#CiclogiroItalia2017 – 20/22 maggio: da Palermo a San Leone (Agrigento) e Valle dei Templi

In meno di un paio d’ore di visita non è possibile conoscere adeguatamente il centro di Palermo, tuttavia, camminando lungo Corso Vittorio Emanuele e nelle vie limitrofe, ho avuto modo di apprezzarne l’eleganza decadente, gli edifici signorili con i grandi portoni, le viste prospettiche in direzione del mare, la cattedrale in stile arabo-normanno ricca di merlature, decorazioni e con le cupole rivestite in maiolica. Senza tralasciare i bei giardini con le palme e i colori di fiori che profumano l’aria circostante. Il corso è pedonale e questo rende godibile il centro fino all’altezza di Porta Nuova, che per secoli è stata il punto di accesso principale dall’entroterra alla città. Non mancano tuttavia evidenti segnali di trascuratezza e addirittura la presenza di alcuni edifici sventrati dalle bombe della II Guerra Mondiale, ma il potenziale resta elevato.

Al di fuori di Porta Nuova, invece, regna il caos. Vi scorre un traffico magmatico, senza interruzioni, che occupa ogni spazio. Non è un fluire arrabbiato, o schizofrenico, come al nord, questo è un organismo lento, ipertrofico e alla lunga asfissiante. Mi arrampico lentamente sulle prime alture verso Altoforno, lasciandomi alle spalle l’inferno di lamiere, poi tocco gli 800 m di Poggio San Francesco. Lungo la strada è un tripudio di colori, fiori, conifere; notevole la vista verso il mare ormai lontano, con la grande città moderna che assedia la vecchia, entrambe avvolte da una leggera foschia. I palermitani, nonostante i gravi problemi, possono almeno apprezzare l’effetto depurativo che il mare esercita sull’aria che respirano.

Dalla quota raggiunta la strada si affaccia su un’ampia e verde vallata, quella in cui sorge, su un pendio, San Giuseppe Jato. Il panorama è semplicemente stupendo. Orti, frutteti, vigne ricoprono i declivi circondati dalle forme irregolari dei massicci rocciosi che si stagliano contro il cielo. Di uno di questi mi colpisce l’aspetto particolare che ricorda un uncino. Purtroppo rilevo la presenza delle prime discariche abusive.

Il panorama fra S.G. Jato e Camporeale migliora ulteriormente. Ormai l’orizzonte si è aperto in ogni direzione e i rilievi più elevati sono lontani. Occupano la scena colline di varia altezza e ondulazioni più o meno pronunciate, a cui le grandi colture, suddivise in lotti, donano l’aspetto di una scacchiera colorata: dal verde scuro al giallo passando per alcune tonalità intermedie, poi marrone, rosso scuro, il blu del cielo che si riflette nei laghetti ed infine il bianco delle carrarecce. I giochi di ombre e luce prodotti dalle nuvole incrementano lo spettro cromatico osservabile. Rispetto all’entroterra sardo, in cui la bellezza risiede nel suo essere selvaggio, incolto o adibito a pascolo, qui si ritrova anche nell’opera umana che, con notevole sapienza, ha trasformato in un paradiso dei luoghi già splendidi. 

