#CiclogiroItalia2017 – 23/25 maggio: da San Leone (Agrigento) a Gallina (Siracusa)

Dalla statale osservo per l’ultima volta i templi dorici color sabbia, figure immobili ormai fuori contesto perché attorno tutto è mutato nel frattempo, mentre il caldo è già avvertibile, accentuato dall’umidità in aumento. L’atmosfera tersa dei giorni passati è stata sostituita dalla foschia, che smorza i colori e rende meno netta la linea di separazione fra cielo e mare.

Per evitare due gallerie sulla 115, mi affido ai cartelli che segnalano come “itinerario ciclabile” la provinciale 4 che, nonostante la maggiore tortuosita’, si affianca alla prima consentendomi di superare i due ostacoli e rientrare sulla strada maestra subito dopo. Naturalmente più che itinerario per bici si rivela essere un “percorso avventura” per chi ama essere sorpreso e affrontare mille difficoltà, tra voragini, passati smottamenti e asfalto rabberciato, quando c’è. Eppure quanta bellezza esprime la natura circostante e che viste sul mare quando questo riesce a insinuarsi fra le pieghe dei rilievi! Se ciò che sta scritto sul cartello fosse vero, se ci si trovasse cioè su una infrastruttura reale e non immaginaria, il percorso risulterebbe fantastico, ma sprecare o mortificare occasioni sembra quasi una costante.

Adesso comprendo appieno perché, l’altro ieri, due ragazzi al bar mi hanno riferito che l’unica possibilità di viaggiare lungo la costa è fornita dalla statale 115: il resto è illusione e le cartine riportano tracciati fantasma. Tutti quei segmenti non dicono in che stato di completa aleatorieta’ si trovano le strade reali. Puoi tentare di seguirle, ma non c’è nulla di garantito, tutto è a tuo rischio e pericolo, specialmente se non conosci il territorio. 

L’ennesima prova è fornita dalla deviazione per il castello di Falconara, indicata da un altro cartello millantatore. Lo seguo e mi ritrovo in una piazzetta, il cui unico sbocco è una via mezza nascosta in lieve pendenza. Chiedo conferma al cameriere di un bar e lui si premura di comunicarmi che sì, la direzione è giusta, ma l’edificio non è visitabile. “Ci si può avvicinare, c’è la spiaggia, ma non si può entrare”. Ho come l’impressione che con questo avvertimento desideri risparmiarmi la delusione a cui andrei incontro e allo stesso tempo stia “proteggendo” il turista che ha davanti dal rischio di disinnamoramento verso questi luoghi. Mi sto convincendo del fatto che i locali siano in un certo modo consapevoli dello stato delle cose e se ne vergognino. Del castello, comunque, riuscirò a scattare qualche foto da una certa distanza approfittando della simpatica soluzione creativa messa a punto da qualcuno: una scala realizzata incidendo degli scalini sul tronco inclinato di un albero segato a metà altezza, eletto ufficialmente a “punto panoramico verso il castello”, come riportato sulla corteccia. 

Sulla piana abbacinante fra Licata e Gela, compresa fra brulli rilievi a nord e il mare Mediterraneo a sud, tinto oggi di un grigio-azzurro, predomina il giallo intenso dei campi riarsi dal sole. Prima e dopo la trascurabilissima Gela ospita grandi distese di serre dove vengono coltivati intensivamente pomodori, meloni, peperoni e chissà quali altri ortaggi. Il sugo già pronto con cui condisco la pasta, una volta sistematomi in un campeggio a Capo Braccetto, deserto e in posizione magnifica, circondato su tre lati dal mare, giunge proprio da quelle colture nei pressi di Vittoria, in provincia di Ragusa, e per essere un prodotto conservato si difende decisamente bene. 122km percorsi e una gomma forata.

Capo Braccetto è un lembo di terra che si insinua nel mare. Ieri sera, al tramonto, il proprietario del campeggio mi ha condotto sulla scogliera, la punta estrema del piccolo promontorio, per consentirmi di godere della vista e dell’atmosfera del luogo. Vicino alla spiaggetta sorgono i resti di una torre costiera di avvistamento utile, durante la dominazione aragonese, a rilevare la presenza dei turchi, in particolare il corsaro Barbarossa a servizio dell’impero ottomano.

Capo Secca, distante pochi km, è una località di mare molto piacevole al punto da essere stata scelta come l’abitazione del personaggio di fantasia del commissario Montalbano nella serie televisiva omonima, trasposizione dei romanzi dell’autore siciliano Andrea Camilleri. Nei pressi della casa ci sono anche una torre quadrangolare in pietra e, a qualche decina di metri, un faro bianco. Noto che i giardini delle case sono molto belli e curati, piccoli Eden dove corpo e spirito trovano vero ristoro dal caldo e dai pensieri, dove concedersi il tempo necessario ed essere in grado di creare l’opportunità affinché ciò si verifichi. Al nord ci neghiamo una simile esperienza, sempre di corsa e indaffarati, ma cerchiamo vanamente un po’ di svago nella pratica drogata dello shopping.

