Tales from Sardinia (V)

20 agosto 2016

Oggi è una giornata calda e afosa, l’orizzonte sfuma nascosto dalla foschia, il mare è piatto come una tavola. Tempo immobile, calma di vento, sensazione di attesa, anche il traffico è moderato, almeno nei primi chilometri lungo la costa, poi verso Marritza irrompe intenso spezzando l’atmosfera di staticità. Piego verso l’interno, prendo la provinciale che fiancheggia sulla sinistra delle basse alture spelacchiate e sulla destra la piana ondulata e ben coltivata ritrovando in breve il silenzio. Seguo la strada per Osilo che si immerge fra le colline guadagnando lentamente quota, circondato da un’alternanza di pini e di cipressi che mi fanno sentire a metà fra Alpi e Toscana. Alla mia destra, dopo 17 km dalla partenza, un piccolo gruppo di persone è raccolto attorno ad una fontana, nell’atto di riempire le bottiglie con le fresche acque di sorgente che qui vengono a contatto con l’aria.

Poco dopo comincia la salita vera e propria, sotto un sole rovente. L’erba sui declivi è sempre più gialla e tende al marrone. I rilievi abbandonano l’aspetto collinare e diventano basse montagne rocciose. Mentre affronto i primi tornanti compare il bosco, la cui ombra non arriva a lambire la strada ma che, attraversato dalla debole brezza odierna, consente a questa di raffreddarsi e di regalarmi un po’ di refrigerio. Mi trovo adesso nella Valle di San Lorenzo, delimitata da antichi blocchi calcarei dalle pareti ripide e che fino agli anni ’50 del ‘900 ospitava ben 34 mulini alimentati dal Rio Ottula, nato dal contributo delle varie sorgenti che sgorgano tutto l’anno in quest’area carsica.

I 3 km di questa corta valle finiscono presto e mi conducono su un altopiano ondulato. Il panorama che dal borgo Santa Vittoria si apre è bucolico, costituito da spazi immensi composti da concavità e convessità su cui predomina il giallo dei campi, delimitati gli uni dagli altri da un verde reticolo di alberi allineati. All’orizzonte spicca il rilievo su cui sorge Osilo con la sua torre. La salita ai 615 m di questa località profuma di mirto e si conclude, sulla mia sinistra, con un bosco di pini che rimanda ad altre latitudini ma che purtroppo, proprio nel punto più alto, è deturpato dalla presenza di grossi ripetitori. Il vociare che improvvisamente squarcia il silenzio annuncia lo svolgimento di un evento importante e infatti nella bella e antica chiesa in pietra del paese si sta celebrando un matrimonio. Scatto qualche foto alle vie suggestive e al panorama che si offre da questo speciale punto di osservazione e mi avvio sulla statale127 in direzione di Nulvi.

L’imbocco della provinciale 76 per Ploaghe si risolve in uno sterrato polveroso, lungo una salita abbacinante in un deserto di colline scoscese, a quota decisamente più bassa. Il percorso si intreccia più volte con la ferrovia a scartamento ridotto, alternando tratti asfaltati con altri grezzi. La strada è completamente libera e pedalo in assoluta solitudine. Il senso del viaggiare e la consapevolezza di muoversi verso una meta, lungo questa strada assolata, si dilatano, si espandono come un gas perdendo consistenza, fino a dissolversi sotto questo caldo che morde e il sole che picchia in testa ed ottunde. Rimane solo il movimento fine a se stesso, la semplice prosecuzione del gesto.

Lo scenario da cui emerge Ploaghe, una lingua di case attraversata lungo la sua estensione da alcune vie parallele, è simile a quello di un film western. Giallo, marrone e siccità, fra basse alture erose e levigate dagli agenti atmosferici e ampi spazi che si perdono a vista d’occhio. Mi aspetto da un momento all’altro di incontrare un cowboy a cavallo o una mandria di bufali in corsa. Ciò che mi attende è in realtà un piccolo incidente che mi provoca alcune abrasioni e lividi, causato da una buca profonda annegata nell’asfalto su cui la ruota anteriore rimane bloccata. E’ l’occasione per apprezzare l’umanità e l’ospitalità di alcuni abitanti che mi soccorrono e mi invitano nella propria casa per lavare le ferite e disinfettarle.

Un po’ scosso e dolorante per l’imprevisto, decido di accorciare il giro, ma mancano comunque ancora 50 km per giungere a casa. Attraverso Florinas, Cargeghe e Muros in un contesto completamente diverso dal precedente, decisamente più verde e montuoso. La salita per Scala di Giocca, a sud est di Sassari, è piuttosto severa e presenta dei tornanti da cui ammiro le valli e i rilievi ammantati di boschi; infine, superata Sassari, inizio la lunga, trafficata e irregolare discesa in direzione del mare.

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3 risposte a Tales from Sardinia (V)

  1. Mari ha detto:

    Spero nulla di grave! Saluti!

    • Fabio Saracino ha detto:

      Mi è andata bene, Mari. Molto bene. Lividi sparsi e qualche graffio, ma nulla di rotto. Comunque, un sacco di patate ha più stile quando cade.
      Al mio tablettino da 7 pollici, invece, è andata peggio. 😀

      • Mari ha detto:

        Una mia cara amica si è frantumata 5 costole per una caduta in bici… una settimana di ospedale più altri 10 gg di mutua. Il dottore che l’ha curata in ospedale le ha detto che ciclisiti e motociclisti sono pazzi, rischiano la vita tutti i giorni e appena arriva la primavera iniziano ad arrivare tante tipologie di questi infortunati. Dopo tutto il terrorismo che le ha fatto, appena le costole non le hanno fatto più male, è tornata in bici e ha fatto la Ferrara – Mare notturna 🙂

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