Recensione del libro ‘Solo la crisi ci può salvare’

                                   

La paura della Crisi, esarcebata dai mass media che ne offrono una descrizione parziale, induce la maggior parte della popolazione ad un atteggiamento di passività e di attesa nei confronti di una soluzione proveniente dall’alto. La mancanza di un’analisi rigorosa e completa sulle cause che hanno condotto alla situazione attuale di certo non aiuta le persone a porsi domande, a sollevare dubbi che favorirebbero la formulazione di un punto di vista autonomo e il cambiamento di rotta necessario.

Il racconto che i media espongono della Crisi è incompleto e, come tutte le informazioni poco esaustive, si presta a facili manipolazioni. Quello che viene tratteggiato come un periodo di difficoltà economica nasconde in realtà qualcosa di più profondo, che include ambiti volutamente ignorati dalla vulgata ufficiale ma dalla rilevanza ancora maggiore:

  • siamo di fronte, infatti, ad una Crisi dell’ecosistema, a causa del raggiungimento e superamento dei limiti nella disponibilità di materie prime e della capacità della biosfera di assorbire la produzione eccezionale di scarti (rifiuti industriali, civili e inquinamento); fra le conseguenze di questo superamento compaiono cambiamenti climatici dagli esiti potenzialmente catastrofici e il degrado e la distruzione dell’ambiente, che sostiene la Vita, oltre all’esaurimento delle fonti energetiche tradizionali, fra cui spicca il petrolio, verso cui abbiamo sviluppato una dipendenza tanto totalizzante quanto allarmante;
  • siamo anche dinanzi ad una Crisi dell’essere umano e del suo sistema di valori che, nell’ultimo secolo, è stato progressivamente snaturato in favore dell’accettazione di nuovi valori di matrice mercantilista, quali l’accumulo di denaro, il lavoro come ragione di vita, la competizione, l’individualismo sfrenato, ecc. Il risultato di tutto questo è il disfacimento della capacità di pensare in senso collettivo, di considerare la propria condotta all’interno di una comunità, e ha prodotto individui solipsistici perfettamente addestrati a combattere gli uni contro gli altri per il proprio tornaconto personale e monetario. Individui che, lavorando instancabilmente e rincorrendo successo e gratificazione monetaria ad ogni costo, riempiono il vuoto che questo atteggiamento genera instaurando una vera e propria dipendenza dall’acquisto di oggetti e beni materiali, vissuto compulsivamente
  • ci siamo eccessivamente allontanati dalla Natura, dai suoi cicli e dalla sua influenza benefica, anche se siamo parte di essa e da questa dipendiamo, oltre che per l’esistenza, anche per il nostro equilibrio fisico e interiore; viviamo in metropoli dove i ritmi non sono naturali e il cemento ha sostituito il verde, e soprattutto in cui è precluso, alle nuove generazioni, il necessario contatto con l’elemento naturale, fondamento di uno sviluppo equilibrato e di una qualche forma di saggezza correlata all’osservazione e interazione con esso

