The best of the beast (reportage da Alcatraz)

Ho passato gli ultimi 3 anni e mezzo della mia “carriera” lavorativa qui dentro. Un centro “polifunzionale” progettato esclusivamente tenendo in mente criteri di pura razionalità, al fine di ottimizzare l’efficienza sul lavoro, la logistica e la produttività. Peccato che quest’ultima, in particolare, sia strettamente correlata al benessere psico-fisico del lavoratore e che in questo luogo nulla sia stato realizzato per favorire la permanenza degli esseri umani, ridimensionati al rango di ingranaggi di un meccanismo più grande e complesso. Non c’è bellezza, nè dentro nè nei dintorni (trafficati e degradati), nessun luogo piacevole o confortevole dove intrattenersi un po’, nessuna occasione per rinfrancare l’animo. Questa situazione disastrosa è aggravata dalle condizioni generali del’edificio, che è sporchissimo e sta cadendo a pezzi. Polvere ovunque, sporcizia, lavori di muratura svolti senza curare le finiture. I volti di chi vi presta servizio sono una cartina geografica che rappresenta la sofferenza giornaliera derivante dallo stare richiusi l’interna giornata in una struttura che, a tutti gli effetti, è molto simile ad un carcere. Telecamere di sorveglianza incluse.

PS domani, venerdì 28 aprile 2017, sarà il mio ultimo giorno

Com’è accogliente questo corridoio, vale veramente la pena sopportare la corrente d’aria continua dovuta alla sua forma per ammirare le vetrine vuote.

La struttura polifunzionale è nata per le auto, che occupano il posto centrale, e a seguire camion, muletti e macchinari vari. Agli esseri umani restano le briciole, gli spazi angusti, i passaggi al buio e impolverati.

Andiamo a prenderci un caffè sotto la rampa?

Gli uffici sono ben “protetti” da solide sbarre, così come gli im-piegati che ci lavorano. Al livello superiore è visibile un capiente parcheggio per le auto. Qual è la differenza fra questa architettura e quella tipica di un carcere?

L’ingresso ad una delle innumerevoli rampe di scale che conducono agli uffici… ma quale accoglienza! Qui si passa, sopra si lavora, fine.

Il posto dove i carcerati ehm… gli impiegati trascorrono l’ora d’aria ops volevo dire la pausa. In mezzo allo sporco c’è anche un po’ di verde. E tante cacche di piccioni. Il luogo ideale dove rilassarsi bevendo tè e discorrendo amabilmente.

L’immagine non rappresenta uno scantinato… si tratta del pianerottolo tipico collocato nei pressi delle scale che conducono agli uffici

Lunghi corridoi senza finestre sull’esterno, cosicchè si possa lavorare completamente isolati dal resto del mondo, tutto il giorno, tutto l’anno, tutta la vita. L’avevo detto che si può solo transitare e lavorare, no?

Mi sto avvicinando all’ufficio, provengo dal piano di sopra con a fianco di un parcheggio. Eh?!? Il sopra e il sotto da queste parti sono invertiti, mi ero dimenticato di dirlo! O, forse, semplicemente casuali.

L’ingresso di un magazzino? No, questa porta conduce al corridoio diretto al mio ufficio. Ho varcato tale luridume quasi ogni giorno per gli ultimi 3 anni e mezzo.

Sbarre e ragnatele ovunque. C’è da ammalarsi. Di depressione e per la sporcizia, non ci si fa mancare nulla.

Ecco il corridoietto che porta all’ufficio. Volta bassa e sbilenca, senso di oppressione, sporcizia. D’inverno la prima cosa che ti investe, non appena entri, è la zaffata di aria calda e consumata. Sulla sinistra, la seconda porta, aperta, da cui esce un po’ di luce solare (un vero lusso!) giunge dalle finestre dotate immancabilmente di sbarre.

Eppure i vicini (docenti della facoltà di informatica ospitata) sono messi anche peggio. Da mesi sono costretti ad attraversare il corridoio al buio, evidentemente hanno perso il bonus “illuminazione artificiale”…

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2 risposte a The best of the beast (reportage da Alcatraz)

  1. Mari ha detto:

    Via! Sfreccia veloce sulla tua bicicletta! Tre anni e mezzo sono tantissimi!

  2. Fabio Saracino ha detto:

    Un’infinità. Spero di non aver riportato danni permanenti!

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