Tales from Sardinia (II)

9 agosto 2016
Ancora entroterra, salite e caldo, ma paesaggi incantevoli lungo la strada. A Tergu, collocata su un modesto altopiano a 280 m di quota e a 5 chilometri circa dalla costa, si offre allo sguardo una splendida vista sul mare ed è custodito un antico luogo di culto giunto ai nostri giorni in buono stato di conservazione: la chiesa di Nostra Signora, vecchia di quasi mille anni ed espressione dell’architettura romanica in Sardegna, a cui si affiancano i resti dell’adiacente abbazia oggetto di recenti scavi archeologici.

Da qui la provinciale 17 guadagna ulteriore quota conducendomi in un divertente saliscendi da cui contemplo il panorama. La vegetazione scarsa, con gli alberi radi e l’erba ingiallita, non garantisce alcuna protezione dai raggi solari, eppure la ventilazione, che oggi mi pare un po’ più debole rispetto agli scorsi giorni, si attiva ogni volta che il caldo sta per diventare eccessivo. La discesa per Nulvi dispensa ancora un’ultima, fugace visione del mare in lontananza e della costa mentre quest’ultima si inclina gradatamente verso il nord. Una volta raggiunto l’abitato, che in passato è stato centro principale dell’Anglona, regione storica del nord della Sardegna, ha inizio il mio girovagare per le vie del centro storico. Incontro pochissimi passanti. Alcuni fingono di non vedermi pur avendo rilevato benissimo la presenza estranea. I pochi negozi sono disposti sulla strada maestra, il resto è un intrico di vie su cui si affacciano abitazioni semplici, dai colori chiari. Non sono particolarmente attratto dall’architettura locale, assai ripetitiva e semplificata, escludendo alcune pregevoli eccezioni. Credo che, nel tempo, le maestranze locali si siano limitate a copiare determinati elementi stilistici reimpiegandoli senza molta coerenza, sintomo di un certo disinteresse verso le varie correnti susseguitesi, che sono state assimilate solo superficialmente. Le facciate, però, hanno conservato anche elementi di origine antichissima, simboli, incisioni, forme scolpite sulla pietra che rievocano le attività specifiche della zona, l’allevamento prima di tutto e l’agricoltura. Tali testimonianze suonano molto più sincere e sono rivelatrici della mentalità e della storia degli abitanti del posto in modo efficace e diretto.

Inseguo la provinciale 127 che, sfiorando Martis (belle le rovine di una chiesa diroccata in prossimità dell’agglomerato), giunge ai 430 m di Chiaramonti. Da lassù il panorama è bellissimo. L’altopiano sottostante, scarsamente regolare e limitato da una cornice di monti, è un susseguirsi di concavità e convessità che ricalcano le geometrie dei campi coltivati alternati con pascoli, laghetti per l’irrigazione e vie sterrate. Lungo la statale 132 per Ozieri perdo progressivamente quota ed entro in una regione ricoperta da distese di querce da sughero. Imbocco la provinciale 103 per Tula e scendo ulteriormente, mentre la temperatura guadagna qualche ulteriore grado. Non c’è alcuna protezione naturale: il profilo dei rilievi è lontano, la vegetazione scarseggia e su tutto domina il giallo dei campi bruciati dal sole. Anche la brezza si è affievolita fino a scomparire quasi del tutto. La strada attraversa, poco dopo, un’area a maggiore vocazione agricola, più verde grazie alla presenza di un sistema di irrigazione.

Oltrepassata Tula, dopo qualche chilometro raggiungo il lago Coghinas, la cui forma allungata è caratterizzata da numerose ramificazioni e mi ricorda una enorme zampa di gallina. Circondato su tre lati dalla pianura, sul restante è delimitato a nord-ovest da montagne ricoperte di boschi. L’isola mi stupisce con la propria varietà paesaggistica, mutando da una condizione quasi desertica alla frescura di un inaspettato bosco, da un acrocoro che si perde a vista d’occhio a rilievi pronunciati, dalla facilità del rettilineo di pianura alle evoluzioni del percorso che si aggrappa fino a toccare un passo e si abbassa poi rapidamente sul mare, dalla calma di vento alle benefiche raffiche rinfrescanti. Risalgo curva dopo curva le alture che dominano il lago, raggiungo le località di Sa Mela ed Erula e discendo a Perfugas, nel cuore di un’altra conca. Le ombre iniziano ad allungarsi, la luce che anticipa la sera e l’aria pulita permettono ai colori di esprimersi con la massima nitidezza.

Gli ultimi 30 km sono i più duri e si sviluppano attraverso un saliscendi praticamente continuo. Bulzi sorge ai piedi dell’ennesima convessità, Sedini, invece, è collocata all’imbocco superiore di una stretta valle che assomiglia ad un canyon: una folta vegetazione in basso squarciata verso l’alto da massicci rocciosi verticali modellati dal vento. Intanto la distanza che adesso mi separa da Tergu, che tocco per la seconda volta oggi, pare non colmarsi mai. Il sole ormai basso oltre l’orizzonte sta per scomparire dietro ai profili delle colline; incrocio rarissime automobili e l’unico segno di vita animale è rappresentato dalle greggi al pascolo. Un campo disseminato di pale eoliche emette il classico, sommesso ronzio, mentre l’aria ha iniziato a raffreddarsi velocemente, data la scarsissima umidità e l’assenza di costruzioni in cemento che accumulano il calore di giorno per rilasciarlo di notte. Appena dopo il tramonto, finalmente, scorgo all’orizzonte i puntini luminosi delle case che segnalano il mio avvicinamento a Tergu e quindi, rinfrancato, inizio la facile discesa verso il mare, che si conclude dopo 134 km.

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