Il libro di recente pubblicazione “Solo la crisi ci può salvare”, scritto a quattro mani da Paolo Ermani e Andrea Strozzi, si inserisce nel solco della letteratura che, attraverso un’analisi critica del problema, si propone di fornire al lettore un punto di vista alternativo a quello costruito artificiosamente dai mass media. Sforzandosi di dare una definizione completa della Crisi, ne offre una valutazione realista, meno allarmante per alcuni aspetti ma più rigorosa nella ricerca delle cause; in questo modo la tesi espressa facilita il superamento di alcune credenze diffuse, fra cui quella, sbandierata ipocritamente da TV e giornali, secondo cui l’incepparsi del meccanismo della crescita economica si può risolvere solo con un’ulteriore accelerazione della stessa, che dovrebbe consistere perciò in un nuovo aumento del volume delle merci prodotte e scambiate (perseverando così nell’autodistruttivo disinteresse nei confronti dell’ambiente) con il fine di accrescere indefinitamente il PIL.
Secondo la tesi sostenuta dagli autori, la risoluzione di questa Crisi economica, ma soprattutto ambientale ed umana, deve passare attraverso la responsabilità personale di ognuno di noi: è il momento di accrescere il livello della nostra consapevolezza, dei motivi che ci spingono, ad esempio, a perseverare nella convinzione che la felicità o anche il semplice conforto possano coincidere con l’acquisto e il possesso di oggetti e servizi a pagamento; passa attraverso un’attenta analisi delle nostre abitudini e bisogni reali con lo scopo di liberarci di tutto ciò che è superfluo e, spesso, dannoso, per riscoprire finalmente i valori che stanno alla base della Vita. Che non sono sicuramente l’acquisto di una Porsche o, per chi vorrebbe ma non può, una Golf ultimo modello, turbodiesel magari, per risparmiare sulle briciole. E non risiedono neanche nell’accettare di lavorare per ben undici mesi all’anno, 8-12 ore al giorno, in luoghi deprimenti illuminati artificialmente, in cambio di qualche settimana di ferie in posti sovraffollati e cari.

Nel libro alcuni capitoli sono illuminanti e sconcertanti insieme. In quello dal titolo “Due terzi schiavo”, uno degli autori calcola spannometricamente quanta parte del proprio stipendio viene spesa in voci a supporto dell’attività lavorativa e dello stile di vita ad esso strettamente connesso. Fra questi compaiono: le colazioni di lavoro e i caffè, le cene, l’automobile, i vestiti e le ferie all’altezza del proprio rango, le spese culturali necessarie ad essere sempre aggiornati all’interno del proprio ambito lavorativo. Il risultato del calcolo conduce ad un’amara e sorprendente verità: tali uscite corrispondono a ben due terzi delle entrate! Questo significa ad esempio che, su 3000 euro guadagnati da un dipendente di livello medio-alto, ben 2000 vengono spesi solo per poter lavorare e condurre un’esistenza in tono con la propria mansione (secondo il senso comune affermato e purtroppo dato per scontato). I restanti mille, invece, risultano impiegati nell’acquisto dei beni strettamente necessari, quelli da cui dipendiamo a prescindere e che sono sempre i soliti: un tetto e del cibo. Riconoscendo innanzitutto la differenza fra beni primari e superflui e analizzando le uscite per gli uni e per gli altri, ognuno di noi può quindi iniziare a riflettere sulla quantità di denaro in gioco e sulle cause reali di spesa. Siamo davvero alla fame se il PIL non cresce, ci mancano cose essenziali, di cui è impossibile fare a meno per vivere? Facciamo buon uso del denaro di cui disponiamo? Questo accresce la nostra felicità oppure è da un pezzo che non lo fa più? Potremmo spendere di meno (e lavorare molto meno…) conservando un’esistenza appagante in modo simile o superiore e preservando nello stesso tempo la nostra salute e quella del pianeta?

Un altro capitolo, fra i vari, che aiuta a vederci chiaro è quello relativo alla situazione della Germania, i cui indicatori economici segnano prosperità ma, se si volge lo sguardo sugli aspetti che generano direttamente benessere e qualità della vita, si scopre come non sia affatto ricca come i media raccontano.
Mi riferisco ad elementi quali il clima, la varietà e qualità della produzione agricola, la cultura e le grandi città d’arte, l’alimentazione, la bellezza paesaggistica, di cui la Germania difetta in parte o del tutto e che tenta di compensare con un’industrializzazione elevata ed una spinta al consumismo ancora più feroce. Il cittadino tedesco medio disporrà anche di una casa spaziosa e all’avanguardia, di un’autovettura moderna e veloce, e di uno stipendio elevato da sperperare in viaggi per il mondo (alla ricerca di sole e buon cibo che non ha…) e frivolezze, ma questi pochi indicatori non possono di certo competere con il ventaglio di possibilità che la natura e la storia garantiscono, e in abbondanza, all’Italia ad esempio.

