#CiclogiroItalia2017 – 15/16 maggio: da Fordongianus a Pischinas

Fordongianus, inserita in un contesto paesaggistico pregevole, offre qualche elemento di interesse aggiuntivo come una cinquecentesca abitazione dell’aristocrazia aragonese caratterizzata da un bel porticato esterno sostenuto da sette colonne. La piana ondulata che percorro digrada in direzione del mare e diventa una tavola qualche chilometro prima di Oristano, antica capitale del Giudicato di Arborea, uno dei quattro regni indipendenti in cui si suddivideva la Sardegna durante il Medioevo.

Questa è la cittadina con il centro storico più piacevole incontrato fino ad ora in terra sarda e vanta la cattedrale più grande di tutta l’isola, sostituta di un tempio romano espanso nel XIII secolo con un transetto gotico, di cui rimangono il battistero ed una cappella, integrati nel corpo più recente edificato nel XVIII secolo. L’interno è riccamente decorato e l’atmosfera, complici il rispetto e la devozione che i luoghi di culto ricevono ancora in Sardegna, è solenne.

Lo stagno di Cabras, dal nome dell’omonima cittadina che vi si affaccia, riconoscibile a distanza dalla caratteristica cupola della chiesa, si estende per ben 2000 ettari rappresentando quindi l’ambiente palustre più importante dell’isola e uno dei principali d’Europa. Lo specchio d’acqua comunica con il mare attraverso canali naturali ed artificiali, ma la sua salinità si mantiene bassa. Visito l’interno di una torre di guardia sita a pochi metri dalla riva, che un tempo aveva funzioni di controllo e in seguito è stata utilizzata e rimaneggiata dai pescatori con l’aggiunta di una scala esterna in muratura. Nei 1100 anni trascorsi a partire dal 705 d.C. e fino al 1815, la Sardegna subì le incursioni dei temibili pirati saraceni, che facevano bottino di beni e di schiavi, come nessun’altra regione del Mediterraneo. Nel 1535 re Carlo V di Spagna attaccò il pirata Barbarossa a Tunisi costringendolo alla fuga ma costui nel 1546, dopo aver ricostruito la flotta, rase al suolo il villaggio di Uras. Poco meno di trent’anni dopo il capitano d’Iglesias, Marc Antoni Corias, stilò una relazione sul carente stato difensivo delle coste sarde e ciò promosse la costruzione delle “torri litoranee”, che potevano anche essere armate di cannoni. La popolazione, comunque, imparò a vivere lontana dal mare dal quale tanta sventura era venuta.

Mi inoltro nel territorio della penisola del Sinis fra estesi campi di grano giallo oro, che le raffiche di vento piegano disegnando onde. Le forme tondeggianti della Chiesa di San Giovanni in Sinis, risalente al VI secolo d.C., introducono il vicino sito archeologico di Tharros, contenente le rovine della città fenicia fondata intorno all’VIII secolo a.C., conquistata poi dai cartaginesi ed infine divenuta romana. La sua posizione era considerata strategica in quanto, collocata quasi all’estremità della penisola, dal centro urbano si aveva accesso ai due mari; questo fu però anche causa del suo abbandono (processo conclusosi nel 1071 d.C. con lo spostamento della sede episcopale a Oristano) da parte della popolazione che, impaurita dalle frequenti incursioni arabe, preferì migrare nell’entroterra. Il luogo in cui sorgeva Tharros è spettacolare, con mare blu intenso, spiagge attraenti e una torre litoranea sull’altura prospiciente il mare, ma delle rovine non rimane moltissimo, depauperate dopo secoli di abbandono e furti. Spiccano i resti delle terme, le lastre di basalto che costituivano la pavimentazione delle strade (posate in epoca romana) e la base di un tempio fenicio, che si è preservata in quanto scolpita direttamente nella roccia.

In serata campeggio a Torre Grande dopo 67 km.

Pedalo nel Campidano di Oristano, in un’area originariamente paludosa la cui bonifica è stata completata durante il ventennio fascista. L’ampio stagno affiancato dalla statale, dimora di varie specie di volatili fra cui figurano alcuni splendidi esemplari di aironi, è ciò che resta della zona acquitrinosa transformata dall’opera dell’uomo in un’ampia distesa agricola. L’Idrovora di Sassu, edificio solitario nel mezzo di questa sterminata campagna, è un piacevole esempio di stile razionalista. Arborea, città di fondazione mussoliniana, contraddice le mie aspettative negative presentando un’architettura ricercata. La chiesa che si affaccia sulla bella piazza centrale è in stile tirolese, il municipio sfoggia un Liberty; costeggia il canale di irrigazione una invitante passeggiata riparata dal traffico da un lungo filare di alberi.

Marceddi’ è disposta dove la pianura si interrompe e inizia il mare, alle estreme propaggini meridionali del Golfo di Oristano. Villaggio stagionale di pescatori, ha un’atmosfera da far west, case composte del solo pian terreno allineate lungo il piccolo e polveroso reticolo viario in terra battuta. Mi dirigo verso Guspini fra campi dorati e verdi pascoli che, con la catena montuosa sullo sfondo a protezione della Costa Verde dalle “incursioni” provenienti dall’interno, quelle rappresentate cioè dal turismo di massa e dalla cementificazione, offrono l’impressione di sostare in alta montagna, come sul tetto del mondo, in un ambiente naturale intatto e spazioso.

Da Guspini, dunque, mi arrampico su quella spina dorsale che mi costringerà a faticare non poco per riuscire ad attraversarla in senso longitudinale. Tocco i 384 m del Passo “Benna e Frangia”, poi è la volta di Arbus, l’ultimo baluardo di civiltà prima di tagliare di netto i ponti con il mondo e, seguendo le indicazioni per Ingurtosu, immergermi in un luogo senza tempo, in una natura selvaggia e magnifica. Gli ultimi raggi del sole illuminano questo vasto altopiano frastagliato; un pastore richiama un nutrito gregge di pecore con un vocalizzo composto da quattro “Eh!”, con il primo vocabolo enfatizzato e imperativo, gli altri tre a scendere, come in un’eco; inizio a inabissarmi, curva dopo curva, in questa stretta, ombrosa valle mentre un sole al tramonto accende l’atmosfera di rosso; noto dapprima alcuni edifici in rovina, poi altri, fino a ritrovarmi a fianco un villaggio abbandonato, un vecchio sito di estrazione mineraria, affascinante e misterioso, con quelle costruzioni in disfacimento retaggio di attività cessate per sempre; l’asfalto scompare, affronto lo sterrato, il silenzio è totale ed è quasi buio quando scorgo le lanterne collocate all’ingresso del campeggio, ma queste sarebbero potute essere anche le fiaccole di pirati famelici appena sbarcati sulla grande spiaggia della vicina Pischinas, oppure quelle dei minatori di ritorno nelle proprie case dopo il turno di lavoro. 99 km.

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Una risposta a #CiclogiroItalia2017 – 15/16 maggio: da Fordongianus a Pischinas

  1. rosi ha detto:

    Quest’ultima descrizione del tuo viaggio mi è piaciuta ancora di più per la vena poetica che hai.
    Continua ad osservare e ad esprimere sensazioni ed emozioni.
    RosiMum

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