#CiclogiroItalia2017 – 4/6 giugno: da Scalea  a Rionero in Vulture

Praia a Mare è bella, con l’isola di Dino a pochi metri dalla spiaggia, i rilievi che degradano con uno scalino verso la costa, le ampie distese di sabbia grigia, i fondali limpidi, ma l’ingresso in Basilicata, procedendo in direzione di Maratea, è spettacolare. L’Appennino termina bruscamente sul Tirreno, tuffandosi direttamente nelle acque trasparenti senza concedere spazio alcuno alla spiaggia o alla pianura, con pareti inclinate di almeno 45 gradi e, in alcune circostanze, verticali. Solo roccia e vegetazione a contatto con un mare limpido e profondo, solcato da imbarcazioni private, l’unico mezzo per poter godere del panorama offerto da queste cale, insenature e piccoli golfi.

La statale 18, intanto, ha cambiato vocazione e da strada di scorrimento è diventata turistica. È attraversata da un traffico nettamente ridimensionato, si è ristretta, presenta molte più curve che ricalcano l’andamento movimentato della costa e allo stesso tempo garantiscono continue variazioni del punto di osservazione sul panorama, che migliora di chilometro in chilometro divenendo superlativo. Silenzio, caldo accentuato appena mitigato dalla brezza, effluvi prodotti dalla macchia mediterranea che “lavora” a pieno regime sotto questo sole potente, profumi che giungono dalle cucine e dai forni a legna, il sassoso fondale marino chiaramente visibile anche da lontano.

Proseguo fino a Sapri, in Campania, dove i monti, arretrando di qualche chilometro e in maniera più dolce, concedono spazio alla spiaggia. Da lì mi arrampico verso l’entroterra fino a Lagonegro, comune lucano a circa 700m di altitudine. 78 km.

La Basilicata, dopo l’eccellente antipasto costiero, mi accoglie fra i suoi monti, con salite lunghissime seguite da ripide discese e con panorami mozzafiato osservabili dalla sommità dei rilievi, nel punto in cui i boschi cedono il passo ad ampie praterie, gli spazi si aprono improvvisamente, lo sguardo può volgere all’orizzonte senza ostacoli e comprende in un unico colpo d’occhio paesini costruiti su pendenze impossibili, crinali spelacchiati, strette e profonde valli, corsi d’acqua, pascoli, dirupi. La verticalità è esasperata dalle pendenze tutt’altro che moderate, eppure su questi declivi scoscesi mucche, pecore e capre trascorrono l’esistenza a brucare, i trattori operano in condizioni limite per dissodare i pochi terreni sfruttabili e, nei punti più esposti al sole, si distende anche qualche vigna. Terra dura, aspra, nevosa e fredda d’inverno, che tempra uomini ed animali abituandoli al sacrificio. Per quanto mi riguarda, invece, stringo i denti eccome ma apprezzo il fresco dell’alta quota: in un continuo saliscendi, tocco i 1200 m, poi mi abbasso fino a Moliterno, 850, e continuo fino a circa 700. Grumento Nuova è disposta lungo un crinale sopra la mia testa, le case allineate come vasi di fiori su un balcone prospiciente al piccolo altopiano sottostante.

Mi muovo su un raro lembo di terreno piatto e coltivato, silenzioso, profumato di camomilla, di cui scorgo i fiori a pochi metri da me, e addirittura menta; atmosfera placida, tutto è immobile, anche il tempo sembra non scorrere perché le attività umane sono scarse. Ricomincia la scalata, infinita; giro attorno a Viggiano seguendo la 103 in Val d’Agri ed oltrepasso il Valico Lago Todaro, a 1047m, fra verdi pascoli ed erba alta battuta dal vento; grilli e cicale in sottofondo spezzano un silenzio surreale. E dopo tutta quella fatica sofferta sotto il sole, ecco il bosco, fittissimo, intricato, dall’aspetto primigenio, fresco, quasi freddo, un mantello spesso 30 metri che pullula di forme di vita, misterioso e un po’ inquietante. Prudenza in discesa, l’asfalto è rabberciato, i tornanti sdrucciolevoli; un volpino ai margini della carreggiata mi vede e fa dietrofront senza indugio; i canti degli uccelli provengono da ogni direzione e distanze diverse. Dopo alcuni chilometri si verifica un’apertura e mi ritrovo nella regione di Corleto Perticara, a 750 m, fra vigneti e uliveti. Il paese diede i natali a Carmine Senise, capo dei rivoltosi contro i borboni. 85 km percorsi.