Da Santa Croce inizia una salita di pendenza moderata e costante verso la città di Ragusa, posta a 500 m di quota. I segni di degrado che ho riscontrato in provincia di Agrigento qui mancano quasi del tutto. Qualche piccola discarica c’è, ma la pavimentazione delle strade è valida e colgo più ordine e pulizia in generale. Pedalo affiancato da bei muretti a secco di colore grigio chiaro che delimitano campi adibiti alla produzione di foraggio o al pascolo. Queste sono le zone una volta controllate dalla vecchia aristocrazia, quella ritratta nella sua fase declinante ne “Il Gattopardo”, unica ma celeberrima opera di Tomasi di Lampedusa. E infatti, fra masserie di pietra chiara costruite nei poderi più estesi, spuntano antiche abitazioni nobiliari. Donnafugata, località in cui si svolgono i fatti narrati nel romanzo in cui sopravvive un castello, è a qualche chilometro di distanza ma non la visitero’.

Entro in Ragusa dal quartiere più moderno, in posizione più elevata sulla porzione rimanente di abitato. Rimango colpito dalla qualità delle nuove costruzioni, al passo con le soluzioni più recenti in cui, finalmente, pare che l’estetica e il messaggio che l’aspetto esterno di un edificio trasmettono alla comunità smettano di ricoprire valore nullo, di essere cioè alla mercé dei capricci degli architetti o subalterni alla pura funzionalità e vengano invece presi in maggiore e più seria considerazione. Il quartiere “intermedio”, quello che ospita la maggior parte della popolazione, è discreto, un po’ anonimo e dall’aria popolare, ma ospita la bella cattedrale barocca della città, negozi e alcuni palazzi di valore. Ragusa Ibla, invece, risorta per volontà dei nobili che la occupavano fino al 1693, anno in cui si verificò il devastante terremoto che distrusse quest’area collinare della Sicilia, è un gioiello di strade intricate in pietra, piazzette panoramiche, chiese e costruzioni barocche fra cui lo splendido duomo, dalla facciata convessa e la tinta color sabbia che tende al rosa a seconda dell’inclinazione dei raggi del sole.

Modica, ad una dozzina di km di discesa, è un’altra perla barocca che purtroppo non riesce a esprimere il meglio delle proprie potenzialità a causa del mediocre stato di conservazione di molti suoi edifici e del traffico grottesco che scorre nelle sue attraenti strade. Colpita da un devastante alluvione nel 1902, sprigiona fascino e atmosfera nonostante le pecche. Anche se le sue vie sono un parcheggio a cielo aperto, la disposizione degli edifici testimonia l’abilità prospettica e il gusto scenografico degli architetti che la ricostruirono dopo il sisma del 1693. Il centro di Scicli, poco a sud di Modica, è un salotto di gusto barocco e colori chiari. La piazza centrale pare un set cinematografico per l’eleganza e la leggerezza che esprime.

In serata trovo posto in un campeggio molto semplice e immerso nel verde, praticamente sul mare, all’estremità orientale del golfo su cui si affaccia la località di Marina di Modica. L’ideale per riposarsi dopo 85 intensi km.

Noto è probabilmente il più riuscito esempio di barocco siciliano nella zona dei Monti Iblei, altopiano montuoso che occupa la porzione sud orientale della Sicilia fra la provincia di Ragusa e Siracusa. La sua zona aulica lungo Corso Vittorio Emanuele è un’opera d’arte dalle tonalità comprese fra il giallo, il bianco ed il rosa e comprende la maestosa Cattedrale a cui si accede tramite un’ampia scalinata che domina la Piazza del Municipio. Passeggio fra gli edifici riccamente e sapientemente decorati, ammiro i giardini che ospitano statue, fontane, palme e una lavanda profumatissima, osservo come le prospettive e la collocazione di ogni elemento architettonico siano state studiate e realizzate da uomini sicuramente preparati sul piano tecnico, ma anche ispirati spiritualmente. Perché queste realizzazioni, accurate a livello estetico, non sono solo belle e non si limitavano ad incontrare i gusti del pubblico dell’epoca, ma riuscivano e riescono tuttora nello scopo di innalzare il sentire dell’osservatore. Scopo di una buona architettura è, a mio avviso, soprattutto questo. Dare senso e profondità, stimolare l’essere umano permettendogli di sperimentare una bellezza oggettiva sorretta da principi e continui studi. Questi centri storici, che purtroppo non siamo più in grado di costruire, a distanza di secoli godono ancora di rispetto e attenzione, seppur mediati da interessi economici. Potrebbe mai avvenire lo stesso con le periferie sedi di sequenze infinite di anonimi palazzi? E potrebbe accadere con i grattacieli, che invece di migliorare il sentire umano ne esaltano l’ansia di potenza attraverso la tecnica?

Il gran caldo e la stanchezza mi inducono a fermarmi a poco più di 20 km prima di Siracusa.

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