Dimissioni

Orgoglio e coraggio non possono non essere ravvivati da questa massima così pungente…

Ho preparato a lungo questo giorno, l’ho sognato e l’ho immaginato tante volte. Ho seguito un percorso di cui all’inizio non sapevo nulla, ad eccezione di alcuni importanti indizi colti forse per caso e forse no, quali il bisogno di contatto con la natura, la necessità di condurre la vita a ritmi più normali, la volontà di intrecciare relazioni in modo più libero e profondo, meno vincolate ad interessi e schemi, di poter disporre di più tempo. Un percorso la cui direzione è divenuta progressivamente più chiara e definita, nei confronti del quale, attraverso episodi ed esperienze, ho guadagnato una consapevolezza crescente. Come quando durante le festività natalizie del 2011, ragionando sul mondo del lavoro e sulle possibilità che avevo di sganciarmi dalla megamacchina che ci riduce a semplici ingranaggi utili alla produzione, ho innalzato naturalmente le asticelle della mia ambizione cominciando a credere che fosse davvero possibile vivere senza recarsi in ufficio tutti i giorni (“Ma davvero si può? Ma posso farcela anche io?!? Oddioooo!!!”). Anche i viaggi in bicicletta mi hanno insegnato e mi hanno aiutato ad aprire gli occhi… offrendomi forse il dono più prezioso a cui è difficilissimo in seguito rinunciare: quell’assaggio di libertà pura di cui gode il viaggiatore che, leggero, porta con sè lo stretto necessario e nient’altro, limitando il personale bagaglio a quei pochi oggetti con una funzione ben precisa e facilmente riconoscibile. Perché il vero lavoro consiste in una selezione che elimini il superfluo, anche ciò che ad un primo sguardo può apparire irrinunciabile, riducendo la scelta all’essenziale.

Avevo bisogno di un progetto di vita alternativo però, da mettere in pratica per uscire dal tunnel. A mio favore potevo disporre di un discreto margine “esistenziale” da gestire, poiché avendo cessato di inseguire la tanto osannata carriera (mai perseguita con la convinzione necessaria), declinando qualche offerta tanto remunerativa quanto impegnativa, ho riservato per le mie vere ambizioni una quantità di energie di cui non avrei potuto disporre se invece mi fossi dedicato anima e corpo alla sola crescita professionale. Pur non apprezzando l’ambiente lavorativo, l’ho affrontato con l’intenzione di imparare, di crescere umanamente per quanto possibile, di coglierne gli aspetti migliori (perché figurano ancora, anche se il bilancio complessivo risulta comunque negativo), sforzandomi spesso  di vedere ciò che di buono aveva da offrire (il che non equivale per nulla alla tentazione di porre un vaso di fiori di fronte alla cella per renderla più gradevole e quindi accettabile – questo non l’ho mai fatto! – , ma consiste invece in un esercizio di sano realismo atto ad evitare di deformare in peggio la realtà ai propri occhi).

E, così, come il protagonista dello splendido film “Le ali della libertà”, tratto da un racconto di Stephen King, ho pianificato la mia fuga, con molta pazienza e ricorrendo ad alcuni semplici stratagemmi: il risparmio, attitudine discretamente innata che pratico con soddisfazione ma di cui non sono certo schiavo, utile ad acquistare una casa in campagna, poco più di due anni fa, che ho ristrutturato in buona parte da solo (esclusi i lavori più pesanti e tecnici), che costa una frazione del prezzo di un appartamentino in città e che dispone di un bel pezzo di terra. Molte letture, perché per cambiare vita bisogna esercitare mente e spirito a “vedere oltre”,  un po’ di calcoli spannometrici (molto si chiarisce da sè procedendo), non molti dubbi sul da farsi a dire il vero e alcune scelte decisive, l’ultima delle quali è stata comunicare, in data odierna, la fine della mia collaborazione con la piccola azienda per cui lavoro.

Adesso ho bisogno di una scarica energetica per compiere il salto definitivo perché, dopo quasi un decennio di routine lavorativa, temo di aver perso qualcosa per strada… e così ho organizzato un bel viaggio in bici, 3 mesi circa in giro per tutta Italia (ma proprio tutta), che inizierà il primo maggio (festa del lavoro, magnifica coincidenza!) e mi aiuterà a recuperare il significato reale della parola vivere, che non coincide affatto con l’esistere (o il sopravvivere).  Al termine dell’esperienza on the road mi trasferirò in campagna dove mi manterrò con una microeconomia basata su un bilanciamento fra autoproduzione e lavoro da freelancer da informatico, mansione, quest’ultima, da svolgere rigorosamente a casa e per un quantitativo di ore limitato.

Si ridurrà così, a tutto vantaggio dell’autenticità, quel gap inaccettabile, vissuto fino ad oggi, fra quello che penso, desidero, credo e l’esistenza realmente vissuta: con ciò anche una scomoda situazione di ambiguità e uno spiacevole senso di impotenza avranno finalmente termine. A tutti coloro che sono rimasti sufficientemente umani, che pensano di avere ancora un briciolo di interiorità (la risorsa più grande), dico: non mollate, non piegatevi all’omologazione e datevi una possibilità, costruendola. Non è importante quanto tempo impiegherete, ma lavorateci sempre. Ponetevi un obiettivo e fate in modo che ogni vostra azione, scelta, sacrificio si orientino nella direzione che avete autonomamente scelto.

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5 risposte a Dimissioni

  1. maucirano ha detto:

    Complimenti per la costanza nel perseguire il tuo obiettivo. Potresti essere un precursore, ora che molti lavori possono essere eseguiti a distanza, potrebbe essere una possibilità per molti. Certo, lo avrai già sperimentato, i frutti della terra sono soddisfacenti ma necessitano di cura, ora ti allontani per tre mesi ma non avrai in futuro molte altre occasioni per farlo (a meno di avere qualcuno che se ne occupa per te). Buona fortuna!

    • Fabio Saracino ha detto:

      Ciao Maurizio, lieto di sentirti. Grazie mille per i complimenti… come me, ci sono molti che affrontano il passo e quindi siamo una nuova razza di “pionieri”. Non c’è un nuovo mondo geografico da scoprire, ma un mondo “parallelo” da reinventare.
      Già, la terra richiede attenzione e soprattutto fatica però… è un bel faticare, sai? Ho piantato 11 alberi da frutto e ne ho potati 12 preesistenti. Stancante ma, all’aria aperta e con un paesaggio attraente attorno, mette il buon umore. Perché è qualcosa di naturale, meno astratto, qualcosa che fino a 50 anni fa costituiva più o meno la norma, quindi è genetico, ce lo portiamo dentro. E “funzioniamo” meglio così, piuttosto che chiusi in ufficio, al contatto con mezzi artificiali.
      Dovrò sicuramente imparare a prendermi i tempi giusti per viaggiare in modo da non trascurare la terra… vedremo!
      Ciao ciao

  2. Mari ha detto:

    Auguri Fabio! È proprio così: quando assapori la libertà non puoi più farne a meno.
    Buon viaggio.

  3. Pingback: Microeconomia | Cicloturismo e oltre

  4. Pingback: The best of the beast (reportage da Alcatraz) | Cicloturismo e oltre

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