Tales from Sardinia (IV)

Il Palazzo della Provincia visto attraverso i portici a Sassari

Il Palazzo della Provincia visto attraverso i portici a Sassari

16 agosto 2016

La settimana di ferragosto anche per quest’anno fa rilevare la presenza dei turisti che in massa invadono la costa per le agognate vacanze e si portano dietro le abitudini consolidate dalla routine e il solito, ampio, “irrinunciabile” corredo di bagagli (di cui buona parte rimarrà inutilizzata): l’idea di partire leggeri, magari ricorrendo ai mezzi pubblici per il trasferimento, anche solo per curiosità o per provare una maggiore spensieratezza, continua a non sfiorarli e così il cordone ombelicale con l’automobile non viene reciso neanche stavolta.

Scelgo allora di dirigermi nuovamente verso l’interno. Il mare mi piace, ma la varietà dell’entroterra mi attira di più; stavolta non percorrerò molti chilometri e spenderò un tempo maggiore nella visita di alcuni borghi e della città di Sassari. Abbandono quindi la costa all’altezza di Marritza prima di incontrare la grande pineta che ingloba Marina di Sorso e Platamona e inseguo la bella strada provinciale che guadagna quota srotolandosi sinuosa fra estesi filari di ulivi delimitati dai caratteristici muretti a secco. La vocazione del territorio che attraverso, comunque, è soprattutto vinicola e il nome del primo borgo che incontro, Sorso, spalmato lungo il fianco della collina assieme a Sennori, poco più su, sembra proprio confermare il titolo assegnato di città del vino.

Dai 130 m di altitudine si gode di una spettacolare vista sul mare, ma qui a Sorso si respira anche un’aria di condivisione e di vita sociale di cui altri paesi sardi (e non solo) sembrano difettare. Passeggiando per le sue vie luminose mi sembra quasi di essere entrato nell’appartamento di una grande famiglia sorridente, con le persone che camminano per le strade assolate, gli uomini seduti ai tavolini dei bar per commentare su tutto e le donne che prendono a secchiate i marciapiedi surriscaldati e polverosi. La Chiesa di San Pantaleo è, forse, la costruzione di maggior pregio architettonico ma, nel complesso, l’intero borgo è piacevole e la disposizione delle abitazioni agevola i trasferimenti a piedi fra un luogo e l’altro.

Sennori occupa il punto più inclinato del pendio condiviso con la vicina Sorso pur distando da questa pochissimi chilometri; sorge inoltre ad un altitudine praticamente doppia, intorno ai 270-280 m. Le sue strade sono molto meno agevoli, gravate da una pendenza più accentuata che obbliga a faticare. Il borgo è in pratica distribuito su più livelli, connessi dalle ripide rampe su cui si affacciano le abitazioni. Ostinatamente, mi arrampico fino a quello più in alto ricevendo in premio la splendida vista che dal belvedere si protende sulla porzione occidentale del Golfo dell’Asinara.

Il tratto seguente è inserito in una regione collinare boscosa e piacevole, con un saliscendi concentrato e ricco di curve, in cui il profumo della vegetazione giunge chiaro e netto alle narici. Non conosco i vari tipi di essenze che respiro ma sono buonissimi: probabilmente finocchietto, pino marittimo, fiori, arbusti, cipolla selvatica, mi sembra di sentire anche l’odore della terra e quello della legna essiccata al sole. Il piacere che deriva da tale esperienza olfattiva si smorza non appena si svela l’orrore ai margini della strada: un susseguirsi continuo di rifiuti gettati dalle auto in corsa composto dalla più grande varietà di cianfrusaglie, pacchetti di sigarette, bottiglie di vetro e di plastica, cartoni, riviste, borse. Immagino allora quelle mani, controllate da cervelli disattivati, protese al di fuori del finestrino che, con vile rapidità, lanciano l’ennesimo scarto. Guardo il gesto al rallentatore, lo analizzo, vi riconosco il menefreghismo e la stupidità di chi non è capace di porsi neanche la più semplice delle domande. Ma non è finita qui, perché molta di questa spazzatura giace in frantumi e si mescola alla terra: è il risultato dello sminuzzamento involontario operato dai macchinari per tagliare l’erba, operazione che complica ulteriormente l’auspicabile fase di pulizia, che andrebbe compiuta ben prima della tosatura. Fra milioni di anni i fossili più diffusi saranno cerchioni, bottiglie e varie forme di plastica.

Il centro storico di Sassari, anche se visitato sotto un sole cocente, mi aiuta a recuperare lo spirito. Separato dalla campagna collinare da uno spesso guscio di modernità composto da condomini anonimi e strade di scorrimento, versa in condizioni non ottimali nella sua parte più antica e medioevale collocata a ridosso dell’affollato Corso Vittorio Emanuele II, ma presenta anche edifici di grande pregio architettonico fra cui spiccano, su tutti: il Duomo dalla settecentesca facciata barocca; il Palazzo della Provincia e il Palazzo Giordano, quest’ultimo in stile neogotico veneziano ed entrambi prospicienti la bella Piazza Italia. In alcuni punti del centro sono ancora presenti piccole porzioni delle mura medioevali, riconoscibili dalle classiche merlature, e alcune torri.
Oltre all’area ottocentesca, che fa bella mostra di sé nonostante gli innesti moderni del tutto fuori contesto, sono stato colpito dalle vie del centro antico, che, nonostante l’incuria attuale e i rimaneggiamenti succedutisi nel tempo, testimoniano ancora in parte l’importanza che assunse la città in un passato ormai lontano, compreso fra i secoli XIII e XV. Oggi vi risiedono piccole attività commerciali al dettaglio e, a mio parere, rappresentano l’anima più autentica e interessante di Sassari oltre a costituire un potenziale turistico notevole, attualmente poco sfruttato. Davanti all’ingresso dello splendido palazzo del Banco di Sardegna invece, alle spalle di Piazza Italia, è esposta una scultura sonora del celebre artista sardo Pinuccio Sciola, deceduto proprio nel 2016.

Dopo quasi tre ore a passeggio nella città, riparto alla volta di casa che raggiungo dopo 81 km percorsi complessivamente.

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