Nel confronto è appunto l’Italia ad essere vincente sul piano della ricchezza reale, fruibile, rispetto alla Germania, nonostante sembri esserne del tutto inconsapevole. Per convincersene è sufficiente osservare in quale stato versano i nostri monumenti, oppure il livello di degrado ambientale che stiamo raggiungendo, o quanto territorio nazionale sia praticamente abbandonato, quando potrebbe essere recuperato per l’agricoltura e per un turismo ecologico e culturale. Nella nostra nazione i problemi maggiori possono essere rintracciati in uno Stato incapace di formulare una pianificazione di medio e lungo termine; nel malaffare; nell’incuria del territorio e dei beni artistici, nell’inquinamento e anche nella piaga del posto fisso, una distorsione, un autentico mito considerato da buona parte della popolazione l’ultimo e unico obbiettivo della vita, ottenuto il quale non vale la pena impegnarsi in altro.

Dopo aver analizzato i mali, ma anche i punti di forza che, evidentemente, ignoriamo, troppo impegnati a leccarci le presunte ferite, gli autori annunciano la propria ricetta, che consiste in un’assunzione piena della nostra responsabilità e nel passaggio all’azione, nell’impegno autonomo a mettere in atto pratiche e stili di vita alternativi, senza attendere il consenso, il permesso, la spinta o l’aiuto né delle autorità, né degli “altri”.
Si tratta in prima battuta di accrescere la consapevolezza di noi stessi e di modificare i nostri comportamenti individuali; in secondo luogo di dedicarci alla realizzazione di progetti che coinvolgano altre persone, ricorrendo magari a forme di finanziamento collettivo modulate di volta in volta, con lo scopo di creare vere e proprie comunità resilienti composte da individui capaci e collaborativi, che vivono secondo criteri di sostenibilità ambientale e condividono i medesimi valori. Senza chiedere nulla a nessuno, anzi dando l’esempio, cercando di ottenere risultati tangibili attraverso l’impiego delle forze proprie e del gruppo.

“Solo la crisi ci può salvare” è un libro che consiglio a tutti, perché è scritto per noi, uomini e donne alle soglie di un cambiamento epocale che richiede una mentalità nuova, più grande di quella che ci ha condotti fin qui nel bene e nel male e che sicuramente non è sufficiente per superare le sfide inedite che ci attendono. Un testo schietto, intelligente, in cui gli autori provano a trasmettere la propria esperienza con determinazione e consapevolezza; non siamo di fronte ad un saggio infarcito di teoria (anche se i riferimenti culturali non mancano) ma ricco di spunti di riflessione e soprattutto buon senso.

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12 risposte a Recensione del libro ‘Solo la crisi ci può salvare’

  1. Andrea Strozzi ha detto:

    Grazie Fabio, hai scritto una recensione completa ed estremamente attenta nel cogliere gli aspetti essenziali del nostro lavoro. Buon cammino, Andrea

  2. Pingback: Recensione del nuovo libro | Low Living High Thinking

  3. Pingback: La crisi ci fa "crescere" se ne comprendiamo le vere cause - Informazione Libera

  4. Alessio ha detto:

    Ho letto il libro di Andrea Strozzi e condivido in pieno la recensione. Andrea, che conosco personalmente, non me ne vorrà se sfrutto questo suo momento per segnalare a Cicloturismo ed Oltre la ciclo-iniziativa del Bike Tour della Decrescita organizzato dal Movimento per la Decrescita Felice e da Italia che Cambia pensato per valorizzare le realtà virtuose del sud Italia.
    Qui il link all’evento e alla pagina FB. Grazie.
    http://decrescitafelice.it/2016/08/bike-tour-della-decrescita-programma-dettagliato/
    https://www.facebook.com/biketourdecrescita/?fref=ts

  5. Fabio Saracino ha detto:

    Bella iniziativa Alessio! Se potessi verrei anche io, ma spargo la voce. Ciao!

