#CiclogiroItalia2017 – 12/14 maggio 2017: da Santa Lucia a Fordongianus

(11 maggio: pausa a Santa Lucia)

La statale 125, mantenendosi ad una certa distanza dalla costa, attraversa un entroterra di modesti rilievi su cui si distendono fitte pinete. Dopo l’ennesima curva, l’altopiano su cui è disegnata si interrompe in modo netto e la carreggiata diviene un balcone da cui ammirare la spettacolare pianura su cui sorge Orosei. Area fertile e lussureggiante, delimitata da montagne e uno “scalino” naturale ricoperto di boschi, è disseminata di frutteti, coltivazioni ed è attraversata da almeno un corso d’acqua di una certa rilevanza.

Orosei conserva un centro storico semplice ma molto antico. Nel rione “Sos Palattos Verros” è situata la vecchia prigione che, con la sua torre di 12m, le finestre ad arco, il portoncino in legno e ferro battuto ed una grossa palma in prossimità dell’ingresso, mi ricorda certe ambientazioni tropicali e storie di pirati alla Salgari. Del quartiere storico, che è privo di complessità architettonica, mi colpiscono alcuni scorci e la disposizione sapiente dei fiori, collocati lungo le strette vie, nelle piazzette e agli incroci. Curatissimi i giardini, freschi e profumati; così come alcuni cortili, con piante di limone che sporgono dalla recinzione.

L’altopiano che segue guadagna altitudine con progressione regolare. Raggiungo i 416m di Dorgali, cittadina dall’aspetto montano, adagiata all’ombra dei rilievi del Supramonte, rocciosi nella porzione superiore e verdi in quella inferiore. Nel tratto immediatamente successivo al centro abitato, il panorama mi sorprende ancora una volta per la bellezza e l’ampiezza degli spazi che si svelano. Vedo gole, simili a canyon, ricoperte di boschi, come le vallate comprese fra montagne in cui, da una certa altezza, i morbidi declivi rigogliosi mutano in granitiche pareti verticali.

Superata la galleria per Cala Gonone, il paesaggio migliora ancora se possibile. I massicci del Supramonte terminano direttamente sul mare, non prima di aver disegnato geometrie ardite, grotte naturali, valloni e salti. Dal nuraghe Mannu, collocato ad un’altitudine di 200m su un altopiano di origine vulcanica, si gode di una vista strepitosa sul piccolo golfo e la costa meridionale. Sulla costa mi sistemo: 66 km percorsi in questa tappa.

La salita di circa 7 km che porta da Cala Gonone ai 400 m di Dorgali non è affatto pesante, specialmente se affrontata con un sole non eccessivo e la provvidenziale brezza di mare. Gradevolissima inoltre l’unione perfetta  fra l’aria marina e quella montana e gli effluvi prodotti da pinete, fiori, arbusti e cespugli di vario tipo.

L’ampio, scosceso e giallo altopiano per Oliena è incastonato nella cornice spettacolare della catena montuosa del Supramonte. Ancora ampi spazi e moderate raffiche di vento che mitigano il caldo, maggiore qui rispetto alla costa, mentre nelle cuffie, sulla salita finale per il borgo, Pierangelo Bertoli e i Tazenda, gruppo musicale sardo, eseguono la famosa “Spunta la luna dal monte”. 

Da Oliena a Orgosolo ci sono una manciata di km e tanto dislivello, perché si perde quota e la si riprende in più occasioni fino alla scalata finale. I due paesi, specialmente il secondo, hanno un aspetto dimesso con troppe abitazioni incomplete, le cui finestre e porte prive degli infissi fissano la strada come le vuote orbite di un teschio; intonaco assente, balconi di cemento nudo privi di ringhiera. La Barbagia è un territorio aspro, affascinante e vario sotto il piano ambientale, ma anche “difficile” per la sua povertà. Neanche gli antichi romani, a causa della morfologia e della caparbietà delle sue genti, riuscirono a sottometterla. Ad Orgosolo sono legate poi figure di banditi e storie di sequestri messi in atto per intascare il denaro dei riscatti. È qui che pernotto presso un affittacamere dai modi diretti e sbrigativi, sotto i quali si nasconde uno scrittore. 61 km percorsi.

Fichi d’india, pini di montagna, cipressi compresi in uno spazio di pochi metri, mai avevo visto una simile mescolanza, poi lecci, querce e altre specie ricoprono le valli formando un mantello verde che costituisce una vera e propria protezione, contro i raggi potenti del sole, per questa terra in cui l’acqua non è mai troppa. Il vento porta refrigerio, ma secca. È la vegetazione la salvezza di quest’isola, custode di umidità e biodiversita’.

Da Orgosolo a Mamaida mi lascio alle spalle gli aspri massicci, le verticalità severe e misteriose, per entrare in un ambiente montano più usuale e morbido. La roccia nuda scompare, alcuni pendii sono destinati ai vigneti e allora al primo bar che incontro in paese degusto un bicchiere di ottimo Cannonau, un vino dolce e liquoroso che mi offusca  un po’ la mente. Spighe giallo oro ai margini della carreggiata, aria fine sempre più leggera che entra ed esce dai polmoni con facilità, una brezza fresca che agevola l’incedere.

Procedendo per Fonni, comune più alto della regione posto a 1000 m e punto di partenza preferito per le escursioni sul Gennargentu, percorro un altopiano che stimo essere collocato a circa 750-800 m di quota ed è caratterizzato da estese praterie e ondulazioni crescenti. I pascoli, in Sardegna, sono ovunque e vi sostano pecore, vacche, capre, asini, cavalli. Tutti questi animali sono abituati al passaggio delle auto ma quando mi vedono, in sella ad un misterioso mezzo carico di strani sacchi gialli e neri, esprimono reazioni di sorpresa e anche di paura. Le capre, ad esempio, mi scrutano inizialmente con aria da filosofi ma non appena si accorgono che mi sto avvicinando, si affrettano ad allontanarsi. Le pecore scappano subito in gruppo, guadagnano qualche metro poi, all’unisono, girano tutte il capo verso di me, come comari pettegole e curiose. Le mucche mi fissano con un’espressione che pare interrogativa, mi vengono incontro e sono io questa volta a spostarmi. Sono quasi riuscito a fare amicizia con due asini che, dietro una recinzione, se ne stavano beatamente al sole su un verde fazzoletto di terra, ma all’ultimo si sono allontanati: tra fiducia e diffidenza il confine è sottile.

Altri chilometri alpini, perché qui sembra davvero di stare sulle Alpi. Mancano solo le cime aguzze, i nevai e i ghiacciai, ma per il resto siamo lì. Molta ombra e frescura, fiumi, strette valli ed un arrampicarsi continuo, per poi perdere rapidamente quota e ricominciare. Precipito a Ovodda, 710 m, poi a Tiana, 565, per recuperare i 950 al passo “S’isca de sa mela”. Lunga discesa, velocissima, fra dighe e avvallamenti, qualche risalita e finalmente atterro sulla sonnolenta Fordongianus, dopo 104 km di compressione e decompressione continui, di decolli al rallentatore e atterraggi liberatori.

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2 risposte a #CiclogiroItalia2017 – 12/14 maggio 2017: da Santa Lucia a Fordongianus

  1. Alfredo ha detto:

    Una descrizione dei luoghi precisa ed .efficace.Mientre la leggevo, mi pareva di essere lì. Bravo.
    Al -macchinetta

  2. Chiara Saracino ha detto:

    Sì, bello! Ahahahah, il commento di macchinetta 😀

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