Microeconomia (dall’esistere per lavorare al lavorare per vivere)

Frutteto in versione 1.0

Scrivo questo articolo perché, in seguito al post precedente, alcuni lettori mi hanno chiesto di aggiungere qualcosa sulle modalità con cui ho intenzione di sostenermi economicamente. Di parlare di quella che ho definito come una “microeconomia” personale, termine che mi pare molto appropriato e che si applica ai casi di coloro che scelgono di rinunciare alla fonte di reddito principale garantita dal posto fisso.

Ritengo che la scelta del vocabolo sia corretta intanto perché la microeconomia funziona su scala ridotta (personale o familiare) e poi perché identifica meglio il cambiamento di ruolo che investe l’individuo che, da consumatore passivo e lavoratore indefesso inserito in un sistema che richiede grande spirito di abnegazione ma scarso senso di responsabilità, scollocandosi volontariamente torna finalmente ad assumere una funzione attiva, che consiste nell’imparare a gestire, proprio come un’azienda, le proprie entrate e le uscite in modo che i conti quadrino. E di svolgere tale compito in maniera critica, attenta e anche severa. In particolare, le entrate potranno essere diversificate (come le politiche di quelle aziende che scelgono di non rimanere legate ad un solo settore ma investono, in attesa di un futuro ritorno monetario, all’interno di svariati ambiti) e le spese potranno essere suddivise in categorie: ad esempio quelle relative alle necessità di base (cibo, vestiti…) , allo svago (qui c’è molto da rivedere…), quelle impreviste (per cui è bene avere un fondo di emergenza), i progetti futuri (es.: restauro del fienile).

Per superare la passività e tornare ad essere attivi, a scegliere autonomamente pur con tutti i limiti e le difficoltà che si possono incontrare, si smette quindi di partecipare ad un gioco in cui le dinamiche e le regole sono imposte ma che, sotto alcuni aspetti, fornisce un insieme di soluzioni preconfezionate che ci sollevano da molte responsabilità, e ci si ingegna un po’ di più, rimanendo pronti a modificare eventualmente l’assetto economico alla continua ricerca dell’equilibrio. Una microeconomia non si basa, infatti, su leggi immutabili ma deve potersi adattare al variare delle condizioni. Il suo scopo non è arricchire l’individuo risucchiandolo in un vortice di incombenze, rischi ed impegni, ma garantirgli una libertà e tempo sufficiente per vivere, concetto ben diverso dal sopravvivere (dall’esistere per lavorare si passa al lavorare per vivere). Una delle strategie chiave affinché questo cambio di prospettiva si riveli fruttuoso è ampliare le proprie conoscenze teoriche e le abilità pratiche.

Dopo questa introduzione, provo a raccontare la mia esperienza passata, presente e futura (pertanto non completa).

Casa

Con i risparmi degli anni di lavoro ho acquistato una casa in una zona collinare a dicembre 2014, in Piemonte, fra Asti ed Alba. Molti di voi lo sapranno ma ritengo importante ribadirlo: le nostre montagne e le campagne, luoghi spesso ameni e poco sfruttati, sono spopolate, perché la maggioranza delle persone aspira a vivere nelle città. Di conseguenza ci sono vaste aree geografiche con molte case libere, generalmente in buone condizioni, che non necessitano di grandi opere di ristrutturazione e che costano una frazione rispetto al prezzo di un appartamentino in un grosso centro. A Torino, qualche anno fa, un alloggio nuovo in periferia di 60 mq valeva 150.000 euro. Una casa distante almeno 30-40 km dalla metropoli, di ampia metratura, costa un terzo di quella cifra o poco più, grazie anche alla crisi del settore immobiliare. Molti sono i contadini che, divenuti anziani, si disperano perché non trovano acquirenti per la dimora in cui sono nati e sul cui terreno hanno lavorato tutta la vita e preferiscono svenderla piuttosto che assistere ad un lento ma inesorabile declino per abbandono. I figli, in genere, sono occupati nei grandi centri urbani e non sono interessati a prendersi cura della proprietà (spesso non si concedono neanche l’opportunità di conoscerla meglio e di apprezzarla). Di frequente le cornici paesaggistiche sono veramente belle con panorami mozzafiato; i paesi conservano numerosi edifici storici, talvolta medioevali, e il ritmo di vita, mantenendosi lento e rilassato, garantisce alle persone la possibilità di fermarsi volentieri per due chiacchiere e di stabilire con facilità dei legami. L’Italia offre molte opportunità del genere perché conserva ampie aree rurali, spesso dimenticate, trascurate e snobbate. Dove vivrò il rumore più forte è quello dei trattori in lontananza ma il sottofondo acustico è rappresentato perlopiù dal canto degli uccelli. Quando desidero uscire e vivere esperienze mondane, i centri più vicini distano ciascuno una dozzina di km e sono facilmente raggiungibili.

Manualità

E’ necessario recuperare manualità. Saper cioè costruire e riparare. Sia per risparmiare e rendere la nostra microeconomia meno dipendente dalle entrate, sia perché alternare lavoro intellettuale e manuale è sano e piacevole. Io per la casa ho compiuto (sono stato anche aiutato) numerosi lavori: ho restaurato tutte le numerose persiane e le porte esterne, levigando e dipingendo di fresco; ho scrostato stanze dal vecchio intonaco (con una scalpellatrice elettrica di buona marca e una spesa di circa 300 euro); ho imparato a posare la malta ed eseguito qualche tentativo di intonacatura; ho pitturato i muri di tutta la casa e alcune ringhiere; ho installato un parquet; ho potato una dozzina di alberi da frutto che versavano in uno stato pietoso e ne ho piantati undici nuovi (scavando le relative buche); ho spostato pesi e prodotto una mole notevole di macerie che ho smaltito in più viaggi all’ecocentro e altro ancora. Se avessi pagato qualcuno per svolgere tutte queste attività, avrei avuto bisogno di una quantità di denaro notevole, di cui tra l’altro non disponevo.

