Tales from Sardinia (I)

6 agosto 2016



Quest’anno il tradizionale cicloviaggio estivo non si terrà ma, in compenso, mi trovo in Sardegna, ospitato nella casa dei miei genitori in provincia di Sassari in una località balneare vicino a Castelsardo, compresa nella regione dell’Anglona. Sono arrivato due giorni fa dopo un lungo trasferimento intermodale: in treno da Torino a Genova, e poi, per 12 ore circa, sul traghetto. Non essendo particolarmente interessato a trascorrere il mio tempo in spiaggia, ho portato con me la bicicletta per effettuare varie escursioni in questa magnifica isola.

Dopo 48 ore dal mio arrivo mi ritrovo quindi in sella, con l’intento di conoscere più da vicino l’entroterra. Partendo dalla costa, la prima località incontrata è Castelsardo, originariamente una rocca appartenente alla famiglia genovese dei Doria e costruita sulla sommità di un piccolo promontorio che divide in due sezioni il Golfo dell’Asinara. Praticamente inespugnabile per via delle pareti rocciose quasi verticali a strapiombo sul mare, con il tempo ha visto il proprio abitato estendersi oltre la cinta muraria, in direzione dell’interno, dove il declivio meno ripido ha reso possibile la costruzione di nuove residenze. Il ben conservato nucleo più antico, edificato in pietra, ancora circondato da mura e collocato nel punto più elevato, è decisamente affascinante e consente l’osservazione di entrambe le porzioni del golfo.

La successiva Valledoria è un manipolo di case a ridosso della spiaggia, estrema propaggine di un’area pianeggiante di ridotta estensione, così come la più interna Viddalba, che vanta la vicinanza con un centro termale nei pressi del fiume Coghinas e delle prime alture. Fino a questo punto ho pedalato senza incontrare particolari difficoltà ma le salite sono ormai prossime: la provinciale 35, infatti, si arrampica decisa sui rilievi che spalleggiano Viddalba, offrendo i primi ripidi segmenti di strada intervallati da curve a gomito; una vegetazione ancora abbastanza rada permette di continuare ad ammirare il panorama sulla pianura sottostante e il mare. L’aria tersa e asciutta non oppone resistenza ai raggi solari, che mi raggiungono senza filtro e con intensità intatta, facendomi grondare di sudore, grazie anche alla bassa vegetazione che non dispensa sufficiente ombra. I 25 km circa che mi separano da Tempio Pausania, meta odierna, trascorrono faticosamente anche se il calore, a tratti, viene mitigato dalla benefica brezza marina, quasi una costante fissa, almeno in questa porzione della Sardegna. Mentre mi costringo ad assecondare i capricci e le evoluzioni della strada, supero i dimenticabili centri di Giuncana, Figaruja e Bortigiadas, disertati evidentemente dalla loro stessa popolazione, fino a raggiungere la sommità di un colle posta a circa 700 metri di quota, dove mi arresto momentaneamente in contemplazione del panorama e in ascolto del silenzio quasi totale. Gli unici rumori, adesso, sono rappresentati dallo stormire delle fronde degli alberi scossi dal vento e dallo scampanellare delle greggi al pascolo.

La piacevolissima e rinfrescante discesa conduce, con mio rammarico, ad una quota inferiore di un’ottantina di metri rispetto a Tempio Pausania. Nei successivi chilometri di falsopiano si accende fatalmente in me la “spia della riserva”: sarà dovuto al caldo, al dislivello o all’azione combinata di entrambi, ma avverto improvvisamente le gambe molli ed un senso di generale spossatezza. In queste circostanze ricorro sempre alla medesima strategia, che consiste nel procedere con cautela impostando una pedalata dal ritmo rilassato e disinvolto, e nel distrarmi osservando il panorama in attesa di un segnale di recupero da parte dell’organismo.

Tempio Pausania, a 570 m di altitudine, offre un centro storico curato e sobrio, composto da edifici in pietra. Lo visito un po’ frettolosamente in quanto desidero rinfrescarmi e mangiare qualcosa al più presto. Grazie alle indicazioni dei passanti, raggiungo uno dei posti più desiderabili che un ciclista nelle mie attuali condizioni possa sognare: il lungo Viale della Fonte Nuova delimitato da due file parallele di alberi ad alto fusto che generano un’ombra continua con la conseguente frescura e in cui, a circa metà, in prossimità di una piega di oltre 90 gradi sulla destra, è collocata una fontana da cui sgorga ottima acqua di fonte, costituisce un premio che supera le più rosee aspettative. Godere di questa graditissima sorpresa dopo 50 km, il caldo patito e il dislivello accumulato, costituisce una di quelle gioie che solo una fatica fisica intensa permette di apprezzare appieno. Nel vicino bar, nascosto all’ombra del viale, degusto un gelato; anche se la venditrice le chiama palline, quelle con cui riempie la coppa ricordano quasi delle bocce.

Lasciata Tempio Pausania scendo in direzione di Aggius, situata su uno dei versanti appartenenti ad un modesto rilievo la cui sommità, priva di vegetazione, è costituita da rocce modellate nel corso dei millenni dall’azione levigatrice del vento e degli altri agenti atmosferici. L’effetto che ne risulta è curioso perché il massiccio tende ad assomigliare ad un grosso dolce di panna montata di colore grigio. Queste sono le premesse al mio ingresso nella Piana dei Grandi Sassi, detta anche Valle della Luna, un’area geografica che vede disseminati, sul territorio ondulato, enormi massi di granito arrotondati e lavorati dall’erosione. Facile rintracciare similitudini con oggetti e animali che popolano l’esistenza quotidiana: alla mia sinistra un grosso cane di pietra sta a guardia della valle, mentre più avanti un parallelepipedo smussato ricorda una sveglia analogica gigante, completa di sassi-campanelle, ma le possibili associazioni sono numerose.

Il lungo rettilineo che taglia in due la piana si arrampica sull’ennesimo rilievo: questo continuo saliscendi è una caratteristica tipica del territorio sardo. Mentre riguadagno quota, da un punto panoramico segnalato tramite l’apposito cartello volgo per l’ultima volta lo sguardo sull’area pianeggiante lasciata da poco; le grandi forme di pietra e le ombre che da esse si allungano donano decisamente al paesaggio un tocco surreale. Da Viddalba ripercorro al contrario ciò che rimane del tracciato dell’andata, quindi riattraverso Santa Maria Coghinas, Valledoria, Castelsardo e, dopo 106 km percorsi, sono di ritorno a casa.

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