Grande sentiero del Roero S1 (primo giorno)

8 ottobre 2016

Il trasferimento – Bra e le sue chiese barocche – villette a schiera e cani coraggiosi che abbaiano da dietro i cancelli – ampi spazi che appagano l’occhio

Sono ormai quasi le 10 del mattino quando i miei piedi iniziano a calpestare i primi metri del Grande sentiero del Roero, un percorso ciclopedonale lungo quasi 40 km collocato in una delle aree naturali più interessanti e incontaminate del Piemonte, capace di collegare la cittadina di Bra con il paese di Cisterna d’Asti. Sono salito sul treno alla stazione di Torino Lingotto dopo aver attraversato tutta la città con i mezzi pubblici. Le facce che mi circondavano sul bus e poi sulla metro erano quelle abituali della gente che lavora: tristi, scostanti, eccessivamente serie. Avevo creduto che oggi, sabato, si respirasse un’aria meno cupa del solito e invece, osservando i volti tesi, ho l’impressione che le cose vadano sempre peggio.

La piatta campagna attorno a Carmagnola si movimenta procedendo verso sud e i primi rilievi che scorgo sulla mia sinistra annunciano l’avvicinamento alla meta, scandito dalla sequenza di paesi che incontro prima del fine corsa: Sommariva del Bosco, Sanfrè, Bandito. La graziosa stazioncina di Bra mi accoglie con una peculiarità: la voce dell’annunciatore, non essendo registrata, presenta toni caldi e una cadenza umana, differenziandosi dal restante 99% dei casi in cui la medesima formula, ripetuta meccanicamente e continuamente con variazioni minime, si conclude sempre con quell’ossessivo “allontanarsi dalla linea gialla”, un mantra da manicomio.

Attraverso a piedi in linea retta il compatto centro storico puntellato da ricche chiese barocche fino a raggiungere, in periferia, il Santuario della Madonna dei Fiori. E’ qui che il sentiero S1 nasce come diramazione della trafficata strada principale. Il primo chilometro, in realtà, si può tranquillamente dimenticare perché consiste in un concerto tenuto da cani che abbaiano molto coraggiosamente dall’interno delle recinzioni delle numerose, e assai banali, villette a schiera costruite lungo la via.

Subito dopo, però,  la strada prima perde l’asfalto diventando uno sterrato,  poi si restringe al punto da trasformarsi in un sentiero che, senza mostrare troppi riguardi per chi vi transita, si arrampica tortuoso sulla prima altura. Al termine della salita le condizioni del fondo migliorano vistosamente e, in maniera inattesa, si aprono allo sguardo ampi spazi ondulati dai tratti decisamente pittoreschi. Non si scorgono altre abitazioni e mi ritrovo di colpo immerso nel silenzio. Muovo i primi passi in questa nuova dimensione mentre l’andatura guadagna in regolarità. Alle narici giunge l’odore intenso e particolare della terra grassa e generosa caratteristica del territorio, una sensazione olfattiva distante da quella che si prova in prossimità di terreni concimati con sostanze chimiche e più sopportabile, quasi piacevole. Questo secondo inizio è decisamente confortante.

Donne a cavallo – campi arati e sentieri polverosi – il primo contatto con le rocche – il castello dell’amante del re – il bosco delle favole e le immancabili speculazioni edilizie

Quando sono in prossimità di una curva, scorgo dietro di me quattro donne a cavallo che procedono in fila indiana. In pochi istanti hanno raggiunto e superato la mia posizione e mi salutano a turno, tagliando in seguito per i campi. Mi trovo a pochi chilometri dalla partenza eppure sono già fuori dal mondo, su un altopiano delimitato da una corona di basse colline, fra campi estesi e i primi noccioleti. Scorgo in lontananza un trattore impegnato al lavoro, agevolato negli spostamenti dal reticolo di sterrati ad uso dei mezzi agricoli e dei viaggiatori. Osservo la quantità di polvere che si solleva al mio passaggio, che testimonia il periodo siccitoso che perdura da un paio di mesi. Dopo circa quattro chilometri e mezzo raggiungo l’abitato di America dei Boschi, frazione di Pocapaglia; cammino per un breve tratto lungo una strada asfaltata e, seguendo le indicazioni, mi immetto sul sentiero che, salendo ripido nel fitto bosco, conduce ad un rilievo da cui è possibile apprezzare il panorama sulle valli sottostanti. Nell’area picnic di Asfodelo, estesa macchia verde dimora di alcuni pregevoli esemplari di alberi secolari riconoscibili per il diametro ragguardevole del fusto, mi avvicino con cautela al punto in cui il prato termina improvvisamente su uno strapiombo; da questo balcone naturale privo di protezione stabilisco il primo contatto visivo con il paesaggio delle rocche del Roero.

