Il nostro rapporto con la tecnologia

Ricordo che una decina di anni fa, quand’ero ancora uno studente di informatica, la professoressa di inglese un giorno ci suggerì di evitare di ricorrere al motore di ricerca per conoscere il significato di un termine, ma di affrontare piuttosto il compito, sicuramente più lento e gravoso, di sfogliare un vero vocabolario. La motivazione che addusse aveva molto buon senso: una operazione più articolata, prolungata, che richiedesse più attenzione e che coinvolgesse i sensi, avrebbe prodotto l’effetto collaterale di migliorare l’efficacia del processo di apprendimento. Di memorizzare meglio i nuovi contenuti, in sintesi.

Avevo già analizzato tale dinamica per conto mio e infatti ero d’accordo con la prof. Mi ero anche interrogato sulla differenza fra i due approcci e avevo osservato che il caso più difficile richiedeva una maggiore forza di volontà e una motivazione che a loro volta ripagavano con risultati più netti; nel caso dell’interrogazione su Internet, invece, l’atteggiamento era connotato da una certa pigrizia e la memorizzazione ne risultava indebolita, effimera. A tutto ciò si associavano le sensazioni tattili ed olfattive che, nel caso del volume cartaceo, consolidavano ulteriormente il ricordo, del tutto mancanti nell’asettica ricerca effettuata al computer.

Mi apparve chiaro come, per raggiungere un obiettivo, uno strumento non valesse affatto l’altro. Se lo scopo fosse stato imparare davvero, un percorso più impegnativo avrebbe condotto a esiti proporzionali alla fatica impiegata. Se il fine fosse stato più immediato quale, ad esempio, trovare il sinonimo di una parola in un testo per poi dimenticarsene senza rimpianti, allora la scorciatoia offerta dal mezzo digitale poteva andare bene. Si fronteggiavano due strategie diverse, quella comoda e veloce che non lascia il segno, e quella che richiede più pazienza, impegno e motivazione, ma dall’esito più stabile e duraturo.

Negli ultimi decenni la tecnologia è progredita enormemente e si è miniaturizzata, raggiungendo così un livello di integrazione e di invasività verso l’essere umano e le sue attività mai toccato in precedenza,  sostituendolo o assistendolo nello svolgimento di una miriade di pratiche nei confronti delle quali prima, volente o nolente, era costretto ad impegnarsi. Ormai disponiamo di strumenti che offrono soluzioni immediate al costo di uno sforzo irrisorio. Quelle difficoltà, tuttavia, nel momento in cui ci occupavano, ci incuriosivano o magari angustiavano, concorrevano alla nostra crescita e sviluppo, unite all’acquisizione di nuove o incrementate abilità e capacità di ragionamento.

A mio parere, la questione sulla presunta “bontà” del mezzo tecnologico si liquida ancora troppo in fretta, adducendo l’apparentemente saggia affermazione secondo cui la tecnologia costituisce uno strumento che si può usare bene o male, quindi di per sè neutro. Con un coltello, ad esempio, ci si affetta il pane, ma è possibile anche uccidere. Facile averla vinta, però, nei confronti di un coltello, aggiungo: nella sua dimensione di semplice oggetto inanimato, rappresenta una protesi degli arti superiori che, appunto perché elementare, non mortifica la nostra destrezza, semmai permette di esercitarla ad un livello superiore. Si pensi allo scalpello di uno scultore e lo si confronti, invece, con una stampante tridimensionale, decisamente più sofisticata e molto in voga ormai, che rende superflua l’abilità manuale affinata, nel corso dei millenni, attraverso esercizio e perseveranza.

L’evoluzione ha reso gli strumenti di cui ci serviamo sempre più sofisticati e in grado di agire autonomamente, senza più bisogno o quasi dell’intervento esterno. Il vero problema a mio parere risiede proprio in questo, nel rapporto dell’uomo con il mezzo tecnologico, che è cambiato enormemente. L’essere umano da padrone, da abile e ambizioso manovratore, sta trasformandosi in un subalterno, un semplice assistente alla poltrona a cui la macchina richiede pochi e banali interventi per raggiungere lo scopo. Quest’ultimo è ancora originato da noi, tuttavia il nostro livello di partecipazione al suo raggiungimento è in via di riduzione.

