In bici in città

Godetevi un tramonto, ogni tanto, anche dal lunedì al venerdì

Godetevi un tramonto, ogni tanto, anche dal lunedì al venerdì

E’ sempre la stessa, con i suoi graffi e quel po’ di ruggine anti-ladro distribuita irregolarmente sulle parti cromate, gli ampi parafanghi sgangherati e il manubrio lievemente storto verso sinistra, che non mi sono mai curato di raddrizzare, ma ultimamente al mattino, quando la libero dalla catena che la tiene legata alla rastrelliera nel cortile, la trovo ricoperta da uno strato di ghiaccio diffuso e da gocce indurite, rugiada della notte solidificata per il freddo. In un paio di risvegli era talmente intorpidita che i freni avevano smesso di funzionare e io non potevo rallentare, perché i cavi d’acciaio che collegano le leve alle pinze non scorrevano più all’interno delle guaine congelate.

La mia ultima bici da città costa poco e con lei percorro molti chilometri. E’ un’olandese pesante come un cancello e priva di cambio, che mi costringe spesso a  spingere in piedi sui pedali per acquistare velocità con sufficiente rapidità. Una volta raggiunta, però, la mantiene agevolmente grazie alla sua scorrevolezza e alla forza dell’inerzia. Ha solo 3 anni ma, dato che non riposa mai al coperto e che la lascio ovunque, ne dimostra qualcuno in più, almeno il doppio. Aspetto che mi rende tranquillo quando la parcheggio, perché l’usura, quando non coinvolge parti delicate, costituisce un’ottima assicurazione contro i furti.

Pedalare in città continua ad essere considerata dalla maggioranza un’attività da extraterrestri, anche se il numero di ciclisti urbani appare in netta crescita, pur rimanendo infinitesimale rispetto al totale. Il freddo, il caldo, la pioggia, lo smog, le buche, le portiere aperte all’improvviso, la guida schizofrenica degli altri utenti della strada rappresentano le obiezioni più comuni, scuse più o meno valide per non provare. Ed è un vero peccato, perché ogni volta che si abbandona l’auto per inforcare la bicicletta, si lascia un mondo banale e ripetitivo, avaro di novità, e si varca la soglia di una dimensione ricca di stimoli sensoriali, possibilità, dettagli e colori.

Il lento procedere libera dalla necessità di tenere lo sguardo fisso sulla strada e l’attenzione affrancata dalle incombenze della guida si rivolge adesso verso una maggiore porzione del territorio attraversato. Se l’automobilista è raggiunto da fotogrammi del mondo, selezionati e ritagliati attraverso parabrezza e finestrini (questi ultimi, mi sembra, di dimensioni sempre più ridotte), il ciclista gode dell’immersione totale nell’ambiente e beneficia della possibilità di coglierne gli aspetti che predilige, da cui è attirato e incuriosito maggiormente. Non gioca più il ruolo di spettatore passivo isolato e chiuso in gabbia, ma è parte integrante dei luoghi esplorati. Il che non è affatto poco perché, infranto l’isolamento dell’automobilista, iniziano contemplazione ed interazione. Il trasferimento casa-lavoro diviene una vera e propria esplorazione del mondo, una esperienza cognitiva attraverso cui coglie, impara, giudica, riflette, come parte viva del tutto in cui si muove.

Posso fornire ampie garanzie sulla spettacolarità mutevole del cielo, la volta naturale che incombe sugli enormi palazzi metropolitani, colpevolmente nascosta dal tettuccio della macchina. Soprattutto in quelle occasioni in cui, con l’aria ripulita da abbondanti precipitazioni, si tinge di un blu profondo, mentre l’atmosfera rinnovata e purificata, attraversata dai raggi del sole, restituisce colori nitidi e vivaci. La pioggia, evento che è diventato irragionevolmente fonte di ansia, stress e fastidio, racchiude in sè un aspetto poetico, rigenerante e rilassante che il ciclista solitamente impara ad apprezzare. Notti stellate, appena intraviste dai finestrini, diventano uno spettacolo gratuito a cui si può assistere senza fretta, semplicemente accostando al margine della carreggiata ed alzando il mento verso l’alto, in completa libertà. E poi ancora i viali alberati, condizionatori naturali dispensatori di ombra e freschezza, che emanano piacevoli essenze; mercati rionali, giardini, botteghe e bar all’aperto, microcosmi con cui si rientra in contatto naturale anche solo per brevi istanti.

La libertà di manovra di cui si gode dalla bicicletta è impareggiabile, mentre in macchina il campo d’azione è necessariamente limitato al numero ridotto di possibilità concesse dal dedalo di regole, divieti, segnalazioni. All’opposto, però, le infrastrutture esistenti sono quasi sempre progettate e realizzate con in mente l’unico modello del trasporto privato e mal si adattano all’incedere libero di chi ricorre esclusivamente ai propri muscoli. Per questo motivo dal sellino bisogna cimentarsi in un po’ di “strategia logistica”, essere capaci di inventare una via di fuga da una situazione intricata, quale un incrocio troppo esteso, una sequenza di sensi unici e altre barriere. Spesso mi è capitato di pedalare nella scia di un altro ciclista per vedere con i suoi occhi, per “rubare” le sue soluzioni e confrontarle con le mie, per scoprire nuove traiettorie, altri modi di cavarmi d’impaccio, itinerari per me inediti.

