#CiclogiroItalia2017 – 9/10 maggio 2017: da La Conia a Santa Lucia (Siniscola)

Al campeggio domando alla receptionist, al momento di saldare il conto (considerevolmente contenuto rispetto al tariffario dell’alta stagione…), quanti km mi separano da Arzachena. Due le possibilità prospettate: la prima consiste nel percorrere la strada “principale”, più regolare nel dislivello – dettaglio non di poco conto specialmente se si pedala carichi – ma più lunga, l’altra è rappresentata da un tratto più breve ma con pendenze accentuate. Dimentico però di farmi indicare dove imboccare la prima e così, non appena raggiungo la statale, è una signora a segnalarmelo su mia richiesta. Nonostante io abbia posto l’accento sul termine “principale”, però, quella di cui mi fornisce le indicazioni è la versione più dura, ma lo scoprirò solo durante il tragitto.

La Lonely Planet definisce l’entroterra gallurese “sconcertante”, con particolare riferimento al tratto di statale 427 compreso fra Arzachena e il Lago di Liscia che mi accingo a percorrere. Un termine netto, che può significare molte cose. Scoprirò presto che è anche appropriato, sebbene necessiti di una spiegazione, che tenterò ora di fornire. Innanzitutto si annuncia subito rigoglioso, verde, ricoperto di boschi, sorprendendomi non poco, in quanto mi attendevo una terra brulla e tendenzialmente arida. Alla folta vegetazione si aggiunge la pietra, che e’ ovunque, dai massi sparsi agli affioramenti rocciosi modellati nel corso dei millenni attraverso gli agenti atmosferici, alle catene montuose che delimitano e incorniciano gli spazi estremamente ampi e variegati che si dispiegano allo sguardo. Alcuni massicci, dalle forme molto particolari, dimostrano attraverso l’opera di erosione subita, la propria incommensurabile antichita’. Sono qui prima di tutto il resto e portano i segni del trascorrere del tempo; la loro presenza permette di stabilire un contatto diretto con epoche ancestrali, che in un certo senso vivono ancora attraverso questi bestioni, suscitando nell’osservatore un indefinibile moto come reazione.

Raggiunta Sant’Antonio di Gallura dopo aver preso visione della diga di Liscia, proseguo verso l’interno ancora per pochi km salvo poi invertire la rotta e seguire le indicazioni per Olbia. Il paesaggio diventa ancora più bello e acquisisce contorni bucolici: rivoli d’acqua che scorrono sul fondo di piccoli avvallamenti, fra boschi e praterie; pascoli dove mandrie di bovini sembrano godere beatamente del panorama, cavalli di colore nero o marrone che brucano, l’abbraccio dei monti che incornicia il quadro completo.

Olbia è un centro poco attraente ma, come molte città del meridione, emana una speciale luminosità, grazie anche all’altezza contenuta degli edifici. Il centro storico, modesto e di estensione contenuta, accoglie con la sua vivacità e i profumi di cibo “buono”, genuino. Peccato per la viabilità sconclusionata e il traffico eccessivo, gestiti senza adeguato criterio. I 18 km che mi separano dalla destinazione, Porto Taverna, sono un saliscendi più morbido, che considero un segnale di clemenza. La forma particolarissima dell’isola di Tavolara, un maestoso massiccio a picco sul mare che ha ispirato leggende antiche e moderne, rappresenta l’ultima forte impressione di una tappa molto intensa non solo sul piano fisico e della lunghezza complessiva di 91 km.

Nella giornata che segue pedalo per 68 km sulla costa dirigendomi verso sud, ma il viaggiare si concretizza stavolta in una peregrinazione fra tre punti di interesse che incontro lungo il percorso. Il primo, lo stagno di San Teodoro, è un’area naturalistica di 220 ettari di estensione grazie al quale ho potuto accrescere le mie ridotte conoscenze relative a flora e fauna, in particolare quelle legate alla macchia mediterranea. Dai volatili come il cardellino, a vari tipi di lucertole e a fiori e piante come il mirto, l’asfodelo e lo “strappabraghe”, chiamato così per le proprietà depurative, la visita si svolge sui sentieri che si ramificano all’interno e talvolta affiancano le placide acque, che esercitano un forte effetto distensivo.

La seconda attrattiva consiste nel nuraghe San Pietro, visitabile con una cifra limitata (3 euro). E’ una struttura quadrilobata, quindi piuttosto ampia, ma limitata verticalmente. Salendo su cio’ che rimane della sua torre centrale, e’ possibile ammirare la fertile e piatta valle che lo circonda, dimora di numerosi frutteti e pascoli, e, in direzione del mare, la torre squadrata di Posada, paese di origini medioevali e terza meta per oggi.

Costruito su un’altura piatta, rocciosa e, per buona parte del perimetro, consistente in pareti verticali (tale e’ il profilo riservato a coloro che giungono dal mare), è un borgo molto antico e caratteristico, non particolarmente ricercato sul piano architettonico, come sovente in Sardegna, ma abbastanza suggestivo grazie alla posizione rialzata e al reticolato di viuzze di cui è composto.

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