#CiclogiroItalia2017 – 7/8 giugno: da Rionero in Vulture a Gravina in Puglia

Rionero è un borgo piacevole, danneggiato in più occasioni dai terremoti, gli ultimi dei quali si sono verificati nel 1968 e 1980, e pertanto rimaneggiato; tuttavia conserva evidenti i tratti caratteristici, come gli archi in pietra dei portoncini, i balconi in ferro battuto, le vie lastricate e soprattutto la pianta modellata su stradine e vicoli tortuosi. Una volta partito da lì, costeggio il monte Vulture e raggiungo la quota massima di 875 m; poi la strada si inabissa nel buio dei fittissimi boschi che incontro lungo la discesa verso i laghi di Monticchio, entrambi di origine vulcanica in quanto occupano il doppio cratere centrale del monte.

L’Abbazia di San Michele, bianco calce, emerge fra gli alti alberi in posizione elevata rispetto alla superficie del Lago Piccolo che, alimentato da alcune sorgenti, attraverso un ruscello riversa le proprie acque nella cavità del Lago Grande, pochi metri più in basso. Su entrambi attecchisce e cresce spontaneamente la ninfea, con le grandi foglie galleggianti trattenute sul fondo da uno stelo lungo fino a 4-5 metri. Fra i due specchi d’acqua si conservano le rovine del convento di Sant’Ippolito, sicuramente abitato dai monaci benedettini nei secoli XI e XII.

Avrei voluto montare la tenda nell’unico campeggio esistente, ma l’uomo a cui chiedo indicazioni mi comunica che la struttura è ancora chiusa. “Era meglio quando era gestito dal padre… se volete potete mettervi lì, fra gli alberi, dove parcheggiano con i camper i tedeschi e gli olandesi che come voi non hanno trovato un posto, oppure qui da me”. Possiede uno degli innumerevoli punti ristoro che si susseguono lungo le sponde. Cominciamo a parlare, è un fiume in piena. “Ci stanno lasciando soli, questo è un luogo meraviglioso ma non c’è ricettività adeguata, dobbiamo mandare via i turisti!”. Sarebbe utile restare uniti allora, gli faccio notare… “Macché! Qui le teste sono vecchie, si vive come al tempo dei feudatari, ognuno pensa al proprio orticello e per fare qualsiasi cosa devi essere amico di quello e di quell’altro! Io avevo un ristorante a Monaco di Baviera, andava molto bene, poi con il terremoto dell’80 sono dovuto tornare”. Manca la libertà, tutto è bloccato a causa dei “padroni” e le occasioni non possono essere colte. Peggio, quel che c’è va in rovina. Tra un discorso e l’altro, mi prepara la fuoriserie dei panini, prosciutto crudo-formaggio-melanzane sott’olio e pane fragrante e croccante. “Questo è un ottimo panino” annuncia fiero, mentre preleva dal frigo una bottiglia fresca di Aglianico, il vino che si produce da queste parti. Estasi culinaria, la fermezza che mi ha guidato fin qui vacilla. Lui riprende a parlare, ce l’ha con tutti. Ragiona bene e ad un certo punto gli racconto della situazione che ho trovato in Sicilia e dello stato di prostrazione e di mancanza di fiducia e rispetto di sé che ho riscontrato specialmente nei calabresi. “È la mentalità in cui nascono e crescono. Non sono liberi, sono schiavi. Tutto è sotto l’influenza mafiosa, il modello è quello, cresci così e liberarsene rimanendo qui è impossibile”. Anche le multinazionali svolgono un ruolo predatorio. “In Basilicata siamo solo seicentomila e abbiamo un territorio ricco di risorse: acque minerali, legno, petrolio, fauna, prodotti della terra, ma non è nostro, è tutto in mano loro”. Si finisce a parlare del posto. Lui ormai vive qui, anche d’inverno. “Quattro anni fa è sceso un metro di neve, sono arrivati da me, dove parliamo adesso, quattro lupi, che se fossero stati uomini mi avrebbero ammazzato. E invece loro, intelligentemente, hanno atteso che gli portassi del cibo, gliel’ho dato e sono andati via”. Gli brillano gli occhi. “Io faccio il bagno nel lago. D’inverno diventa rosso perché i metalli, il ferro, salgono in superficie”. È anche attraverso le parole di questo uomo robusto, schietto e un po’ rude che riesco a cogliere l’eccezionalita’ di questa terra. In effetti durante la stagione fredda il Lago Piccolo tende all’omotermia, le acque si rimescolano e questo probabilmente consente la diffusione dei minerali che raggiungono la superficie. Ci salutiamo con semplicità. Mentre costeggio il Lago Grande scorgo le strutture abbandonate ricoperte dai rovi: una piscina e un hotel. In Italia non solo non si va avanti, ma si riesce anche a retrocedere. Eppure, forse, almeno questo paradiso di silenzio e natura intatta così si salveranno.

