#CiclogiroItalia2017 – 9/10 giugno: da Gravina in Puglia a Matera

Dal bed and breakfast situato nel centro mi immetto senza difficoltà sul selciato di un’antica strada romana che conduce alla gravina, una faglia tellurica consistente in un solco profondo decine di metri, irregolare e molto largo. Il sito assume anche valore archeologico in quanto le grotte scavate nelle rocce lungo le pareti laterali furono usate come dimore primitive e perfino luoghi di culto. La ferrovia che passa nelle vicinanze costituirebbe un’ottima possibilità per un turismo ecologico, ma purtroppo il servizio è stato soppresso alcuni anni fa; il sedime e i binari sono ancora in ottime condizioni, così come la segnaletica, funzionante ed attiva, ma con i semafori perennemente accesi sul rosso. Si preferisce tutravia continuare a sostenere, con grande miopia e malafede, unicamente la mobilità privata e i suoi costi proibitivi in termini di manutenzione stradale, cure sanitarie e inquinamento. Appena più a valle si dispone l’area archeologica Padre Eterno, su cui si insediarono a partire dall”VIII secolo a.C. gli indigeni Pauceti, fusi prima con i Greci e successivamente con i Romani.

Dopo meno di una ventina di chilometri raggiungo Altamura, di cui apprezzo molto il compatto centro storico di origine medievale in cui la tinta prevalente è il bianco calce che esaspera la luminosità. La Cattedrale è splendida, così come l’area in cui è inserita e gli archi gotici che è possibile scorgere un po’ ovunque; a quanto risulta la Cattedrale fu l’unico edificio sacro voluto e fatto realizzare da Federico II di Svevia.

Termina così questa breve divagazione in terra pugliese, avvenuta nella provincia di Bari, e rientro in Basilicata. Matera non dista molto ma la statale è brutta, trafficata e alcune uscite in prossimità delle diverse zone della città sono chiuse a causa di alcuni smottamenti. Mi tocca allungare di qualche chilometro, evento che avrei volentieri evitato sotto il caldo afoso odierno, ma riesco comunque a sistemarmi in una masseria che offre anche servizi di campeggio, piuttosto vicina ai luoghi di interesse che intendo visitare, dopo appena 49 km.

Matera è difficilmente descrivibile perché totalmente al di fuori dai canoni. Spendo l’intera giornata del 10 giugno nella visita della città, che potrei definire anche insediamento preistorico, o ancora spettacolare parco naturale. Perché Matera è tutto questo, rappresenta l’anello di congiunzione fra l’essere umano cosiddetto “evoluto” e quello appartenente al neolitico, fra l’antropizzazione del territorio, fatta di costruzioni moderne e infrastrutture, e una natura scorbutica e insieme spettacolare. La parte antica della “città dei Sassi” è composta da tre rioni: i Sassi Barisano e Caveoso, che sorgono in due vallette a ridosso della profonda gola della Gravina di Matera che divide il territorio in due ed è attraversata dal torrente omonimo, e la Civita, collocata su uno sperone roccioso che separa i due Sassi, all’interno della quale sono costruite la Cattedrale e i palazzi nobiliari. 

I Sassi raccontano i diversi livelli di civilizzazione e antropizzazione che si sono succeduti nella storia, a partire dal neolitico, passando per la civiltà rupestre dei secoli  IX-XI, il periodo normanno svevo dei secoli XI-XIII , quello rinascimentale, quello barocco, per giungere infine agli anni Cinquanta del XX secolo, quando, in seguito alla presa di coscienza sulle pessime condizioni igienico-sanitarie a cui erano sottoposti gli abitanti, si dispose lo sfollamento con il trasferimento della maggior parte della popolazione, circa 15000 persone, in nuovi moderni quartieri. L’opera più determinante nell’attirare l’attenzione sul livello di degrado raggiunto fu “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi, pubblicata nel 1952, ma già nel 1948 Palmiro Togliatti prima ed Alcide De Gasperi poi, avevano sollevato la questione.

Visito per primo il Sasso Barisone, quello più sviluppato sotto il profilo architettonico, ancora abitato e sede di varie attività commerciali, solo successivamente il Caveoso, decisamente più primitivo. Nel primo l’evoluzione stratificata si traduce in una varietà costruttiva composta da camminamenti, scale, archi, gallerie, palazzi, ricche chiese ed una generale varietà; nel secondo ci si sente molto più vicini dall’età della pietra. Le numerose cavità tutt’ora presenti, sebbene sbarrate, permettono di farsi un’idea del tipo di abitazione in cui si viveva: poco più che grotte umidissime, scarne, con alcune nicchie per contenere poche suppellettili. In entrambi i casi gli scorci, dagli innumerevoli punti di osservazione, sono parecchio suggestivi e spesso ho avuto l’imbarazzo della scelta sul percorso da seguire, considerando le numerose varianti fornite dall’intreccio inestricabile di vie che si sviluppano anche in senso verticale. L’approccio migliore consiste dunque nel perdersi.

La posizione di Matera, se da un lato ne garantiva la sicurezza, dall’altro ha sempre reso difficoltoso l’approvvigionamento idrico, con il torrente che scorre 150 m più in basso. Sfruttando però la friabilità della roccia e la presenza di grotte naturali, gli abitanti hanno realizzato, con semplicità, destrezza ed efficienza, dei sistemi di canalizzazione delle acque condotte in una serie di cisterne e “palombari”. Con l’aiuto di una guida visito il Palombaro Lungo, la più grande riserva idrica della città posta sotto la centrale Piazza Vittorio, costruita unificando una serie di grotte sotterranee preesistenti e modellandone le pareti facendo assumere ad esse forme arrotondate capaci di smorzare la grande pressione dell’acqua. Profondo infatti 15 m e lungo 60, il Palombaro Lungo poteva contenere fino a ben 5 milioni di metri cubi d’acqua, alimentandosi per l’80% da fonti naturali e per il restante 20% con acqua piovana. Degno di nota è lo speciale intonaco, chiamato “coccio pesto”, che ha reso le pareti impermeabili e ancora oggi si presenta in eccellenti condizioni. Tale grandiosa opera è stata realizzata con la sola forza delle braccia a partire dal XVI secolo e nel 1991, quando è stata scoperta, era ancora colma d’acqua.

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