Sommariva Perno è una piccola località in cui la prima parte del nome significa “sulla sommità della riva”, cioè della collina. E infatti per raggiungerla guadagno quota fra i vigneti. La porta ottocentesca in stile neogotico introduce al piccolo centro storico su cui svetta il castello, la cui costruzione risale almeno al XII secolo; nell’Ottocento fu ristrutturato e trasformato in un austero palazzo in seguito all’acquisto da parte di Vittorio Emanuele II di Savoia che lo destinò a dimora dell’amata Bela Rosin; non c’è molto altro da vedere e riprendo il cammino lungo l’S1 che, adesso, è ricoperto da una spessa coltre di sabbia che rende difficoltoso l’incedere.

La percorribilità migliora quando, in prossimità di Baldissero, svolto a sinistra per Montaldo Roero. La piccola provinciale fiancheggia un incantevole bosco primigenio che ricorda certe ambientazioni proprie delle favole. Gli alberi che ospita, imponenti, nodosi e con una scura e spessa corteccia parzialmente ricoperta di muschio, hanno un tronco il cui diametro è talmente grande che, per cingerlo completamente, sarebbero necessarie tre persone. Il sottobosco è ricoperto da un mantello d’erba e foglie secche che sembra invitare il passante al riposo. Concedendomi una piccola digressione, mi allontano dalla strada per cedere al richiamo e ammirare da vicino questi giganti che, immobili, pare che dormano un sonno eterno; alle mie narici giunge una mescolanza di odori di umidità, di legno e di vegetazione e provo una sensazione generale di quiete che si fonde con il desiderio di rimanere qui per un tempo indefinito.

Al successivo bivio, che offre la scelta fra la località di Monteu e quella di Montaldo, mi dirigo verso la prima. Adesso gli spazi si sono momentaneamente allargati, il susseguirsi di concavità e convessità si è tramutato in una ondulazione meno accentuata del terreno e infatti, come in quasi tutte le zone di pianura, spuntano numerosi i cartelli che riportano la dicitura “terreno edificabile”. Proprio qui, in uno dei pochi angoli d’Italia a bassa quota ancora capaci di regalare una natura intatta e incontaminata, si dà la possibilità di costruire, di annullare cioè l’equilibrio preesistente e la meravigliosa varietà di vita, di colori, di forme e di sostituire tutto ciò con un banale prato all’inglese, dal verde uniforme e curatissimo in tutte le stagioni, ma biologicamente ed esteticamente povero e con al centro la solita villetta.

Dialogo fra campane – tramonto sui vigneti – sorpresa a Santo Stefano – salvato da un passaggio – arrivo a Montà

Sulla dorsale della collina che separa geograficamente l’area di Montaldo da quella di Monteu tendo le orecchie e rimango in ascolto di un dialogo che da secoli si rinnova ogni giorno all’orario prestabilito: quello fra i campanili delle due località, poco distanti in linea d’aria l’una dall’altra, che suonano quasi in contemporanea. Le rotondità dei rilievi, combinandosi e armonizzandosi alla perfezione con la vegetazione e le ondulazioni del manto erboso, disegnano sinuosità che placano lo spirito. Accelero il passo, invece, quando scorgo a pochi metri dal mio tracciato una lunga fila di arnie da cui proviene un cupo ronzio. In realtà non credo di aver corso un vero pericolo per via di quelle api impegnate nel proprio lavoro, ma ho preferito procedere oltre senza indugio.

Affronto i tornanti per Santo Stefano Roero al tramonto. I boschi e la natura selvaggia hanno ceduto il passo ad un paesaggio su cui è più evidente l’intervento umano, come attestato dalle vaste distese di vigneti che ricoprono i declivi. La sera che avanza tinge delicatamente ogni elemento di rosa e le ombre, ormai lunghissime, hanno i minuti contati; mentre guadagno lentamente quota, la temperatura precipita. Il buio che avanza e il fresco mi mettono una certa premura ma, giunto al paese, constato con rammarico che l’unico affittacamere è chiuso e lo rimarrà per un altra decina di giorni, dato che i padroni sono impegnati nella vendemmia, come apprenderò poco dopo. La località successiva,  Montà d’Alba, dista sei chilometri dal punto in cui mi trovo, recita il cartello stradale. Non pochi, se affrontati alle sette di sera con l’aria che si fa pungente e il sole ormai sceso oltre l’orizzonte.