Orto e autoproduzione

L’idea è guadagnare una buona fetta di indipendenza alimentare. Dal produttore (io) al consumatore (sempre io), è sufficiente recarsi sul terreno retrostante e raccogliere. Solo dopo, però, averlo lavorato, seminato, curato e avere atteso il tempo necessario per la crescita. Attività faticose e che richiedono pazienza. Questo è il futuro che ho immaginato, nel senso che per ora ho solo piantumato degli alberi da frutta di fianco al prossimo orto. Così facendo comprerò sempre meno prodotti raffinati industrialmente e ridurrò anche il consumo di carne basando una parte maggiore della mia dieta su frutta e ortaggi.

Per quanto riguarda l’autoproduzione, da tempo uso un ottimo deodorante preparato in casa e, mesi fa, ho provato a realizzare il sapone. Si può fare moltissimo in questo campo e su Internet è pieno di esempi. Per il deodorante è da due anni che non spendo un euro perché, compiuta la spesa inizale per gli olii essenziali (di cui si utilizzano poche gocce ogni volta che si ricarica lo stick), il resto è composto da acqua e bicarbonato. La qualità degli ingredienti impiegati lo rende profumato e sano per la pelle.

Lavoro freelancer

Sono un programmatore informatico che ha sempre lavorato in ufficio (e lo farà fino alla fine di questo mese) ma, da due anni, ho aperto la partita iva e ho iniziato ad avviare alcune collaborazioni aggiuntive per sondare la possibilità di riuscire a trovare da solo degli ingressi economici. E’ andata piuttosto bene e credo di essere stato discretamente fortunato, quindi da settembre, al ritorno dal mio viaggio in bici, riprenderò su questa strada. Dandosi da fare, risultando affidabili e puntuali i clienti, specialmente se la richiesta economica è moderata, tornano. L’idea è di lavorare solo più da casa e per un quantitativo di ore limitato, non più di 4 al giorno. Fra qualche anno vorrei smettere di programmare definitivamente e, come prossimo obiettivo, potrei quindi iniziare a considerare altre possibilità da costruire nel frattempo.

Accontentarsi

Tutto questo non funzionerebbe, credo, se non imparassimo ad accontentarci. Finché ci faremo tentare dall’ultimo modello di computer portatile, dallo smartphone, dall’automobile full optional, difficilmente risparmieremo e saremo sempre schiavi di questi oggetti. Uno smartphone, ad esempio, richiede parecchia attenzione, energie e denaro: aggiornamenti software continui, tariffe variabili, chat sempre attive che distraggono, fragilità strutturale, obsolescenza programmata, la moda che cambia, ecc. Un’auto piena di accessori genera molti più grattacapi di una più semplice e robusta, che svolge onestamente il proprio dovere, che è quello di trasportare cose e persone, non di sottolineare continuamente il proprio status o la propria fedeltà ad un modello presentato come vincente. E così via. Ci si accorgerà che oggi è molto difficile districarsi fra le migliaia di possibilità che offre il mercato per acquistare qualcosa di durevole, semplice ed efficace, perché la direzione che il marketing ha preso è esattamente quella opposta. Però è anche bello immaginarsi una via alternativa e tentare di inseguirla. Imparare a scegliere sulla base di criteri che abbiamo elaborato autonomamente, con razionalità e senso pratico. Entrare in un supermercato, ad esempio, limitando l’acquisto ai soli articoli che avevamo deciso di comprare prima di varcare la soglia.

Questo è il riassunto della mia esperienza fino ad oggi che costituisce le basi della mia idea di microeconomia personale. In futuro magari tornerò sull’argomento testimoniando l’andamento della vita in campagna e i progressi compiuti.

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2 risposte a Microeconomia (dall’esistere per lavorare al lavorare per vivere)

  1. Mari ha detto:

    Sarà bello leggere dei tuoi progressi. Aggiungo la questione baratto: ormai spuntano come funghi festival, eventi, pomeriggi dedicati al baratto. Fino ad un po’ di tempo fa anche con un gruppo di amici poi divenuto associazione organizzavamo quelle che chiamavamo “Aste toste”: nel centro giovani del paese, ai cambi di stagione, ognuno portava ciò che pur in buono stato non usava più. Vestiti e scarpe, borse, zaini. Poi ci siamo espansi: piccoli elettrodomestici, piatti e bicchieri, libri e così via.Ognuno poteva prendere quel che voleva, sia che avesse portato qualcosa in cambio, sia che no. Al tutto si univa un concertino e un aperitivo di autofinanziamento dell’associazione 🙂 Gli indumenti avanzati si portavano a qualche associazione di volontariato che li raccoglieva per scopi benefici. Un ottimo modo di fare la spesa senza inquinare, senza sprecare, senza spendere.

    • Fabio Saracino ha detto:

      Eh già, toste queste aste toste! 😀
      Sarebbe divertente e interessante parteciparvi. Quando avrò più tempo, nel mio futuro da downshiftaro, mi informerò.
      Ciao… 😉

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