Disuguaglianze

Sperequazione

Sperequazione

“A furia di deregulation e libero mercato, viviamo in un mondo dove più che l’uomo conta il profitto, dove gli otto super miliardari censiti da Forbes, detengono la stessa ricchezza che è riuscita a mettere insieme la metà della popolazione più povera del globo: 3,6 miliardi di persone. E non stupisce visto che l’1% ha accumulato nel 2016 quanto si ritrova in tasca il restante 99%”

Questa notizia non può stupire, è nell’aria da un bel po’. Le dinamiche interne al libero mercato, al capitalismo, alla finanza hanno infatti prodotto, durante il dispiegarsi della Crisi, un’accelerazione della tendenza intrinseca del sistema alla sperequazione, alla distribuzione sbilanciata della ricchezza che ha raggiunto livelli siderali e grotteschi. Un simile sbilanciamento è anche difficile da valutare, considerando l’ordine di grandezza delle cifre coinvolte, veramente inimmaginabili. L’ingiustizia che consegue è talmente abnorme da risultare inconcepibile.

Sembrerebbe una vittoria schiacciante di una ristrettissima elite sulla restante parte della popolazione mondiale e in effetti questo è innegabile. Eppure ci sono un paio di note piuttosto interessanti da esporre a margine. Una è rappresentata dal fatto che, all’interno di un meccanismo il cui unico e irrinunciabile scopo è l’aumento perpetuo del profitto, condizione necessaria alla sua sopravvivenza, una simile inequità distributiva è, per lo stesso sistema, un pericolo. Quell’1% di ricchi sfondati, anche vivendo nel lusso più sfrenato non potrà mai consumare, contribuendo così alla salute di questa economia, quanto il rimanente 99%. Si può quindi affermare che l’avidità estrema di pochi abbia generato una pericolosa contraddizione in questo capitalismo privo ormai di ogni scrupolo e lo indebolirà sempre di più.

La seconda nota consiste nel rendersi conto che la crescita infinita è giunta al capolinea. La contraddizione fra la necessità di un sistema improntato alla crescita perpetua e i limiti fisici del pianeta è sempre più palese. Le risorse naturali finora adoperate per sostenere una produzione in costante incremento cominciano a scarseggiare e la biosfera non riesce a smaltire efficacemente gli scarti (rifiuti) prodotti. D’altra parte, una crescita a tasso composto è di tipo esponenziale e, ad un certo punto, l’incremento necessario utile ad alimentare lo sviluppo diventa insostenibile e irrealistico.

Fermo restando che aspettarsi un cambiamento proveniente dall’alto sia da illusi, oltre che da incoscienti – cosa ben diversa sarebbe invece concepire e mettere in pratica un’utopia, asintoticamente irraggiungibile ma preziosa in quanto stella polare, direzione verso cui tendere – bisognerebbe smettere di contribuire, con il nostro sacrificio quotidiano mascherato e indorato, alla sopravvivenza di questo sistema inumano e grottesco. Con il nostro atteggiamento passivo, l’accettazione acritica, l’attitudine al consumo che funziona solo come un surrogato del riscatto verso un’insoddisfazione cronica che le dinamiche del mercato instillano in ciascuno di noi, alimentiamo un gioco molto più grande di cui siamo, colpevolmente, pedine inconsapevoli. Dico colpevolmente perché ognuno, in realtà, è molto più responsabile della propria vita di quanto sia abituato a pensare e, pertanto,  dovrebbe iniziare a pre-occuparsene. Studiando, dubitando, criticando e, infine, agendo.

“Maledizione, il vero sogno è fare poter fare qualcosa che si ami, non diventare l’ingranaggio della macchina di qualcun altro”
(citazione di cui non ricordo la fonte)

L’articolo si trova qui.

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