Parentesi primaverile sulla costa (ciclogita)

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27 dicembre 2016

Il convoglio arriva alla stazione di Savona alle undici meno un quarto, con appena una decina di minuti di ritardo; il primo elemento che mi colpisce, appena sceso, è l’aria incredibilmente mite e asciutta. Se in Pianura Padana da qualche giorno pare marzo, con temperature salite di svariati gradi per via di un anticiclone piuttosto caldo e della particolare circolazione favorevole al manifestarsi del favonio, il vento di caduta che oltrepassando le Alpi si surriscalda e provoca l’impennata dei termometri, qui l’impressione è che sia addirittura primavera inoltrata. Le modeste tracce di neve sui rilievi più elevati che dominano la costa confermano l’assenza dell’inverno, mentre solo la vegetazione conserva l’aspetto spoglio. Il giubbotto finisce immediatamente nella borsa agganciata al portapacchi posteriore e la maglia termica a maniche lunghe che indosso basta da sola a garantire la protezione necessaria.

Ho le gambe un po’ molli e, ancora assonnato, punto verso levante in direzione di Albisola, non dopo aver gustato un trancio di focaccia ligure acquistata in una panetteria lungo la strada e aver scattato qualche foto al centro di Savona, elegante con gli ampi portici ottocenteschi e l’intricato settore medievale. Percorro il primo tratto svogliatamente, senza tentare di forzare l’andatura, preoccupandomi solo di godere del tepore del sole sulla pelle, del profumo del mare e delle carezze del vento che non mi abbandonerà per tutto il giorno. Non ho intenzione di macinare molti chilometri e mi sento libero da qualsiasi pressione.

L’arrivo a Celle Ligure è come un atterraggio perfetto su una pista ben illuminata. La distesa di case dalle forme graziose e dai vivaci colori pastello si affaccia leziosamente sulla spiaggia e si fa ammirare dalla posizione panoramica in cui mi trovo, ultima sporgenza prima del borgo, una delle innumerevoli che frastagliano la costa e variano frequentemente la direzione e la quota di chi incede. All’interno degli oscuri caruggi mi attende un po’ di frescura residua ma sono soprattutto le correnti d’aria, rafforzate dal passaggio obbligato attraverso le gallerie e le vie anguste, a testimoniare la presenza seppur attenuata dell’inverno.

Varazze, una manciata di chilometri dopo Celle, ha un’estensione maggiore ed offre un numero superiore di attrazioni. Il centro storico è più articolato della media dei piccoli agglomerati liguri, sviluppati sostanzialmente in lunghezza e composti da una o due vie principali parallele alla costa, e conserva alcune costruzioni di un certo pregio architettonico. Fra queste spicca la Collegiata Parrocchiale di Sant’Ambrogio risalente al XIV secolo, con il campanile in stile romanico e la bella facciata barocca d’epoca successiva. Dalla piazza antistante, pavimentata con un selciato dal sapore medievale, imbocco una stradina che mi conduce in una sorta di cortile comune da cui assisto ad una scena sorprendente.

Un uomo è disteso per terra, apparentemente privo di sensi, mentre le due persone che gli sono vicine discutono ad alta voce riferendosi alle sue condizioni. Penso immediatamente ad un incidente, rimango un attimo in osservazione e, proprio mentre sto per intervenire e offrire aiuto, spunta da un vicolo un altro individuo che, con fare concitato, si avvicina ai due. Il dialogo si fa serrato, dopo poco interviene un’altra comparsa e a quel punto comprendo che sto assistendo ad una rappresentazione teatrale improvvisata per le vie del paese. Oltre allo stupore, l’effetto di straniamento è notevole, perché la mia percezione della realtà è stata ribaltata da un artificio talmente ben riuscito e spontaneo da risultare, in un primo momento, assolutamente credibile. E quando manifesto ad un fattorino che assiste come me, appoggiato alla propria motocicletta, di essere stato inizialmente ingannato dalla veridicità della rappresentazione al punto da aver pensato di dover chiamare un’autoambulanza, per un istante fugace vengo sfiorato dal dubbio che anche lui possa essere un attore. E’ da intuizioni del genere, forse, che nascono film come Matrix e i romanzi di Philip K. Dick?

