Il colpo d’acceleratore

blade runner

Avrebbero potuto contarci sulle dita di due mani stamattina, ciclisti urbani irriducibili e incoscienti, testardi nello sfidare il tempo da lupi che dovrebbe ormai aver raggiunto l’acme, si spera almeno, ma che purtroppo con il passare del tempo sta degenerando in alluvione. La mantella non è più sufficiente, con l’arto superiore sinistro si sostiene l’ombrello, inclinato nella direzione opposta a quella da cui giungono le raffiche di vento portatrici d’acqua, mentre quello destro impugna saldamente il manubrio tracciando un incerto percorso fra pozzanghere grandi come stagni e  buche insidiose appena nate.

La pausa pranzo porta consiglio, con lo stomaco pieno si ragiona meglio, continuare così non si può. Lascio la bici a riposo e scelgo l’autobus. Con la mia diserzione e quella di qualcun altro, adesso basterà una mano a contarvi, impavidi ciclisti. Le strade sono diventate torrenti, è tutto uno scorrere d’acqua che si accumula in ogni avvallamento, che gronda, che schizza da ogni direzione.  Sono appena le 14 ed è buio quasi come di sera. La volta grigio scuro del cielo si è abbassata e incombe cupa, distinguo i banchi nuvolosi che si rincorrono veloci, gonfi, opprimenti, pare che minaccino l’apocalisse. Attendo allora nei pressi della fermata, con l’ombrello aperto, una figura in mezzo alle altre in questo scenario metropolitano alla Blade Runner. Le automobili sfrecciano come motoscafi su quelli che sono diventati oscuri canali, innalzando al proprio passaggio muri di schiuma che lambiscono i nostri corpi infreddoliti.

Il mezzo pubblico è pieno, a quest’ora non so spiegarmelo. C’è ancora gente che vi ricorre? Non credevo. Sarà per il maltempo o per qualche motivo meno congiunturale? Finestrini appannati, spazio vitale ridotto all’osso, movimenti impossibili. Abbasso gli occhi, un ragazzino ed una ragazzina entrambi chini sul proprio smartphone; indici che scorrono dall’alto verso il basso, poi si arrestano, guadagnano pochi pixel verso l’alto, un rapido soffermarsi su un particolare, poi riprendono a scendere, immagini che nascono dal basso e scompaiono in prossimità del bordo superiore. Sul display di lei scivolano culi, mutande, silhouette, reggiseni, acconciature: una galleria pubblicitaria su Instagram, almeno credo. Anche i due passeggeri alle loro spalle digitano così come quelli davanti: istanti catturati di una festa,  scorrono pure loro ma da destra verso sinistra, occupando a turno l’intero schermo di dimensioni generose. Che allenamento per quel dito così scattante, capace di percorrere tutti quei centrimetri in così poco tempo. Io, invece, non posso spostarmi, sono bloccato, allora gli occhi tentano una via di fuga incrociando per un attimo quelli sereni di una donna di colore: non è curvata in avanti come gli altri, attende con pazienza, osserva attorno a sè. Poi cerco l’esterno, ma l’umidità ha opacizzato i vetri. Nulla, qui dentro, mi attrae, anche solo minimamente.

La fermata è collocata sul terrapieno alla base del filare di alberi che si distende per tutta la lunghezza del corso. I nostri piedi poggiano su un pantano di fango mescolato ad uno spesso strato di foglie, viscido e insidioso, a fianco del quale il mezzo riparte a razzo, sfrecciando incurante degli ex passeggeri che si ritrovano in trincea in un equilibrio precario. Transitato il bus, giunge il turno delle automobili-motoscafi. Percepisco la tensione che impregna l’aria, prima ancora di prendere visivamente le misure della nuova situazione in cui mi trovo catapultato. Accade così nelle grandi città: quando si verifica un evento atmosferico di una certa rilevanza, gli automobilisti diventano isterici. Invece di rallentare, di affrontare con ponderatezza la difficoltà, le persone reagiscono con l’incazzatura. Rifiutano completamente l’ostacolo, vogliono togliersi al più presto dall’incertezza. E allora è ovunque un salire di giri dei motori, uno sfrecciare insensato e pericoloso, una gara a chi si trae prima d’impaccio, anche se è tutto un impaccio, meta inclusa.

A ben vedere non si tratta di individui, semmai di un unico grande organismo, di uno sciame di mosche metalliche in favore del quale chi vi prende parte ha abdicato, rinunciando alla propria autonomia, capacità di pensiero, motivazione. Se uno impazzisce, gli altri lo seguono acriticamente. Agiscono in base ad un unico volere, quello del grande gruppo di cui fanno parte. Questo organismo non ha nessuna intenzione di morire e, ai segnali sempre più evidenti che la natura manda, risponde a modo suo: con un colpo d’acceleratore. Una dinamica, purtroppo, che si riscontra non solo sulla strada.

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