri abitati. Il primo avvistamento con i trulli avviene a meno di una decina di chilometri da Mottola: l’esemplare è collocato nei pressi di una grande e pregevole masseria abbandonata, caratterizzata da elementi che richiamano quelli di un castello medievale, a partire dalle proporzioni, passando per le merlature, la presenza di una chiesa e di una torre.

Oltre Mottola l’altopiano degrada lentamente verso il mare e con esso il lungo rettilineo perpendicolare alla costa da cui avvisto il Golfo di Taranto e le alte ciminiere dell’enorme stabilimento dell’Ilva. Mi immetto sulla statale 7 fino a Massafra il cui tracciato coincide con quello che fu ben più famoso e prestigioso, anche se ormai quasi dimenticato, di un’altra strada: l’Appia antica, che collegava Roma con Brindisi al tempo dei romani. Questo è un territorio di gravine e civiltà rupestri che, proprio come a Matera, sfruttavano le grotte naturali lungo le pareti dei solchi tellurici per realizzare abitazioni e luoghi di culto. Massafra, costruita a ridosso di un’altra gravina, trae origine da questa attitudine abitativa. Rocce ed edifici formano un tutt’uno, con i secondi che incarnano la naturale prosecuzione delle prime verso l’alto; osservo questo dalla stretta strada che conduce al centro storico, delimitata lateralmente da pareti di roccia intonacate di bianco su cui sorgono le case. Simile ad una caverna di ghiaccio, priva però della volta.

Più avanti registro il ritorno in grande stile dei muri a secco, come quelli incontrati nel ragusano, nelle terre del Gattopardo. Delimitano con geometrie regolari appezzamenti di terreno in cui vegetano esemplari di ulivi che, a giudicare dal diametro dei tronchi e dalle nodosità pronunciate, sono probabilmente secolari. Un netto cambio di direzione verso il nord, con destinazione Alberobello, mi pone dinanzi alla salita per l’altopiano della Murgia Tarantina, dalla cui sommità si può godere della vista sul Golfo della città.

Il paesaggio, con il procedere dei chilometri, si rivela progressivamente nelle sue componenti fondamentali svelando così l’anima più autentica e antica della Puglia. I grandi lotti agricoli, delimitati da muri a secco alti fino a 1,50 metri le cui buone condizioni testimoniano l’utilizzo mai cessato da parte della popolazione delle aree rurali, non si sono modificati nel tempo e ancora oggi ospitano trulli e masserie. Il trullo, evoluzione in muratura della primitiva capanna, in greco tardo significa “cupola”, realizzata con il sistema della “tolos”, mettendo cioè uno sull’altro in cerchi concentrici tante file di pietre, con quelle di sopra sempre un pochino più sporgenti sulla fila di sotto. In cima al cono del tetto è collocato un pennacchio che può assumere varie forme e dona slancio alla struttura. Le vicine masserie, di un bianco accecante, mi ricordano gigantesche costruzioni di ghiaccio dalle forme tondeggianti e i tetti grigi di pietra. Osservo sassi e roccia ovunque, affioranti direttamente dai terreni e primo materiale di costruzione alternarsi con i cilindri di fieno che riposano lungo le praterie declinanti; con le greggi, dai cavalli ai bovini, che brucano, anche nel sottobosco pietroso; con gli ulivi e le colture. Agricoltura e pastorizia sono gli elementi predominanti di questo contesto che mantiene però, evidente, un rapporto con la pietra che sa decisamente di preistoria, di ancestrale, e che raggiunge il culmine con i trulli, vere e proprie capanne primitive evolute. Ad Alberobello si conclude questa tappa lunga 96 km.

La visita alla cittadina purtroppo conferma i miei timori e cioè che l’architettura moderna prima e il turismo di massa dopo l’abbiano trasformata in una sorta di luna-park, una disneyland piena di negozi di cibo e souvenir, cancellando quasi totalmente lo spirito originario del luogo che ieri, sull’altopiano, ho autenticamente respirato. Il Rione Monti contiene centinaia di Trulli ed è stato definito Patrimonio dell’Umanità entrando così nella lista UNESCO, ma quasi ogni capanna è addobbata di mercanzia varia, trasformata in ristorante oppure micro-museo; fastidiosi poi sono i cartelli che, come slogan, recitano frasi come “il trullo con pavimentazione originale del ‘700” oppure “trullo panoramico” e via dicendo. Pare il villaggio dei Puffi. Di questi edifici molto simili gli uni agli altri e interessanti soprattutto se inseriti in un contesto intatto e credibile, ma non ritengo per la loro architettura elementare per quanto intelligente, segnalo il Sovrano, chiamato così perché è l’unico a disporre di un piano rialzato, raggiungibile attraverso una scala in muratura dall’interno e tra i primi ad avere visto l’impiego della malta nella propria costruzione.