Riparto in direzione di Monticchio Bagni e Foggianello, sto “circumnavigando” il Vulture da sud-ovest a nord-est in senso orario, fra vigne, ulivi ed estesi campi dorati di grano, fino ad incontrare Melfi, con un nucleo medioevale racchiuso all’interno della città muraria e la sagoma squadrata e massiccia del castello in cui soggiornava Federico II di Svevia. Dotato di personalità e cultura decisamente al di sopra della media dei regnanti, rappresentò forse l’unico caso, da queste parti, di un esercizio del potere non predatorio e infatti il suo mito continua a vivere fra la popolazione. A lui sono dovute le Costituzioni di Melfi emanate nel 1231, un codice unico di leggi per l’intero Regno di Sicilia, il cui intento era definire uno Stato coerente che non prevedeva solo gli obblighi dei sudditi verso il governo, ma anche il contrario: una novità assoluta. Melfi è un intreccio medievale composto da vicoli e stradine, con la cattedrale dalla facciata barocca e l’alto campanile, i saliscendi, le botteghe, case basse, semplici oppure nobiliari. Si respira forse un’atmosfera un po’ dimessa, i sorrisi non sono del tutto aperti e le auto, del tutto fuori luogo almeno nel nucleo storico, rischiano di saturare lo spazio, già esiguo, sottraendolo alla socialità. Km 37.

Il paesaggio fra Melfi e Venosa muta ancora. Credevo di aver raggiunto l’apice della bellezza ma mi sbagliavo. Le atmosfere montane dei dintorni del Vulture si addolciscono e cedono il passo a meravigliose ondulazioni del territorio, fra campi coltivati, ruderi di antiche masserie, chiesette gotiche, boschi, corsi d’acqua, le tonalità vivaci dei fiori ai bordi della carreggiata, l’orizzonte che si allontana e tende all’infinito, il vento che spazza le nuvole e lo spirito, il cielo che sembra a portata di mano. Venosa, poi, è un gioiellino. Più allegra di Melfi, più compatta e bella. Nel punto di confluenza dei due valloni che delimitano l’altopiano su cui sorge, chiamati Ruscello e Reale, e che, occupato dalla Cattedrale, costituiva l’anello debole della struttura difensiva della città, nel 1470 fu edificato il castello, mentre la chiesa fu ricostruita all’estremità opposta della città. La zona adiacente alla fortezza assunse già allora la forma attuale con il portico semicircolare e le botteghe retrostanti. Dopo aver visitato la semplice casa in pietra di Orazio, il poeta latino nato qui nel 65 a.C. e del quale sono affissi lungo le strade i versi in gran copia, pranzo con una pizza proprio sotto quei portici ed entro in contatto con la gente di Venosa, veramente gioviale, aperta e sorridente. Esprime con modi diretti e semplici, privi di artificiosita’ e per nulla banali, la gioia che deriva dall’assaporare la vita, attimo dopo attimo, proprio come cantava Orazio, occupandosi il meno possibile del futuro. C’è dell’arte in tutto ciò, nella capacità di vivere e di gustarsi pienamente il presente. Le mie impressioni sono confermate quando un uomo ammonisce bonariamente il giovane cameriere che serve ai tavoli dicendogli: “non lavorare troppo, che il lavoro fa male!”. Un cattivo consiglio, direbbero in molti del nord, assuefatti alla schiavitù, ma in tale affermazione risiede una sapienza antica. Gesù affermava lo stesso, ad esempio. Occupare le giornate lavorando, secondo me, porta al progressivo annientamento dell’individuo. Per non parlare della fretta: qui non esiste e mi sembra che le cose, fra le persone, vadano decisamente meglio. Il contrario della fretta non consiste semplicemente nell’agire con più calma per non stressarsi, ma implica soprattutto il concedersi l’opportunità preziosa di elaborare naturalmente ogni istante, di trarre da esso il più possibile e quindi di godersi il presente. La velocità comprime troppo l’esperienza, che diventa una sintesi priva di nessi, una serie di puntini, di flash, separati, mentre la lentezza restituisce la dimensione esatta delle cose e la pienezza dell’esperienza. La velocità e il troppo lavoro, quindi, ci inaridiscono perché costituiscono un nutrimento povero. Il meridionale, non correndo e lavorando di meno, ha preservato in sé una ricchezza che il settentrionale, semplificandosi, ha perduto.