Se quindi siamo sempre meno determinanti e ci è richiesto un impegno progressivamente inferiore, all’opposto il livello della nostra dipendenza da tali sofisticati agenti artificiali è in continua crescita. Un cultura millenaria in cui si fondevano destrezza nella manualità e intelligenza è stata resa inutile, perché sorpassata. Il risultato è che stiamo diventando degli inetti, spesso infarciti di teoria accademica, buona solo a favorirci nel riconoscimento di attestati, diplomi e lauree, ma insicuri e fragili nell’esecuzione, rigidi, poco elastici e meno idonei di ieri a svolgere qualsiasi attività.  La scomparsa quasi definitiva dell’artigiano, figura in cui mani e mente, attrezzo e pensiero, si fondono e cooperano per realizzare manufatti che da un lato rispondono alle necessità degli individui e dall’altro incarnano creatività e bellezza, è emblematica del processo di impoverimento collettivo in corso e in ulteriore accelerazione.

L’affermazione secondo cui la tecnologia è solo uno strumento, che si può usare bene o male, può apparire sensata se ci si limita ad un’analisi superficiale; probabilmente ha conservato una sua validità fino a quando gli strumenti si dimostravano più semplici, imperfetti, imprecisi, collocati ad un livello evolutivo ancora acerbo e soprattutto meno invasivi. Nel frattempo è accaduto che, grazie all’impegno continuo di una ristretta cerchia di studiosi altamente specializzati, la tecnologia si è evoluta moltissimo mentre la stragrande maggioranza delle persone, al contrario, è regredita sotto alcuni decisivi aspetti sviluppando nel contempo un’accresciuta dipendenza, o una subalternità, nei confronti delle soluzioni che provengono da tale campo, senza cercare sostituti adeguati a quelle abilità di cui è sempre stata storicamente in possesso e andando incontro, perciò, ad una sorta di atrofìa attitudinale.

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10 risposte a Il nostro rapporto con la tecnologia

  1. Mari ha detto:

    Infatti, credo che il punto sia proprio questo: essere esecutori e delegare operazioni sempre più importanti ad una tecnologia che non siamo in grado di riprodurre, ma solo di usare. Questo attribuisce grande potere alla tecnologia, ma più che altro a chi possiede le chiavi di quella tecnologia, tagliando fuori tutti gli altri. Credo non serva essere complottisti nati per capire che tutto si muove per renderci sempre più necessaria quella tecnologia, che è vero: ha la capacità di semplificarci la vita, questo è indubbio, almeno per quello che mi riguarda. Ma ad un certo punto ci renderemo conto di non poterne più fare a meno. Anzi, forse siamo già a quel punto se alziamo lo sguardo dal nostro smartphone e osserviamo ciò che ci circonda. Banche, sistema sanitario, ufficio per le buste paga, casse del supermercato. Una volta qualcuno mi disse che il mio timore per questa tecnocrazia è infondato, perché anche l’elettricità fino a 70 anni fa era un lusso per pochi ed ora le nostre vite non potremmo nemmeno concepirle senza di essa. Chissà. Ai posteri l’ardua sentenza! 😉

  2. Fabio S. ha detto:

    Proprio così. Non ho mai assimilato la mentalità complottista, perché presume che dietro ogni fatto, tendenza, ci sia una regìa occulta abilissima e intelligentissima, pensiero che esprime un punto di vista piuttosto infantile.E’ l’uomo a fare tutto da sè, a crearsi ostacoli, a inseguire idee folli di crescita e progresso infinito. Se gli antichi greci avevano raggiunto l’optimum, ritenendo inutile e anzi dannoso sviluppare la tecnologia oltre il livello a cui erano, un motivo c’era. Preferirono dedicarsi allo sviluppo dell’uomo, delle arti, della filosofia. Avevano il senso del limite che capivano e non consideravano un fastidioso tappo alle strambe ambizioni umane…

    • Mari ha detto:

