Persone e sapori

Paralleli arditi nascono nella mia mente quando, parlando di cibo durante il pranzo, ad un tratto confrontiamo sommariamente quello raffinato industrialmente con quello casalingo, o artigianale.  Tema centrale, per una volta, il sapore e non la salute. Forte e deciso nel prodotto industriale, si impone al palato reclamando tutto lo spettro sensoriale per sé. Progettato, ricercato, voluto dal brand per conferire un’unica tonalità di gusto all’alimento, più o meno sofisticata, ma comunque ben identificabile. Che sia riconoscibile, che ci travolga con il suo impeto, che ci spinga a dire “ancora!” mentre non abbiamo ancora finito con la porzione attuale. Decisamente più delicato, ricco di sfumature, autentico è invece il sapore del cibo preparato in casa. E quasi dimenticato, sopraffatto dall’aggressivo rivale, dalla comodità del già pronto, del ben confezionato e attraente (almeno fino a quando non lo si estrae dalla scatola…).

E’ una contesa fra l’artefatto e il naturale. Fra ciò che è composto da materie prime scarsamente nutrienti se non addirittura dannose, plasmate fino al punto da incontrare la trasformazione in sintetiche, in cui l’amaro gusto dei conservanti è sovrastato (ma non cancellato) dall’intensa sapidità monocromatica del prodotto, e ciò che è fondato quasi esclusivamente sulla sostanza, su una genuinità che mai come ora, contrapponendosi al primo termine di paragone, assume un significato ampio ed emblematico. Fra ciò che, costruito su basi così intrinsecamente povere, per emergere e raggiungere la clientela ha dovuto inventarsi da zero, spingendo sull’immagine, sull’impressione del “di più”, della degustazione facile e pronta e ciò che, invece, sta riuscendo a recuperare lentamente ma inesorabilmente posizioni. La ricchezza della sua sostanza riuscirà a prevalere sulla forza dell’apparenza?

Il paragone ardito, però, sta altrove. Cibo e persone si assomigliano. Anche in tal caso è in corso una lotta: quella fra l’essere umano moderno, un esemplare artefatto, fortemente sbilanciato sul piano delle ambizioni, istruito e progettato per competere nell’ambiente di lavoro a cui sceglie di immolare una parte enorme di quella che altrimenti sarebbe la propria esistenza (che non conoscerà mai), e quello più autentico la cui vita, centrandosi su valori ormai desueti, si svolge nel rispetto di bisogni e limiti naturali che, almeno per quanto riguarda l’ambito materiale, si esauriscono facilmente in pochi e fondamentali concetti: un tetto, cibo e vestiti. Il primo è un prodotto dell’industria e vive per l’industria, costantemente all’inseguimento di risultati ogni volta più grandi e plateali, ma trascura, per questo motivo, tutto il resto, generando in sé voragini esistenziali incolmabili che lo spingeranno a desiderare perennemente, insistentemente e disperatamente qualcosa senza alcuna possibilità di placare la sete. Il secondo è stato messo all’angolo, si è quasi estinto, ma non ha perduto il legame con l’autenticità, con il buon senso e sa porsi domande con lucidità minima. Il primo si ingegna, si dimena e occupa il centro della scena ma, essendo a sua volta un prodotto, insegue obiettivi provenienti dall’esterno lontani dal suo centro più intimo che ignora; il secondo, invece, occupa lo spazio ai margini ma è connesso e in asse con se stesso. Cosa non da poco.

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