Anche il mio viaggio, lo sento, si sta trasformando. È entrato in una dimensione spazio-temporale nuova. Non contano più allo stesso modo i chilometri percorsi in ogni tappa, il numero di attrazioni viste, l’organizzazione, ma il come sto vivendo tutto ciò. Ho meno controllo su tutto, il tempo si sta dilatando, quest’aria mi vizia, così come i cibi, le persone, i panorami, tutto induce alla calma, a godere del qui e dell’ora. 

Lasciata a malincuore Venosa, mi dirigo sull’altopiano carsico delle Murge pugliesi, in provincia di Bari. La temperatura è perfetta, si raggiungono a fatica i 30°C, con una ventilazione piacevolissima. Pedalo fra campi infiniti, dislivelli morbidi, un panorama di una bellezza struggente. Il tracciato della ferrovia a scartamento ridotto fiancheggia la provinciale deserta su cui avanzo, supera corsi d’acqua su spettacolari ponti ad arco, alterna curve e rettilinei, mentre le colline ricoperte di spighe si stagliano contro il cielo, puntellate di ruderi e antiche masserie. Non mi sembra neanche di essere in Italia, è un paesaggio lunare; il silenzio è assoluto. Gravina in Puglia mi attende con il suo centro bianco come calce, “metà gotico e metà arabo”, le costruzioni antichissime in tufo, l’eleganza del Duomo e di molti edifici ottocenteschi, le strade lucide in pietra che sembra ci abbia piovuto e che riflettono i colori ambientali. Illuminata da una luna piena che gioca a nascondersi dietro una nuvolaglia leggera e disomogenea, pare un presepe. 98 km.

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3 risposte a #CiclogiroItalia2017 – 7/8 giugno: da Rionero in Vulture a Gravina in Puglia

  1. Alfredo ha detto:

    Caro figlio, i tuoi scritti sono per me poesia, filosofia, armonia universale. Bravo per davvero. Ciao

  2. Mari ha detto:

    Ciao Fabio! Sei passato in una delle regioni che negli ultimi anni ho amato di più: la Basilicata. Mi ha sorpresa per tutto: i paesaggi solitari, la scarsissima densità di popolazione, la bellezza indescrivibile dei sassi di Matera, l’ospitalità genuina e calorosa delle persone. Mi sono sentita come fossi a casa, mi muovevo come se avessi giò visitato quei posti, familiari pur essendo la prima volta che li visitavo. Tanto familiari che in più posti la gente mi chiedeva se c’ero già stata, che a loro sembrava di avermi già vista. Un terra speciale. Buon proseguimento!

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