Percorro ogni anno  5000-6000 km sulle due ruote in città. Non mi interessa sapere se siano pochi o molti. Quel che so, è che il cambiamento realizzato ha trasformato quelli che un tempo erano aridi trasferimenti di routine nel ripetersi di una giocosa e liberatoria esperienza mai uguale a se stessa, spesso fondamentale nel correggere in meglio una giornata poco promettente se non addirittura potenzialmente storta. C’è ancora una cosa da dire, però, ed è la seguente: il paesaggio cittadino in cui giornamente mi immergo non si è mai ripetuto identico. D’accordo, i nomi delle vie sono sempre quelli e il giornalaio è ancora all’angolo, a pochi metri dal bar, così come il cavalcavia risalente agli anni ’70, buono solo per attrarre più traffico invece di fluidificarlo. Eppure, a differenza di quando ero un utente classico della strada che si spostava su un mezzo a motore e la mia interpretazione di ciò che sta fuori era ridotta, semplificata, codificata, quando un cantiere rappresentava cioè solo un intralcio alla circolazione, la pioggia un fenomeno avverso e il sole basso di un meraviglioso tramonto un pericolo, adesso riesco a percepire e osservare meglio quel fiume sotterraneo di continuo cambiamento che investe e comprende tutto, che trasforma ogni cosa a partire dai dettagli, e a non farmi sorprendere più.

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2 risposte a In bici in città

  1. Mari ha detto:

    Caro Fabio, oramai è quasi un anno che ho abbandonato la macchina. Vivendo in un paese di provincia non è stato facilissimo organizzarmi e come sai, quando mi è servita per lavoro, l’ho presa in prestito dai miei. Essendo che nella mia testa c’è una casetta in appennino da scovare e fare mia, la macchina dovrà tornare a far parte della mia vita. Devo dire pero’ che quest’anno senza mi ha insegnato molte cose, prima fra tutte che l’essere umano (casomai l’avessi dimenticato) è un animale estremamente adattabile. E così mese dopo mese sono riuscita a fare tutte le cose che volevo, a volte organizzandomi con le macchine di altri, a volte incastrando treni e piazzando tra un’attesa e l’altra un bel libro che mi teneva compagnia. L’uso della bicicletta col suo cestino contenuto non ha fatto altro che proseguire la mia idea di spesa, essenziale , senza “fare scorte”. Inoltre ho ripreso ad usare tanto i piedi. E’ strano come i tempi si dilatino quando non possiamo fare affidamento sulla macchina. La mia palestra di yoga è qui vicina, e anche i miei genitori sono piuttosto vicini (ma poi, in fondo, in un paese cosa non è “vicino”? 🙂 ) e ho preso l’abitudine con qualsiasi tempo di raggiungere la maggior parte delle mie destinazioni a piedi. Ci metto 10 minuti invece che 4, ma quel tempo non mi pesa, anzi: lo ricerco. E’ tutto un rallentare, un utilizzare il tempo che al giorno d’oggi viene considerato sprecato, quello degli spostamenti, in maniera sana. Camminare verso le varie destinazioni mi aiuta molto a pensare, a chiarirmi nei giorni in cui i miei processi mentali sono confusi. Mi fa passare l’ansia.
    Non posso fare completamente a meno della macchina, e non voglio. Lo trovo un grande strumento di libertà, qualcosa che mi permettere di essere dove voglio quando voglio se lo voglio, in particolare per quanto riguarda il viaggiare: da quando mi sto aumentando l’improvvisazione nella mia vita, la macchina svolge un ruolo essenziale nel mio sentirmi libera di esplorare l’Italia come ultimamente sto facendo. Ma riuscire ad usarlo in modo sano, questo sì. Mi auguro che il training di questi mesi e dei prossimi faccia sì che una volta tornata ad avere un mezzo mio, riesca ad usarlo senza abusarne. E a dire il vero non ho bisogno che sia “mio”, sarebbe ottimo anche in condivisione, ma non è semplice da gestire.
    Saluti!

    • Fabio Saracino ha detto:

      Ciao Mari, sono contento che tu abbia sperimentato quanto è bello smettere di pensare ai trasferimenti come ad un male necessario (o a tempo morto, perché improduttivo…) ma tu sia riuscita a reintegrarli all’interno di quel processo vario e multiforme che è la vita e a trarne il massimo. Io non sono contrario all’auto in assoluto, ma all’utilizzo bestiale diffuso che se ne fa. Come sia possibile concepire e accettare di sprecare tempo e risorse chiusi nel traffico a marcire, ogni giorno per 40 anni, non lo so ma è assolutamente inaccettabile. Una prova del fatto che l’auto è usata a sproposito, e che quest’attitudine barbara sia il problema principale, è che l’Italia è disseminata di piccoli centri da 5000-20000 abitanti, dove qualsiasi attività è raggiungibile con piacere (con piacere!) a piedi e invece siano intasati dal traffico privato. E’ grottesco, tragicomico, stupido. L’esistenza stessa di quei centri così raccolti e integrati dimostra che si può vivere lì senz’auto.
      La macchina va bene quando si abita in qualche posto isolato e allora può anche servire. Anche in quel caso, però, molto si può fare, tipo avere un mezzo economico, semplice, soprattutto senza elettronica che si rompe e costa un botto, acquistato secondo criteri di razionalità, senza cedere alle lusinghe della pubblicità, e magari usato ma ben conservato. Perché il mezzo più ecologico è quello che già si possiede e questo è determinato dal fatto che produrrre un’auto costa, in termini energetici, l’equivalente del suo ciclo di vita.
      Ciao!

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