      Rispetto ai greci viene gioco facile prendere a modello un’epoca che pare d’oro, ma solo a seconda di dove la si guarda. Chi poteva dedicarsi allo sviluppo dell’uomo, delle arti e della filosofia? Non di certo le donne, e nemmeno tutti quegli uomini che erano schiavi. Ma il fatto è che donne schiavi non erano un neo all’interno di un sistema tutto sommato buono, erano ciò che permetteva l’avanzamento delle arti, del bello, della filosofi a quanti erano sgravati dai compiti più duri (lavorare nei campi, costruire case e templi, allevari figli e gestire il menage domestico). Facile dedicarsi ad altro quando i compiti gravosi vengono fatti da altri.
      La vera domanda, che prendere in campo la tecnologia, è: è indubbio che i progressi scientifici possano avvantaggiare l’essere umano, allontanando da lui fatiche sovrumane, sofferenze, malattie. Allo stesso tempo possono rendere la sua vita un inferno (macchine che invece di liberarci dal lavoro ce lo rubano, oltre a tutte le tecnologie create per nuocere). Il problema è sempre lo stesso: a chi appartengono i mezzi di produzione. Ai cittadini ateniesi appartenevano donne e schiavi (che credo di poter assimilare correttamente alla categoria “mezzi di produzione”), ai privilegiati di oggi le chiavi della tecnologia (più, certo, un sacco di altre cose). Osservandola da questa prospettiva non c’è molta differenza: come fare a cambiare questo nodo centrale?

      • Fabio Saracino ha detto:

        Sì è più semplice dedicarsi alla vita, quando qualcuno/qualcosa sgobba al posto tuo (schiavi/e o macchine che siano). Però c’è una differenza che a mio parere è enorme: i greci avevano il senso del limite espresso nel concetto di hybris, la nostra civiltà no. E questo senso del limite è perdurato, diciamo, fino al XVIII secolo, quando è stato polverizzato a passi successivi dal sopraggiungere della Rivoluzione Industriale e dall’affermazione della borghesia con la sua forza innovatrice (se ne fossero stati più tranquilli a godersi la vita…). Per me è più interessante, quindi, capire in cosa consisteva quell’equilibrio andato perduto e tentare di ristabilirlo (a livello esistenziale, individuale innanzitutto), rispetto a pormi il problema di matrice marxista di chi possegga i mezzi di produzione. Perché già se si parla di mezzi di produzione, ci dobbiamo chiedere perché si produce (così tanto). Per soddisfare beni di prima necessità (cibi, vestiti, un tetto) o per il superfluo? E dato che si produce il superfluo, ne consegue che i mezzi di produzione possano appartenere solo a chi ha interesse a vendere tutto quel superfluo, cioè non le persone comuni. Alle quali basterebbe già non subire il ricatto della perdita del posto di lavoro, della perdita della casa e del rischio di non poter soddisfare le esigenze primarie. Il problema è complesso ma, se non ci sforziamo di capire che l’unica crescita possibile è quella dell’interiorità umana e tutto il resto (tecnologia, mezzi di produzione, capitale inclusi ovviamente) deve adeguarsi ed essere posto al suo servizio, rimarremo in questo pantano. Qui si tratta di rimettere al centro di tutto l’umanità intera, il concetto di essere umano, non trovi?

      • Mari ha detto:

        Non sono certa che i greci avessero il senso del limite, l’epica è piena di terribili punizioni date a chi ha cercato di andare oltre i limiti, ci sono moniti da tutte le parti, evidentemente era una possibilità non così remota 😉 Piuttosto: stamattina sentivo che il phishing è cresciuto del 1.166% e la guerra cibernetica del 117%, nuove forme di sequestro: si sequestrano dati e si chiede riscatto per riaverli. Ci penso spesso a quanto della mia vita dipenda ormai dalla tecnologia: progetti, preventivi, materiali, password, programmi, banking… molto si sta spostando su questi nuovi mari: l’oro e i pirati. La novità è anche quella della velocità del tempo di distruzione: basta un clic. E non c’è più nulla.