Eppure, in mezzo a tanta grandiosità, si annunciano i primi e inaspettati segnali negativi. In ogni piazzola si accumula spazzatura. Scatto una foto emblematica in tal senso, in cui riprendo una distesa di rifiuti a bordo strada e l’eccezionale panorama descritto sullo sfondo. Il manto stradale, superata Camporeale, degenera in breve: smottamenti passati hanno prodotto dei veri e propri dislivelli, come scalini, sulla carreggiata e nello spazio fra le crepe crescono erba e arbusti; a tratti l’asfalto scompare e si è costretti a muoversi su sterrato disconnesso; improvvisi cartelli di strada interrotta, con indicazioni scritte anche a mano, impediscono l’avanzamento. Correggo più volte il mio percorso ma inizio a sentirmi chiuso in un labirinto che mi ha attirato con il proprio aspetto seducente e ora mi sta bloccando. La goccia che fa traboccare il vaso è rappresentata, però, dai cani. Ce ne sono troppi, sia nelle proprietà che fuori, questi ultimi randagi affamati che mi rincorrono in due occasioni e, alla terza, mi sbarrano la strada. Appena mi vedono si alzano in cinque o sei lanciandosi contro di me: ho appena il tempo di invertire il senso di marcia e fuggire. Decido dunque di percorrere la statale 624, l’unica via affidabile, una superstrada che collega Palermo con Sciacca che inizialmente ho scartato per il traffico. Mancano 35 km alla costa, è quasi deserta e ne approfitto. Esco a Menfi, con il tramonto in corso, le rocce tinte di rosa mentre avverto un leggero senso di tragica malinconia che, sono sicuro, è questo posto a trasmettermi. 129 km.

Da Menfi ad Agrigento l’unica via percorribile è la statale 115, perché le altre strade sono inaffidabili. Danneggiate, sporche o battute dai randagi, sono inadatte a chi non si muove sulle quattro ruote, adeguatamente isolato dentro l’abitacolo. Sciacca ha un discreto centro storico di origine medioevale ma la parte nuova consiste in troppi alti palazzi che andrebbero bene a Milano, non qui. Tuttavia si presenta curata e pulita, specialmente nel nucleo antico dove le strade tortuose mostrano una piacevole pavimentazione in pietra dalle tonalità chiare. 

Il contesto naturale continua ad essere notevole, con le colline che terminano in prossimità della costa, i colori caldi del Mediterraneo, alcuni laghi, corsi d’acqua e gole rocciose. Purtroppo i segni di degrado e di pessima amministrazione si intensificano. Ogni angolo appartato, ad esempio, è occupato da immondizia: le piazzole di sosta vanno fortissimo come discariche, ma anche i bordi della strada, le cavità naturali sono decisamente ambite. La spettacolare Scala dei Turchi, una parete di roccia calcarea bianchissima e formata da gradini naturali, è raggiungibile attraversando Realmonte e le sue strade sporche e disconnesse, oppure chiuse al transito, prive di adeguata segnaletica. Mi indica la via con la propria auto un gentile ragazzo locale, che si offre quando ormai ho quasi rinunciato. A Siculiana, se non ricordo male, incontro invece il primo viadotto incompleto. Ma non è niente rispetto a quello che sfregia la costa dopo Porto Empedocle, realizzato in gran parte e poi lasciato senza l’ultimo tratto di strada sopraelevata che condurrebbe alla galleria.

Giungo in campeggio a San Leone, in pratica la marina della moderna Agrigento, contrariato per quanto visto e vissuto, dopo 85 km. 

Il colle su cui ha prosperato Akgras, la prima Girgenti ( Agrigento) di origine ellenica, di cui sopravvivono delle rovine di templi in buono stato di conservazione all’interno del sito archeologico chiamato “Valle dei templi”, è superato in altezza da quello su cui si è sviluppata la “nuova” Agrigento. Questa è divenuta un ammasso informe di palazzi a 10 e più piani, costruiti su un rilievo neanche troppo stabile e che dal basso impressiona per la totale assenza di armonia. L’atmosfera che si respira alla Valle dei templi, che visito il 22 maggio, subisce un ridimensionamento quando, per ammirare un tempio o godere di una particolare prospettiva, lo sguardo incrocia quell’ammasso di parallelepipedi di cemento che incombe prepotente e sgraziato dall’alto, a pochi km in linea d’aria. Il sito archeologico, comunque, merita la nostra presenza sia per la qualità complessiva dei contenuti, sia per il panorama in direzione dei colli e del mare, a patto che si impari ad ignorare il “mostro” alle spalle…

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in cicloviaggi e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...