Lascio Alberobello senza troppi rimpianti ed affronto la Valle d’Itria, i suoi boschi, la macchia mediterranea, gli uliveti, le distese di ciliegi ed il suolo di un colore marrone acceso, tendente al rossastro. In qualsiasi direzione volga lo sguardo, rilevo un territorio punteggiato dal bianco dei trulli, che qui riescono a suscitare incanto per la forma, il colore e qualcosa di meno evidente ma funzionale, ossia il legame con la terra, rudimentale ma autentico e ancestrale.

Locorotondo è un gioiello nel cuore della valle; il suo centro storico un tempo fortificato da mura e torrioni custodisce antichi palazzi colore della calce, piazzette suggestive, strette viuzze che seguono l’andamento circolare della collina, e scorci preziosi sul paesaggio sottostante. La successiva Martina Franca, con i suoi 50.000 abitanti, vince però qualsiasi confronto. Con la sua architettura rococò più spiccata che in qualsiasi altra città meridionale, esprime grazia, eleganza e libertà dalle preoccupazioni, dalla pesantezza, risultando anche gioiosa. Moltissimi dunque i palazzi signorili risalenti al XVIII secolo, in cui lo stile delle facciate è in sintonia con i valori a cui si ispirava l’aristocrazia dell’epoca. Dopo 107 km, di cui 80 circa percorsi nel solo pomeriggio, mi sistemo a Torre Lapillo, una località sulla costa appartenente al comune di Porto Cesareo.

Procedo verso sud con il mare alla mia destra. Fa molto caldo ma oggi la bicicletta è forse la scelta migliore: nessuna salita importante in vista, una pedalata leggera e agile, mentre la ventilazione data dalla velocità di crociera aiuta a smaltire il calore prodotto. A piedi non sarebbe ugualmente piacevole mentre in auto bisognerebbe sopportare il disagio dovuto all’abitacolo surriscaldato prima che l’intervento del condizionatore lo rinfreschi e in ogni caso si rimarrebbe isolati. Sul litorale sorgono in coincidenza dei promontori torri di guardia contro i pirati saraceni, la maggior parte delle quali è realizzata in muratura con forme squadrate, merlature ed una scala di dimensioni importanti che introduce al portone d’ingresso; in pratica dei piccoli bastioni in grado di ospitare pezzi di artiglieria pesante.

Nei campi alla mia sinistra, invece, sono frequenti delle costruzioni in pietra che si discostano parzialmente dai trulli innanzitutto per la pianta, in quanto non è esclusivamente a base quadrata ma può avere angoli molto arrotondati oppure forma circolare; composti da uno o due cilindri sovrapposti, presentano raggio decrescente salendo di livello e muri lievemente inclinati verso il centro. Privi d’intonaco e con un diametro alla base piuttosto ampio se rapportato all’altezza complessiva, appaiono tozzi e poco slanciati. Delle scalette esterne di pietra consentono di raggiungere il piano superiore. A seconda del luogo in cui si trovano, possono prendere il nome di furnieddhi, pajari oppure caseddu.

La provinciale 286 penetra nel perimetro del Parco Naturale Regionale di Portoselvaggio e Palude del Capitano, 300 ettari di pineta e 7 km di costa alta e incontaminata, disseminata di torri costiere, grotte e ripari naturali frequentati fin dal Paleolitico. Segnalo la baia di Uluzzo su cui svetta la torre, la cava messapica di blocchi monolitici e la baia di Portoselvaggio. Queste sono zone messapiche, dal nome dato all’area (Messapia) compresa fra le province di Lecce, Brindisi ed in parte Taranto, su cui si stanzio’ a partire dall’VIII secolo a.C. una popolazione di origine illirica, proveniente cioè dai Balcani, assorbita successivamente da Roma ma che mantenne comunque caratteristiche proprie.

Gallipoli vecchia, sviluppatasi su un’isola collegata alla terraferma da un ponte seicentesco, ha l’atmosfera della tipica località di mare. Una cittadina densa di abitazioni, alcune semplici, altre barocche, collegate da fresche viuzze in cui è difficile comunque perdersi, perché si raggiunge velocemente il perimetro dell’abitato, di alcuni metri elevato sulle acque, oppure si incontra la Cattedrale, che sorge al centro e nel punto più alto dell’isola. Realizzata a partire dal 1629, nel 1696 fu completata la ricca facciata barocca, mentre l’interno, con le 12 colonne doriche che separano la navata centrale dalle due laterali, è una vera e propria esposizione di numerosi grandi dipinti realizzati da vari pittori.

Dopo 70 km finisco in un “accampamento rurale” all’interno di un uliveto e monto la tenda vicino ad un caseddu, in località Alliste.

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