Tales from Sardinia (III)

L'isola dell'Asinara con la torre della Pelosa in primo piano

L’isola dell’Asinara con la torre della Pelosa in primo piano

13 agosto 2016

A differenza delle uscite dei giorni scorsi, in cui mi sono dedicato alla perlustrazione dell’entroterra, protagonista della gita odierna sarà il mare. Percorrerò il lungo tratto di costa fino al punto in cui la terraferma si interrompe ed è possibile procedere oltre solo in traghetto, alla volta dell’isola dell’Asinara. Le salite impegnative saranno sostituite dai più facili saliscendi disegnati dal profilo variabile della costa, le cui spiagge di sabbia fine e bianchissima sono interrotte da spettacolari cale e insenature, con il blu vivido dell’immensa massa d’acqua frastagliata che, infrangendosi sugli speroni rocciosi, biancheggia di schiuma.

Dalla baia in cui mi trovo, su cui oggi si addensano numerose abitazioni ma, fino a pochi decenni fa, risultava in un ampio e incontaminato declivio verde alla cui base si estendono spiagge inframmezzate da piccole propaggini rocciose, è sufficiente percorrere pochissimi chilometri per immergersi in un panorama di bellezza ancora superiore. La natura dispensa dapprima altopiani che si interrompono a strapiombo sul mare e su cui sono lasciati a seccare i cilindri di fieno, a ridosso dei quali una campagna ondulata, dall’aspetto bucolico, accoglie le attività agricole e pastorali; più avanti un’estesa pineta si comprime per un chilometro o poco più fra il mare ed un laghetto tendente al rossastro, probabilmente a causa delle alghe che vi proliferano; infine su un piccolo promontorio, in posizione strategica, sorge una torre d’avvistamento, compresa fra le scogliere verticali di roccia chiara stratificata, ai piedi delle quali spumeggia l’acqua del mare, trasparente e invitante.

Lungo la statale e le strade trasversali si ammassano, purtroppo, anche lunghi serpentoni luccicanti di veicoli parcheggiati. A questo scenario si aggiunge il passaggio continuo delle vetture: alcune arrivano in cerca di un fazzoletto da occupare per qualche ora, altre abbandonano momentaneamente il luogo per recarsi al centro più vicino alla ricerca di un costume, sigarette, acqua o altro. Grazie alla disponibilità di mezzi motorizzati, spostiamo mari e monti per qualsiasi motivo, anche il più futile, generando altro traffico. Una volta invece, potendo contare solo sulla forza umana, probabilmente ci si organizzava anche meglio, perché dimenticare significava dover rinunciare.

Le propaggini orientali di Porto Torres mi accolgono con un tratto di costa bella e frastagliata, anche se la cittadina, un po’ anonima, è affiancata sul lato nord occidentale da una estesa zona industriale per buona parte abbandonata. Dal suo assolatissimo porto marittimo partono le rotte dei traghetti da e verso la terraferma. Gli abitanti, come sempre da queste parti, sono gentili e sorridenti, segno che comunque anche qui la vita scorre serena, piacevolmente avulsa dalla civiltà dello stress.

A settentrione dell’agglomerato urbano la statale si allontana provvisoriamente dal mare tagliando in due l’abbacinante piana della Nurra. Il paesaggio, per alcuni chilometri, si rivela più ordinario e monotono, ma è questione di poco e la natura ricomincia a dispensare le proprie attrazioni. L’avvicinamento a Stintino, che dà il nome all’omonima penisola, guadagna in spettacolarità ad ogni metro: la costa ritrovata disegna cale di sassi e sabbia mentre, a circa 3 km dal piccolo centro, si estende immobile lo stagno di Casaraccio, che con i propri, leggeri miasmi, reclama sicuramente attenzione per sé.

Stintino è un piacevole borgo dotato di porticciolo e case basse, sovente ad un solo piano, dai colori vivaci: rosso, arancione, bianco, verde, celeste, rosa. Assaporo una pizza e mi rinfresco con una coca cola con ghiaccio e limone nel dehors del locale che fronteggia la scogliera. Il passaggio di un gommone, sulla cui prua un cane di taglia medio grande mantiene una posa plastica tutta protesa in avanti, petto in fuori e zampe tese, come un perlustratore che scandaglia la zona, scatena la curiosità e i sorrisi divertiti dei clienti del bar che assistono alla scena.

Il viaggio di andata non è ancora terminato: desidero infatti raggiungere la punta più settentrionale oltre la quale si estende l’isola dell’Asinara, sede dell’omonimo parco e che ospitò negli anni ottanta, per motivi di sicurezza, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le indicazioni per le spiagge sono evocative: Coscia di Donna, La Pelosetta e La Pelosa. Scartate le prime due, ispirato dal nome proseguo verso la terza. Il panorama è mozzafiato: circondate da un mare di limpidezza caraibica, si dispongono prima un isolotto che ospita un’altra torre d’avvistamento, chiamata Torre della Pelosa, poi l’isola Piana e, alle sue spalle, quella dell’Asinara, più grande, brulla e montuosa. Alla mia sinistra, invece, una distesa rocciosa, che dà l’impressione di essere di origine lavica, scende con una inclinazione di circa 30 gradi sul mare, come uno scivolo per le enormi imbarcazioni di un qualche popolo immaginario di giganti.

Rimango in contemplazione per lunghi minuti con la forte la tentazione di tuffarmi nelle acque della Pelosa, ma devo rinunciarvi perché ho finito di pranzare da poco e preferisco non correre rischi. Brutto sprecare così una simile occasione! Dopo aver concluso la visita, con circa 65 km dinanzi per raggiungere casa, ma soddisfatto dai suggestivi panorami, mi concedo lungo la via del ritorno un diversivo lungo una sterrata che si inoltra nella torrida campagna a ridosso del grande stagno di Pilo. Vengo inseguito anche da un cane da guardia a difesa di un gregge che, non appena mi avvista, mi rincorre sbraitando a pochi centimetri dalle caviglie fino a quando, sfiancato per la mia accelerazione, desiste dopo un centinaio di metri. Il ritorno sul nastro d’asfalto suscita in me una sensazione di comfort simile a quella che si prova quando ci si accomoda sul divano del salotto dopo una lunga camminata. Accompagnato dalle ombre sempre più lunghe del tramonto che incombe e favorito dalla ritrovata superficie liscia che scorre sotto le ruote, raggiungo la destinazione dopo 132 km.

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