Nervi è l’anticamera occidentale di Genova e, in quanto tale, ha il sapore dei luoghi di passaggio dove ci si sofferma solo per brevi istanti. Al capolinea dei bus, ultimo avamposto dell’infrastruttura di trasporto pubblico del capoluogo, si susseguono in sequenza i mezzi snodati di colore grigio e arancione che, qui, effettuano con un’ampia curva l’inversione del senso di marcia, pronti a tuffarsi nuovamente nel traffico caotico della metropoli. A destra si staglia la linea orizzontale del mare, le cui onde riflettono i raggi di un sole ormai basso, ma ancora in grado di illuminare frontalmente le facciate rivolte a ponente di palazzi austeri dai colori sbiaditi, consumati dalla salsedine e con l’intonaco che mostra qualcosa di più di una incertezza. Dopo poche centinaia di metri mi trovo di fronte alla mia panetteria preferita, in realtà l’unica che conosco in questo posto e verso cui ho instaurato un bel rapporto di “frequentazione culinaria” dai tempi del mio primo vero viaggio in bicicletta, nell’ormai lontano agosto del 2008;  purtroppo  la focaccia al formaggio che ho apprezzato tanto allora e durante le mie visite successive è finita per oggi e così mi accontento di una pasta dolce alla crema, pagandola un’inezia in rapporto alle sue dimensioni.

Al ritorno approfitto della pista ciclabile che, per tratti intermittenti, ripercorre il tracciato della vecchia ferrovia costiera. Fra umide gallerie e cale rocciose pedalo a pochi metri dallo specchio d’acqua districandomi fra i pedoni che la occupano, mentre il sole ormai basso mi punta dritto negli occhi. Essendo ciclopedonale, il tracciato è aperto a tutti ma mi tocca rilevare per l’ennesima volta come manchi, in Italia, il rispetto nei confronti del prossimo. Le  comitive, infatti, invece di organizzarsi in gruppo tenendo vagamente la destra,  avanzano perfettamente allineate. Le persone camminano una a fianco dell’altra, senza eccezione, anche quando sono numerose; in questo modo occupano l’intera carreggiata ostruendo completamente entrambi i sensi di marcia. Così disposte ricordano un mezzo spazzaneve e costringono i ciclisti a scampanellare continuamente per invocare il permesso di passare. In tali circostanze, naturalmente, gli interessati si spendono in scuse, sorrisetti e, quando lo spazio scarseggia proprio, arrivano a spalmarsi enfaticamente contro muretti, ringhiere ed ogni tipo di ostacolo assumendo pose ridicole. Quello che mi chiedo è: se siete disposti a riconoscere la vostra responsabilità, e lo dimostrate anche in modo teatrale ed affettato, perché non fate lo sforzo di comprendere e prevenire il disagio che create? Mantenete la destra, senza stare in fila indiana per carità, e smettetela di procedere come dei cacciatori allineati in una battuta di caccia.

Con il mio riavvicinarmi ai centri, però, la rabbia svanisce. L’attenzione viene catturata dal profumo che giunge dalle cucine, mescolato all’aria del mare, ancora tiepida. Odori sublimi che seducono, corrompono, ammorbidiscono, distolgono da qualsiasi proposito, fastidio, incazzatura. In questo paese sfasciato, come afferma Paolo Rumiz, sembra che l’orgoglio nazionale si conservi solo nell’amore per il cibo e la buona cucina. La resistenza in Italia si combatte a tavola. Ogni tensione si stempera, ogni affronto viene perdonato, ogni problema dimenticato davanti ad un piatto di trofie al pesto innaffiato da buon vino.

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