Opus Vs labor, work Vs job, libertà Vs imposizione

Anche questo è un opus, ma non è affatto leggero

Anche questo è un opus, che richiede molta fatica e determinazione, ma ricompensa con esperienze dal valore difficilmente quantificabile

Riconosciamolo una volta per tutte: veniamo educati al lavoro imposto, quello che dovrebbe contribuire alla causa comune, al bene della collettività. La scuola serve sostanzialmente a persuaderci di quanto sia necessario impegnarsi, anche contro la propria volontà, nel compito a cui siamo stati destinati con il nostro consenso più o meno complice, ignaro, inerte. Ci convince che le alternative non sono possibili, che ognuno deve assumere un ruolo ben preciso nella società affinché questa funzioni. Il braccio di ferro inizia alla tenera età di 6 anni e si trasforma presto in quella serie infinita di esami, verifiche, valutazioni il cui unico, vero, solido risultato è quello di abituare l’individuo a sentirsi costantemente messo alla prova, etichettato, soppesato e a non consolidare mai nè approfondire autonomamente le nozioni apprese. C’è il programma da concludere, sempre qualcos’altro da fare, le regole cambiano, bisogna procedere adeguandosi di volta in volta, le domande devono essere sempre attinenti all’argomento trattato, l’insegnante rappresenta l’autorità e come tale non si può contraddire. Il processo educativo negli anni diventa più esigente, si rafforza radicandosi nell’individuo che, al compimento della maggiore età, è ormai convinto dell’assoluta inesorabilità del proprio percorso di studi; tramite il quale, attraverso la successiva laurea, verrà condotto all’approdo sicuro rappresentato da una mansione destinata sostanzialmente a ripetersi sugli stessi binari. Il senso del dovere intanto ha  preso il sopravvento sul resto, che diviene meno importante, secondario, sacrificabile, rimandabile e, magari, qualcosa di cui vergognarsi un po’, il che non guasta mai.

“Lavoro”, in italiano, deriva dal latino labor (in  inglese job). Conosciamo bene le leggi del suo mondo: obiettivi e traguardi sono decisi da qualcun altro, non siamo noi, ognuno per sè, a scegliere cosa fare, quando e perché; siamo tenuti a rispettare un certo numero di  regole e in cambio ci accontentiamo della paga. Sono considerate come qualità di un buon impiegato (il  participio passato del verbo, usato come sostantivo, tradisce il ruolo passivo che si assume) lo spirito di abnegazione, la mancanza di attitudine alla ribellione e la rinuncia ad un’ampia fetta di autonomia fino al “traguardo” rappresentato dalla “meritata” pensione (che, ultimamente, assomiglia sempre più ad un miraggio).

Tuttavia, anche se la lingua italiana non lo considera, non esiste solo il lavoro servile o imposto. Con la parola latina opus, infatti, come con quella inglese work, si intendono tutte quelle attività prive di vincoli imposti e svolte con piacere. E’ chi le intraprende a decidere quali siano. Compiamo un opus quando operiamo in libertà, impegnandoci e assecondando un forte, autentico impulso interiore. I nostri hobby, quelle occupazioni che ci danno gioia e in cui si sentiamo pienamente realizzati, che amiamo e che abbiamo colpevolmente accettato di ridimensionare al punto da disinnamorarcene per lasciare dilagare il tempo del labor, possono trasformarsi in opus, dal momento in cui vi dedichiamo più tempo e attenzione.

Non è un caso che ci abbiano insegnato che  il “dovere”, cioè il lavoro servile, si collochi prima del “piacere”, il dolce far nulla; che questi due atteggiamenti siano posti, del tutto arbitrariamente, agli antipodi e considerati pertanto inconciliabili. Tale distorta prospettiva si arroga il diritto di trattare i lavoratori come dei pelandroni il cui unico desiderio sia, quando non lavorano per conto di qualcun altro, bighellonare in quanto incapaci di agire autonomamente sulla base di scelte autentiche. Dopo l’attività esiste, invece, il tempo del meritato riposo. E basta.

Ci è stato detto che l’unica concezione del lavoro è quella del primo tipo e che ha la precedenza su tutto; ci hanno convinto a rimandare i nostri hobby a dopo il labor, a quando cioè, ormai stanchi e svuotati, non disponiamo più delle energie migliori già spese e il piacere che riusciamo a trarne si riduce. Il guaio è che molti di noi sono stati addestrati così bene da essersi convinti di amare quel che fanno, anche se non si è trattato di una libera scelta. Si sono fatti piacere il lavoro servile senza opporre resistenza. Altri, molti, troppi, sono così alienati da non avere la più pallida idea di cosa li rappresenti, di cosa amino svolgere e di quali talenti inespressi possiedano, che potrebbero però scoprire concendendosi il tempo di impegnarsi autonomamente e seriamente in qualcosa di proprio.

Molto probabilmente, il concetto di lavoro-dovere non è del tutto eliminabile: ogni persona è vincolata al soddisfacimento di alcuni fondamentali bisogni materiali, come un tetto, cibo e vestiti, che richiedono l’esecuzione di compiti gravosi di frequente non amati. Tuttavia immolare una vita intera allo svolgimento di questi ultimi non è affatto necessario, soprattutto se si considera che ad essere prodotti, oggi, sono soprattutto beni superflui che, per definizione, nulla hanno a che vedere con il reale benessere. A livello esistenziale, quindi, è necessario e ragionevole ridurre allo stretto necessario il tempo dedicato al labor ed espandere il più possibile quello per l’opus, con lo scopo di realizzarci veramente, cioè autenticamente.

