Grande sentiero del Roero S1 (secondo giorno)

9 ottobre 2016

A Montà è sempre mezzanotte – la vita dal bar del paese – il castello addormentato – il bosco fra Montà e Cisterna – nel profondo del bosco

Intorno alle 8 e un quarto passeggio per le vie del paese, dopo aver lasciato quella che è stata la mia dimora per la notte appena trascorsa. Il cielo è coperto e l’umidità si sente. L’atmosfera autunnale infonde una leggera malinconia. Non vedo in giro anima viva: dodici ore fa vagavo per Montà e appariva così desolata da sembrare mezzanotte, ma anche adesso è come a mezzanotte, con la sola differenza della (poca) luce del giorno. Rido per la mia osservazione che, comunque, subisce la smentita poco dopo, quando raggiungo le prime bancarelle del mercato che occupano buona parte della lunghezza dell’agglomerato. Guadagnata l’ampia piazza principale dove ha sede, su un lato, l’ecomuseo delle rocche del Roero, mi godo un ottimo cappuccino accompagnato da un croissant ed osservo la spensieratezza degli abitanti, specialmente i più anziani che si intrattengono in divertenti siparietti con la prosperosa cameriera.

Il castello di Montà si erge spettrale nel punto più elevato del paese, celato in parte dalla rigogliosa vegetazione centenaria racchiusa nel parco da cui è circondato. Riposa in uno stato di parziale abbandono, in attesa di un lento e definitivo declino oppure di un evento che ne decreti la rinascita. Bella l’alta torre circolare che spunta dalle folte chiome degli alberi come un occhio vigile. Dopo alcuni chilometri l’S1 si sovrappone al “sentiero del castagno” e, proseguendo in direzione dell’oasi di San Nicolao, penetra all’interno di un bosco primigenio che lascia passare poca luce. Avverto una percezione di distacco dai fatti del mondo. E quando mi ritrovo a contemplare dalle rive un piccolo, immobile lago le cui acque riempiono una concavità naturale fra i rilievi , ho l’impressione di essere nel luogo più intimo e protetto della foresta.

Perdo la cognizione del tempo e per un po’ vago senza dare più peso alla meta. Fotografo, raccolgo qualche castagna, osservo la vita del sottobosco. Ad un certo punto, la volta di rami che limitava lo sguardo verso l’alto si apre permettendomi di rivedere le nubi. Il segmento del sentiero del castagno in comune con l’S1 è terminato e si ripropone una salita in cui la polvere raggiunge uno spessore di ben tre o quattro dita. Il panorama si allarga fino a comprendere le colline più vicine, nuovamente tappezzate di vigneti. Peccato che il tempo brumoso con la sua foschia smorzi i colori e limiti la visibilità. Mentre sono impegnato su una pendenza accentuata che accorcia il respiro, provo l’impulso a voltarmi all’indietro e rivedo in lontananza per un’ultima, fugace apparizione, il castello di Montà con il loggiato che emerge dagli alberi.

Fra le dune di sabbia ricoperte di vigne – sono sul fondo del mare – un po’ di filosofia della guarigione

Queste non sono colline, sono dune ricoperte di vigneti! Esclamo così perché la camminata è diventata pesante e faticosa su questo sentiero che garantisce scarso appoggio, a causa della sabbia in cui sprofondano parzialmente gli scarponcini. E che si tratti di “dune” ne ho la dimostrazione quando dalla copertura nuvolosa un po’ meno compatta filtrano i raggi del sole ed illuminano la terra tingendola di giallo. Ma c’è un motivo più profondo che giustifica la mia affermazione iperbolica e va ricercato indietro nel tempo, molto indietro…

