#CiclogiroItalia2017 – 29/31 maggio: da Calatabiano (Catania) a Serra San Bruno (Vibo Valentia)

Taormina, appollaiata su una collina a 206 m di quota, meta dei Grand Tour da parte dei giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo, oggi rinomata e costosa destinazione turistica, ospita i resti di un teatro greco collocato in una posizione straordinariamente panoramica in cui lo sfondo è rappresentato, a seconda della direzione dello sguardo, dalla città, dal mare, dalle vicine alture oppure dall’Etna. Trascorro un’ora abbondante fra le rovine dove, con l’installazione di alcune strutture aggiuntive in legno, si tengono ancora oggi delle rappresentazioni teatrali.

La Sicilia spara le sue ultime cartucce proponendo una bella costa frastagliata che si dipana in un’alternanza di tratti rocciosi e spiagge invitanti fino a Messina, dove riesco ad imbarcarmi per la Calabria. La giornata sta volgendo al termine e i colori si accendono delle tinte calde del tramonto. Il tratto che percorro, denominato Costa Verde, mi fa innamorare istantaneamente della regione su cui sto facendo il mio ingresso, con i crinali che terminano in modo spettacolare direttamente sul mare, lasciando lo spazio a spiagge e spuntoni rocciosi, mentre la grande massa d’acqua è una tavola che riflette il rosso del sole calante; la piccola Scilla, un pugno di case spalmate su un promontorio, si gode gli ultimi raggi; regna ovunque una grande quiete mentre il fresco della sera avanza timidamente, quasi non osasse aggravare la mia spossatezza. Mi fermo a Bagnara Calabra dopo 88 km.

Lasciato il centro, apprezzo l’aria salubre, profumata e rinfrescata dai fitti boschi che ricoprono le montagne, che qui si interrompono bruscamente di fronte al pelago. Dall’alto ammiro i panorami spettacolari generati grazie a questa danza fra mare e monti, perfettamente armonizzata. Raggiunta una quota di circa 500 m, avanzo su un altopiano variopinto, limitato a sinistra dal mare a centinaia di metri più in basso e a destra dai monti dell’entroterra ammantati di verde scuro. Sole che brucia, colori nitidi, aria fine e fresca che riempie facilmente i polmoni e dai quali altrettanto velocemente ne è espulsa. Si sta che è una meraviglia, le gambe girano come le bielle di una locomotiva a vapore.

La successiva piana di Gioia Tauro invece, anche se rigogliosa, smorza il mio slancio con un caldo feroce cosicché quando riprende la salita, questa volta per Nicotera, mi rimangono poca grinta e, per fortuna, molta filosofia. Il panorama sulla pianura e sulla Costa Viola, comunque, compensa almeno in parte. Da qui si scorge ancora la punta nord orientale della Sicilia, avvolta in una foschia da cui emergono le cime più elevate. Quando giungo a Tropea attraverso mille, affaticanti oscillazioni del territorio mi scappa un sonoro e liberatorio “Ole’!!!”, urlato in mezzo alla strada, che decreta la fine delle fatiche per la giornata odierna. Il luogo è incantevole e la sua bellezza è esacerbata dal tramonto incendiato che si svolge in questa profumata sera di fine maggio. Un alto muraglione roccioso ospita il centro storico, mentre un piccolo scenografico promontorio divide la costa in due parti, di cui una è occupata da una deliziosa pineta. Osservate dal basso, le abitazioni costruite sulla sommità della roccia non presentano uno stile uniforme, ma sono composte da un crogiuolo di stratificazioni, ognuna corrispondente ad un piano e differente dall’altro per le soluzioni estetiche adottate: archi, balconcini, finestrelle, piccole porte, muri sbilenchi… 84 i km percorsi.

La scalata che comincia dalle acque trasparenti di Tropea e si sviluppa sui ripidi tornanti della provinciale 19 si caratterizza per la forte pendenza, resa ancora più ardua dalla potenza dei raggi del sole. Nel giro di pochi km, dunque, raggiungo una quota ragguardevole. In Calabria il passaggio dal clima costiero a quello montano si verifica con particolare rapidità con effetti evidenti sulla vegetazione, l’aria, perfino le abitazioni, in pietra e con i tetti più spioventi a pochi km dal mare ma ad un’ altitudine molto maggiore. È qui che avviene l’unione perfetta fra due realtà generalmente considerate opposte: mare e monti si incontrano, instaurano un dialogo impossibile, si mescolano contaminandosi a vicenda.

L’acrocoro spezza-gambe su cui pedalo si estende a perdita d’occhio, fra campi di grano ancora verdi, corsi d’acqua e casolari in pietra. Si sta bene, l’aria è fine e fresca, sembra di essere fra le Alpi, eppure tutto questo è in pieno Mediterraneo. Pedalo in direzione del Monte Poro, sfioro l’abitato di Spilinga, “città della ‘nduja” come recitano i cartelli, mi dirigo verso Francica superata la quale sprofondo fra estesi, antichi e suggestivi uliveti, prima di affrontare l’ultima impegnativa salita, quella per Serra San Bruno, nelle Serre, caratterizzata dai boschi fitti e bui, in confronto dei quali la Foresta Nera bavarese rappresenta un toponimo ingannevole o perlomeno esagerato. Data l’ora e il fresco della sera, pernotto in un bed & breakfast al Passo del Falco, 6 km prima di Serra, in un contesto montano, raggiunto dopo aver superato i centri di Soriano e Sorianello e aver infiammato la curiosità dei loro vivaci abitanti. 71 km.

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