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9 risposte a Opus Vs labor, work Vs job, libertà Vs imposizione

  1. Mari ha detto:

    Che l’unica concezione del lavoro sia quella del primo tipo ce l’hanno detto talmente tanto che anche per chi è convinto del contrario e lo sta mettendo in pratica a volte è facile sentire un qualche senso di disagio, di colpa quasi, per quella che agli occhi del mondo strutturato sul lavora-consuma-crepa sembra nullafacenza. Serve allora una palestra mentale in cui tenersi in allenamento, perché non è affatto una lotta facile, non essendo ad armi pari. Da un lato un esercito che batte su ogni ambito della tua vita per spingerti a comprare, apparire, lavorare, guadagnare e dall’altro il tuo spirito critico e quello di qualche sparuto compagno di viaggio, un viaggio pieno di inciampi, intoppi, fatiche…

  2. Silver Silvan ha detto:

    Bel post. Bisogna avere carattere, per considerare le cose in questi termini. E’ una posizione decisamente controcorrente. Ho appena letto il suo commento pieno di entusiasmo per il libro del signor Perotti. Ho acquistato il libro, ma non l’ho letto. Un po’ perché da un anno e mezzo non riesco a finire un libro, cosa per me molto insolita, e quindi ho smesso di leggerne; un po’ perché l’argomento non mi convince granché. Di conseguenza sono rimasta molto colpita dal suo entusiasmo. Di solito, in quel blog, l’entusiasmo è quello tipicamente puerile del gentil sesso: nel senso che è riservato più al gestore del blog che a quello che scrive, cosa che provoca in me una sonnolenza profonda. Il suo commento, invece, ha una valenza diversa: l’ho apprezzato per questo.

    • Fabio Saracino ha detto:

      Ciao Silvan, bentornata e grazie per l’apprezzamento. Su Rais: è un romanzo denso, ricco, introspettivo. La trama c’è ed è ben articolata, ma malgrado tutto passa in secondo piano, secondo me, rispetto all’umanità che vi è contenuta. C’è poi lo smascheramento dei fatti in favore della verità, quelli ufficiali, istituzionali, che mai corrispondono alla realtà (mi riferisco alla scoperta dell’America) oppure ne forniscono una versione parziale. Sa perché oggi la gente è così addormentata, perché le cose vanno male, perché non ci si interessa più a nulla veramente? Perché mai come oggi la realtà è distorta, manipolata, il suo racconto è incompleto. E questo obiettivo è raggiunto con un’alchimia potente che, semplicemente, allontana e addormenta. Quindi apprezzo molto ogni operazione di riscoperta, che accende la curiosità e i neuroni. Buona lettura.

      • Silver Silvan ha detto:

        Aggiunge un ulteriore elemento, scrivendo che la trama passa in secondo piano rispetto all’umanità: se c’è una critica che ho sempre mosso ai libri del Perotti è la mancanza (in realtà, immagino siano scelte stilistiche dell’autore, mi sembra l’abbia anche scritto) di approfondimento nella psicologia dei personaggi. Ovviamente dipende anche dal tipo di storia sviluppata: nel penultimo libro, per dire, indagare sugli aspetti psicologici dei personaggi sarebbe stato inutile e persino assurdo. Ora scopro che questi aspetti, nel nuovo libro, prevalgono addirittura sulla trama. Wow, un salto di qualità! Ma qui ci sarebbe da sviluppare un discorso complesso. Ci sono autori che creano storie avvincenti e autori che creano personaggi indimenticabili. Immagino che riuscire a combinare le due cose, porti alla creazione di un capolavoro.

        Sull’addormentamento delle coscienze ci devo riflettere. Io vedo un sacco di gente isterica. Ma potrebbe essere isterica perché temporaneamente distolta dall’addormentamento. Interessante ipotesi, anche in considerazione di quanto ha scritto nel suo ultimo post!
        Arrivederci.

      • Fabio Saracino ha detto:

        La gente è isterica appunto perché addormentata. Un paradosso solo apparente: ciò che dorme è la mente, il sistema cognitivo, la capacità di osservare, di riflettere. Fanno cose troppo lontane da sè e si sono dimenticate di sè, quindi si sono addormentate. Ma essersi addormentati, in questo senso, non vuol dire spegnersi: vuol dire aver perso il contatto con se stessi. Quel sè che trova altri modi di esperimersi, disorganizzati, assurdi, sconclusionati. Magari lo stress è solo un sintomo.

  3. Silver Silvan ha detto:

    https://beizauberei.wordpress.com/2016/12/02/debacle/

    Non avevo ancora letto questo, ma capita a fagiolo. Cosa chiedo, io ad un libro? Di riuscire a finirlo, attualmente. Il primo romanzo di Scanzi non sono riuscita a finirlo. E lei, cosa chiede ad un libro?

    • Fabio Saracino ha detto:

      Ottima domanda, mi ha spinto a rifletterci. Credo che la risposta sia “sapienza”. Non nozioni, o cultura, come a scuola. Ma sapienza, qualcosa che è molto più personale, che è compatibile con quello che sono, adesso, e con quello che intravvedo all’orizzonte, nel mio futuro. Qualcosa che lo definisca meglio.

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