Venti milioni di anni fa, nel Miocene, un braccio del Mare Mediterraneo, delimitato a nord dall’arco alpino, ricopriva le attuali zone del Monferrato, Langhe e Roero; sui fondali andarono ad accumularsi depositi detritici fra cui resti di organismi marini. Cinque milioni di anni fa, nel Pliocene, dal Mare Padano che occupava il Piemonte emergeva un’isola che corrisponde all’attuale Monferrato settentrionale e alle Langhe, mentre sul Roero si alternavano periodi di prosciugamento e altri di sommersione; questa fase terminò tre milioni di anni fa, quando l’intero territorio emerse definitivamente. Successivi depositi di ghiaia, argilla e ciotoli iniziarono a ricoprire quello che un tempo aveva rappresentato il fondale marino. Le acque del Tanaro, che duecentomila anni fa confluivano nel Po all’altezza di Carmagnola, a causa della erodibilità e modellabilità del suolo variarono progressivamente il proprio corso. Il vecchio tratto compreso fra Bra e Carmagnola fu abbandonato e la nuova confluenza nel Po traslò verso est nei pressi di Valenza. Da allora la linea del fiume separa il Roero a nord-ovest dalle Langhe a sud-est.

Non c’è da stupirsi quindi dell’aspetto ove sabbioso, ove argilloso di queste dune-colline. Sto procedendo su un antichissimo e friabile fondale marino, le cui origini sono camuffate dagli accumuli di polvere, vegetazione, sassi che si sono susseguiti nelle ultime migliaia di anni. Questo è il motivo per cui tali zone sono interessate da frequenti smottamenti; sarebbe perciò un grandissimo errore disboscare i pendii, dato che le radici garantiscono un fondamentale effetto di contenimento.

La sensazione di benessere di cui ho goduto nel bosco era evidente, ma si conferma anche adesso che sto camminando sulla dorsale che si pone come spartiacque fra due versanti rivestiti di vigneti, mentre i raggi del sole illuminano a chiazze il panorama che ammiro da quassù. Allora penso che buona parte del malessere che l’uomo moderno prova nelle città artificiali sia principalmente causato dal distacco profondo dalla natura che si è autoinflitto, alla separazione da quella molteplicità di forme di vita che interagiscono fra loro in modi che solo in parte riconosciamo. Abbiamo rinunciato al potere curativo di cui dispone, che garantirebbe di affrontare piccoli (e magari grandi) malesseri che si protraggono per giorni solo perché non ci concediamo una passeggiata nella natura, da cui scaturiscono un miglioramento dell’umore, elemento alla base delle nostre condizioni psicologiche, e della condizione fisica. Nelle nostre vite di routine passate in ambienti chiusi o inquinati non viviamo quasi mai condizioni favorevoli, procediamo senza variazioni sostanziali e quindi sperimentiamo scarse possibilità di guarire i mali che da passeggeri e innocui nella fase iniziale successivamente si cronicizzano. A quel punto, quando i problemi si sono insediati stabilmente dentro di noi, grazie proprio a quella stabilità che noi stessi perpetuiamo con così tanto impegno all’interno della nostra rituale quotidianità, ritieniamo erronemanente di avere bisogno di rimedi estremi, convinti che ci abbia colpito una sciagura di proporzioni superiori alle nostre forze, oppure l’insondabile destino.

Basterebbe compiere un passo indietro. Ieri sera, al termine della prima tappa, mentre percorrevo i tornanti per Santo Stefano, ho avuto un “eccesso” di buonumore ed è arrivato dopo la fatica fisica svolta nella natura. Stavo bene e mi sentivo particolarmente soddisfatto, leggero, allegro. Questo si traduceva in un’ironia e un desiderio di scherzare che si insinuava dirompente in ogni mio pensiero ed osservazione. “La natura selvaggia è sia una condizione geografica che uno stato d’animo”, recita un cartello lungo il percorso e mi trovo assolutamente d’accordo. La natura che cresce libera è forte e ricca di varietà, non è ordinata,  non è “pettinata”, non è addomesticata, non è semplificata, va avanti dispiegando la propria forza alla ricerca di un equilibrio spontaneo. E’ quanto di più lontano ci sia da un prato all’inglese.