      • Fabio Saracino ha detto:

        Ciao, beh dipende cosa intendi per “avere” il senso del limite. Io intendo concepirlo, elaborarlo in qualche modo, averlo sviluppato all’interno della cultura. Su questo non c’è dubbio: già il fatto che, come giustamente dici, la letteratura ne parlasse, significa che in qualche modo era entrato a far parte di quel mondo. Poi, ovviamente, una cosa è il dire, l’altra il fare… se è per questo esisteva già l’interesse sul prestito, che veniva aspramente criticato dai filosofi e poi dalla chiesa ed è stato oggetto di dibattiti nella storia fino a… ieri. Oggi si dà l’interesse per una cosa ovvia, come si dà per scontato che le persone contraggano mutui di 30 anni che le costringono a vivere sotto ricatto e in schiavitù (perché non voglio chiamare libertà la possibilità di scegliere il colore dell’automobile, la marca dei vestiti e lo stile della cucina).
        Ecco, nella nostra società non c’è un vero dibattito (in Italia poi non siamo neanche più in grado), mancano gli intellettuali, ma latita anche l’intellettuale che potrebbe esserci in ognuno di noi, che si interroga, che si chiede perché, che non accetta tutto e non trasforma ogni cosa, acriticamente, in un penoso automatismo. Come hai scritto in un tuo post, si è intuitivi, ma pur sempre dei semplici esecutori. Cioè schiavi, aggiungo. Tornando al senso del limite: come al solito, il concetto funziona come obiettivo a cui tendere, anche se asintoticamente irraggiungibile fornisce la direzione ed è per questo fondamentale. Ma dovremmo iniziare a elaborarlo, secondo me: io mi chiedo in cosa consisteva e come poteva garantire un benessere reale, su quali basi.
        Riguardo alla tecnologia… hai detto tutto. Anche le nostre foto e la musica hanno raggiunto l’immaterialità. Ma non vogliamo parlare dei guadagni stratosferici che derivano da quel flusso continuo di informazioni che le persone si scambiano (io non ho lo smartphone 🙂 ) continuamente? 😀 Una cascata di byte che genera guadagni favolosi, che derivano dal moltiplicare per centinaia di milioni piccoli frammenti di dialoghi-spazzatura che non significano nulla ma a cui ci si dedica con tanto fervore e consistono sostanzialmente in: “Che stai facendo?”, “Sto qua”, “E cosa hai mangiato?”, “Dove stai andando?”, “Che cosa ha detto Tizio? E Pluto?”, “Che freddo!”, “Che caldo”, “Che amore!”, “Che scazzo!”, “Che ore sono?” e bla bla bla… 😀

  3. Mari ha detto:

    Il concetto di limite è indubbiamente affascinante. Serve tempo per ragionarci, per ragionarci ognuno con la propria testa, per ragionarci poi insieme. Condividere pensieri, intuizioni. Sento molto la mancanza del tempo filosofico, quello in cui ci si forma, informa, ci si fa domande e si provano ad elaborare risposte. E in cui le si condividono, anche. In fondo è anche questa la ragione per cui abbiamo aperto un blog e questa è un’opportunità molto bella di condivisione, riflessione, passaggio delle informazioni. Ma la forza e la potenza dello stare in presenza è imbattibile. Lo si fa sempre meno e io ne sento il bisogno sempre di più.

    • Fabio Saracino ha detto:

      Il concetto di limite secondo me racchiude, in realtà, un’altra dimensione dell’esistenza, tale in quanto basata su valori, pratiche e conoscenze che abbiamo perduto. E’ limite per la nostra società, che si basa sul mito della crescita infinita, è limite per l’essere umano infantile, perfettamente rappresentato dall’individuo malato di solipsismo ed egocentrismo del mondo di oggi, ma per un nuovo concetto di umanità, l’idea di limite si pone e si porrà in maniera diversa. Penso che potrà essere un alleato del realismo, del sapersi rendere conto delle cose, del sistema esistenziale in cui si vive e di cui ci sono leggi che non conviene sfidare.
      Per quanto riguarda il tempo… beh è mio obiettivo smetterla di scandirlo attraverso l’orologio e le attività programmate. Affrancarmi sempre più dalla misurazione umana e lasciare che il sole, le stagioni e la natura dettino i ritmi, perché solo quelli contano. E all’interno di ciò che può esistere e trovano terreno ideale l’ozio, il pensiero, la creatività. Ciao!

      PS ricordi i 6 mesi vero? Fra 15 giorni ti scrivo in PVT 😀

      • Mari ha detto:

        Certo che me li ricordo! Me lo segno sul calendario allora! … ma a proposito di tempo: non possono essere già passati sei mesi, dico bene?!? 😀

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