#CiclogiroItalia2017 – 26/28 maggio: da Gallina (Siracusa) a Calatabiano (Catania)

Dopo una ventina di km dalla partenza entro in Siracusa, di cui esploro Ortigia, il nucleo storico più antico, fondato da coloni corinzi nel 734 a.C., e costruito sull’omonima penisola. Ne percorro inizialmente il “periplo”, naturalmente via terra, per prenderne istintivamente le misure, invogliato dal panorama sul mare circostante; incontro poi il primo monumento della città, la Fonte Aretusa, una meravigliosa “vasca” naturale, sfogo di una falda e collocata svariati metri più in basso rispetto al livello della strada, dove crescono addirittura piante di papiro e nuotano numerosi pesci. Raggiungo la barocca piazza del Duomo, rinnovata dopo il terremoto del 1693, che viene definita una delle più belle piazze della Sicilia. Non stento a crederlo: di forma allungata, ospita la raffinata facciata del Duomo affiancata da palazzi ricchi di decorazioni; prevalgono le tonalità chiare che esaltano luminosità e dettagli. Il fianco visibile dell’edificio religioso ha un aspetto molto più antico e, osservandolo bene, riconosco un basamento a scalini decisamente segnato dal tempo e alcune colonne doriche inglobate nel muro della cattedrale: questa, infatti, è stata eretta sullo scheletro di un tempio greco, ma del resto l’intera piazza un tempo costituiva l’acropoli di Siracusa. 

È nei dettagli secondari che comunque apprezzo maggiormente Ortigia, perché svelano molto dello spirito del luogo e anche perché, per coglierli, mi allontano dagli itinerari più battuti dai turisti. La Via del Crocefisso, ad esempio, nel vecchio ghetto ebraico, la Giudecca, è una stradina letteralmente ricoperta di piante ornamentali; gli stretti vicoli che sembrano terminare direttamente sul mare, larghi a malapena due metri ma anche la metà per alcuni tratti, ombrosi e freschissimi, condizionatori naturali degli appartamenti che vi si affacciano, sono un richiamo irresistibile; i balconi con le ringhiere in ferro battuto, le mensole di sostegno barocche e la base che ricorda una conchiglia, ricoperti di fiori dai colori vivaci, ostentano e si fanno ammirare; i cortili interni, dove hanno dimora alberi anche secolari, inducono alla contemplazione e al silenzio. 

Il quartiere ottocentesco sulla terraferma, nelle immediate vicinanze di Ortigia, è piacevole ma molto più comune. Procedendo verso le aree più recenti, la magia svanisce del tutto ed è sostituita da un traffico caotico e incessante, di cui più che i fumi non sopporto i troppi decibel prodotti. Dovrò subire per molti km il rombo dei motori lungo la statale che, procedendo verso nord, affianca anche alcune grandi raffinerie e centrali elettriche che ammorbano l’aria con i prodotti della combustione. In serata mi sistemo a sud di Catania, dopo 81 km.

Il 27 maggio lo spendo interamente passeggiando per Catania, città fondata dai calcidesi nel 729 a.C. nel territorio compreso fra il mare e la pedemontana dell’Etna, profondamente mutata in seguito all’eruzione del vulcano nel 1669 e al terremoto del 1693, infine risorta con un centro barocco grazie alla supervisione degli architetti Giovanni Vaccarini e Stefano Ittar che la progettarono dotandola di ampie piazze e vie di dimensioni diverse. Il suo centro, Patrimonio UNESCO, esprime una ricca varietà, è frequentato, vivace, vissuto e goduto dai cittadini. Non è scintillante e, anzi, evoca trasandatezza, quasi incuria a volte eppure questo ne accresce il fascino. Catania è dotata di un forte carisma, ti ubriaca con il suo caos ma ti affascina con lo stile dei palazzi, la grandiosità e le linee sofisticate del Duomo e della piazza su cui si affaccia, i quartieri ottocenteschi pigri e sonnolenti specialmente nelle giornate estive ma pronti a cambiare pelle alla sera, quando i suoi abitanti, curati, profumati e ben vestiti, si riversano nelle strade e sfilano con sicura disinvoltura. Da segnalare il caratteristico mercato del pesce, il centro storico intatto costruito in buona parte con la roccia lavica prodotta dall’eruzione distruttiva già citata, le numerose chiese, i riusciti giochi prospettici, i freschi parchi cittadini e anche un anfiteatro greco di cui sopravvivono i resti in discrete condizioni.

Il giorno successivo pedalo per soli 51 km e raggiungo Calatabiano, dove monto la tenda. Nel pomeriggio, infatti, passa a prendermi un vecchio amico che si è trasferito in Sicilia da un po’ di anni e, insieme alla sua ragazza, andremo in auto a passeggiare per le viuzze di Castelmola, un piccolo e fresco borgo collocato su una rupe a ridosso della costa a 550 m, e Giardini Naxos, presso Capo Schiso’, fondata dai calcidesi nel 734 a.C. e ritenuta il primo insediamento greco in Sicilia. Il piccolo golfo al tramonto è splendido, così come la vista che si ha da qui sull’Etna, la cui lava un tempo formò gli scogli scuri e porosi su cui si infrangono oggigiorno le onde.

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