  6. Silver Silvan ha detto:

    La storia dell’umanità è fatta di carote da inseguire schivando le bastonate. Dov’è la carota, ora? Boh, somiglia alla caccia ai Pokemon. L’asino di Buridano mi sta sempre più simpatico: comincia persino a sembrarmi intelligente.

    • Alessio ha detto:

      che oggi non si abbiano più carote davanti non è di per se un male a mio avviso (anche se in realtà ce ne sono eccome basta guardare per 5 minuti la TV). Il problema è semmai proprio questo: abbiamo da sempre inseguito le carote senza notare chi le teneva appese e perché. Ogni tanto (ma ogni “tanto” proprio) ce ne fa mangiare una, ma state certi ce la siamo guadagnata correndole dietro molto. Se non abbiamo fame… giù bastonate.

      • Silver Silvan ha detto:

        Sono più cinica di lei. A mio avviso, un sacco di carote sono finite nel posto sbagliato e la gente ci è rimasta molto male. Così, ora, di mangiare carote non ne vuole sapere, anzi scappa terrorizzata solo a vederle, e vaga disperatamente alla ricerca di ortaggi meno insidiosi. In questo scenario, l’asino di Buridano sembra del tutto saggio, visto che la sua indecisione si avvicina eroicamente a quella che Schopenhauer indica come la strada certa per la felicità: la noluntas.

  7. Silver Silvan ha detto:

    Ieri avevo deciso di sorvolare, oggi ci ho ripensato. Scrivere che la Germania non sappia cos’è la bellezza paesaggistica (ho scenari naturali di stratosferica bellezza, in Germania), non abbia città d’arte (!), ecc. mi ha fatto pensare che lei non sia MAI stato in Germania. Mi spiace per lei: avrebbe vsto come sanno valorizzare egregiamente quello che può attirare il turista (ricettività, servizi, aree verdi per sostare, piste ciclabili, pulizia, ecc.), a differenza nostra che siamo capaci di tutto per farlo fuggire.

    • Fabio Saracino ha detto:

      Sono stato in Germania, ci ho viaggiato in bici. Da sud a nord. Una piattezza mostruosa nel nord. Qualcosa di bello a sud, in Baviera. Però niente di paragonabile alla bellezza che si trova in Italia. Non parliamo poi delle città d’arte, dato che in Germania, semplicemente, le città sono state rase al suolo nella 2^ G.M. e quel poco che c’è o è ricostruito oppure, come dice lei, valorizzato. E su questo fanno benissimo e abbiamo solo da imparare. Ma tra il nostro patrimonio storico/ambientale e il loro non c’è proprio paragone, a livello di patrimonio. Sulla gestione dello stesso, invece, che è cosa ben diversa, meglio loro. Saluti!

      • Silver Silvan ha detto:

        Dipende da cosa è bello per lei. A me piace il paesaggio lasciato a se stesso: in Italia non esiste, in Germania sì. E chi se ne frega delle nostre città d’arte, visto che le butta giù il terremoto, le spazza via un’alluvione o le mortifica un qualsiasi sindaco imbecille. Prima o poi, il paesaggio si riprende lo spazio che gli è stato tolto, quindi preferisco quelli che glielo lasciano fin da subito. Quello spazio infinito che le dava fastidio a Nord invece a me è piaciuto moltissimo: forse perchè da noi è difficile guardare panorami senza case mostruose o gruppi di imbecilli in mezzo. Ha mai pensato di andare ad abitare a New York? Ce la vedo bene. Piattezza, zero! Imbecilli, moltissimi. Pensi, tutti americani, roba da pelle d’oca.

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