Due chilometri dopo l’amara scoperta formulo spontaneamente un pensiero che mi conforta: un passaggio, a questo punto, sarebbe gradito e, perché no, assolutamente plausibile. Chi potrà negare un aiuto ad un viandante dall’aria stanca, zaino in spalla, che si affretta a valicare l’ennesima altura e destinato altrimenti ad affrontare il buio incombente in completa solitudine? Nell’istante successivo a questa riflessione, con un tempismo perfetto, compare un anziano signore a bordo di una Punto grigia che, affiancandomi, mi offre il passaggio immaginato, a condizione che gli perdoni il disordine del suo abitacolo. Andiamo nella stessa direzione e, considerate le prospettive poco allettanti a cui andrei incontro se continuassi da solo a piedi, non ho la minima difficoltà a scusarlo e a rassicurarlo. Non ricordo di aver mai provato così tanto piacere nell’accomodarmi su una Fiat, che in questa circostanza assume le sembianze di una carrozza dorata condotta da un elegante cocchiere.

La strada si rivela essere, ad occhio, più lunga dei quattro chilometri previsti e arriviamo a Montà quando è buio completo. Dopo essermi accomiatato dal mio “salvatore”, scopro al primo colpo una valida ed economica sistemazione per la notte. La padrona della camera che affitto è in vena di chiacchiere e mi comunica, fra le altre cose, che posso ritenermi fortunato ad aver trovato un letto dato che, nella vicina Alba, è in corso l’annuale fiera del tartufo la quale, “richiamando gente da tutto il mondo” –  e qui gli occhi le brillano di fierezza per un istante – provoca la saturazione di tutte le strutture ricettive dei dintorni. Ma la sopraggiunta ed inaspettata dose di fortuna non conosce declino nemmeno per quanto riguarda la cena, che consumo in un pub ristorante dove, spendendo una cifra contenuta, recupero le energie con porzioni abbondanti innaffiate da due ottime birre doppio malto. Dopo quasi trenta chilometri percorsi, considerando anche gli spostamenti accessori, e grazie all’alcool ingurgitato, una volta toccato il cuscino sprofondo senza difficoltà nel sonno.

[continua con la seconda tappa]

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6 risposte a Grande sentiero del Roero S1 (primo giorno)

  1. Mari ha detto:

    Fabio! MI fa piacere la tua virata sul camminare! Goditela, ne avrei bisogno anche io.

    • Fabio Saracino ha detto:

      Più che virata è stata una sperimentazione, il volere aggiungere una possibilità in più. Rimango fedele alla bicicletta, che è un po’ come un cavallo. 🙂 Comunque esperienza intensa, tosta, sostanziosa. Non ho idea di cosa possa capitare in un viaggio a piedi che copra una distanza temporale più lunga…

      • Mari ha detto:

        Devo dire che la mia esperienza di viaggi a piedi non può forse darti molto per una differenza sostanziale: la compagnia. Non ho mai camminato sola, che sia stato un viaggio di due settimane o di pochi giorni e la sostanza delle cose cambia. Se vuoi sperimentarti su un viaggio più lungo e vuoi comunque partire solo ti consiglio il cammino di Santiago (e più lontano sei da Santiago meglio è, e non è necessario assolutamente arrivarci, la meta è il cammino), dove hai l’opportunità di stare solo quando vuoi ma anche di trovare compagnia se lo vorrai, alternando questi due momenti.

      • Fabio Saracino ha detto:

        Grazie Mari, sì viaggiare da soli è molto diverso dal viaggiare in compagnia. Ci si sente più vulnerabili… e a piedi ancora di più che in bici. E’ incredibile osservare il cambiamento che si ha rallentando dai 20 km/h ai 4-5 delle gambe… sei esposto per più tempo ad ogni elemento che incontri e questo è significativo.
        PS come dice Renato Pozzetto nel film “Il ragazzo di campagna”, ho “interessanti prospettive per il futuro”, riguardo a viaggi e mete future. Che significa che stavolta la combino grossa! Fra circa 6 mesi (manca ancora un po’ in effetti), se tutto va come deve andare, lo scoprirai.

      • Mari ha detto:

        Ma scusa Fabio! Mi stai mettendo una pulce nell’orecchio che mi darà fastidio per BEN sei mesi? 😀 Ad ogni modo in generale quando qualcuno mi dice che sta per combinarla grossa sono sempre emozionata, gongolerò nell’ignoranza nel frattempo!

      • Fabio Saracino ha detto:

        E’ vero Mari sono troppi sei mesi… ma già un mese prima il progetto sarà svelato, quindi si scende a 5 dai! 😀
        Ciao

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