Nel bosco fra Montà e Cisterna d’Asti – ormai dovrei essere nei pressi di Cisterna – chilometri sulla sabbia – ormai dovrei essere nei pressi di Cisterna – stanchezza e dolori – ormai dovrei essere nei pressi di Cisterna – l’amara verità – ciao Cisterna vado a Villafranca-Cantarana!

La discesa lunga e graduale si nasconde nuovamente nel bosco primigenio. Alla quota più bassa l’S1 ricalca un altro segmento del sentiero del castagno. Una folata del fresco vento autunnale scuote le alte fronde le cui estremità sono collocate almeno venti metri sopra la mia testa ed innesca una pioggia di foglie secche che cadono lentamente attorno a me. Ogni evento atmosferico giunge attutito, distante, lontano sotto la protezione di questa coperta naturale.

Ormai dovrei essere nei pressi di Cisterna, credo. In lontananza le voci e i motori segnalano la presenza della civiltà. Eppure il sentiero sembra non terminare mai… c’è nuovamente sabbia, tanta, ed è solcata da tracce di pneumatici. Due motociclette in assetto da fuori strada mi superano rumorose e puzzolenti. Poco dopo ne passa una terza. Si alternano le curve con lunghi tratti in rettilineo, ma non riesco a scorgere la fine.

Sono le quattro del pomeriggio e ho scoperto che le voci precedentemente udite non provenivano dal paese, ma da un’area in cui alcuni uomini erano al lavoro con mezzi meccanici. Non sono riuscito a vederli perché il mio percorso è collocato ad un livello lievemente più basso ma credo che fossero boscaioli.

Ormai dovrei essere vicino alla meta. Da Cisterna poi altri otto chilometri per San Damiano dove salirò sul bus delle 17.30. Inizia a fare fresco e sono decisamente stanco. Mi aspettavo di tutto meno che dover camminare per lunghissimi tratti sulla sabbia profonda. Lo zaino in spalla pesa e ho dolore ai piedi. Il bosco è sempre uguale, buio e nuovamente silenzioso, ripetitivo adesso. Stringo i denti, ormai manca poco…

Ho sete e non ho nulla con cui dissetarmi, inizio a spazientirmi e di Cisterna neanche l’ombra. Controllo tardivamente il Gps e dopo alcuni istanti il pallino blu che segnala l’attuale posizione sulla mappa si accende impietosamente: invece di entrare nell’abitato, l’ho solo sfiorato superandolo di alcuni chilometri in direzione nord. Ripercorro con la mente il recente passato alla ricerca dell’errore: si è verificato quasi sicuramente all’ultimo bivio, quando interpretando male il cartello che conservava una certa ambiguità a causa di un posizionamento incerto, ma sapendo di essere ormai al termine dell’opera, avevo scelto il ramo sbagliato senza prestare sufficiente attenzione.

Decido allora di proseguire verso nord e raggiungere la stazione di Villafranca-Cantarana che, collocata sulla bisettrice Asti-Torino, mi permetterà di salire sul primo treno. Si tratta di macinare una dozzina di chilometri ancora, forse di più. Fortunatamente anche il sentiero sabbioso si conclude terminando sulla lunga e stretta provinciale 10 per Martinetta. Il fondo agevole favorisce la mia andatura che torna disinvolta, energie residue permettendo. L’ultimo segmento compreso fra Martinetta e Villafranca-Cantarana si rivela comunque il più duro. Sia per le condizioni fisiche ormai precarie, dato che sono stanco morto, ho male ai piedi e sono costretto ad un’andatura da lumaca, sia perché qui fa freddo, la pianura ondulata dispensa un’umidità che penetra nelle ossa e la ventilazione peggiora le cose. Il paesaggio è ancora bello, puntellato di cascine e campanili, sostanzialmente intatto e piacevole, ma non attira più la mia attenzione, fa solo da sfondo agli ultimi sforzi che stanno per volgere al termine. Nella minuscola stazione ferroviaria c’è solo una macchinetta per la stampa dei biglietti ed è funzionante. Inganno l’ora e mezza di attesa per il primo convoglio gustando birra e kebab nel locale più vicino alla ferrovia, mentre fuori è ormai buio.

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