Da Corleto mi tocca raggiungere i 1240 m del Valico di Sella Lata, immerso nella foresta regionale Lata, la cui ombra mi protegge dal caldo che, negli ultimi giorni, è diventato aggressivo. A 900 m incontro il paese di Laurenzana, con la sua “corona” di case di pietra che circonda completamente l’imponente rupe su cui sorge il castello feudale. Un abitante non troppo anziano, vedendomi scattare fotografie, mi dice: “Eh, portatele come reclamm a ‘stu paese!”. Nasce così una discussione sull’incuria e abbandono in cui versa gran parte del territorio italiano. L’emorragia di abitanti a Laurenzana ha fatto sì che il loro numero scendesse da oltre 5000 ad appena 1600-1700. “Vedete queste case, tutte chiuse stanno. È come se uno smettesse di lavarsi la faccia e farsi la barba, è finito”. Lapidario ma giusto.

Riparto e perdo quota, ma poi decollo nuovamente fiancheggiando dapprima il colle di Anzi e superando ancora una volta i 1200 m al Valico di Rifreddo, ancora fra boschi, praterie e panorami che si aprono sulle profonde valli sottostanti. Potenza, al termine dell’ennesima discesa, mi impressiona negativamente già da lontano per via degli enormi palazzi squadrati che dominano il suo profilo. Cerco di cogliere un nucleo storico per cui valga la pena visitarla, ma riconosco solo sgraziati parallelepipedi di cemento. Dovendo comunque attraversarne la periferia, entro in contatto con la sua caotica viabilità, progettata secondo criteri fallimentari che, di fatto, non funzionano. Svincoli, uscite, rotonde, sopraelevate in abbondanza costituiscono un groviglio inestricabile che, invece di aiutare l’automobilista, lo intrappolano. Mi muovo sul piccolo marciapiede che affianca quella che è di fatto un’autostrada urbana fra enormi edifici residenziali allineati a formare un imponente muro, ruderi in pietra di vecchie case, pecore al pascolo, vegetazione incolta e semafori. Potenza è stata distrutta più volte dai terremoti, l’ultimo dei quali si è verificato nel 1980, e dai bombardamenti aerei della Seconda Guerra Mondiale, ma la sua ricostruzione poteva e doveva essere affrontata molto meglio.

A nord del capoluogo il paesaggio inizia a cambiare: i rilievi si ammorbidiscono e le foreste si fanno più rade, ma è superata Lagopesole e il castello dove soggiornava Federico II di Svevia che subisce la mutazione più incisiva, trasformandosi in una meravigliosa campagna irregolarmente ondulata, incorniciata da alture ammantate di boschi e dalle forme sfumate, a vocazione prevalentemente agricola: sto entrando nel Vulture, zona su cui svetta l’omonimo monte, vulcano ormai inattivo, di cui sono sopravvissuti due crateri riempiti dalle acque dei laghi di Monticchio. Il quadro complessivo è di una bellezza sconcertante: all’orizzonte il sole ormai basso fa capolino fra imponenti ammassi nuvolosi, tingendo di rosa la terra e le sue gialle spighe; i colori pastello prevalenti si riscaldano mentre l’azzurro del cielo attraversa quel breve periodo fra la notte e il giorno in cui è più puro e intenso; le ombre ormai lunghe donano maggiore profondità al paesaggio e ai filari di alberi che fiancheggiano la strada. Gli ultimi chilometri che percorro prima di giungere a Rionero procedono a singhiozzo perché interrompo di frequente la pedalata per imprimere il più possibile nella mente e nella memoria della macchina fotografica lo spettacolo. 105 km.

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