Prendo la bici e scappo al mare (Torino – Finale Ligure)

P1280200

Domenica 24 luglio 2016

Sono passati ben 7 anni dall’ultima volta in cui ho raggiunto il mare in un’unica tappa; in quell’occasione ero in compagnia e il giro faceva parte di un breve cicloviaggio fra Piemonte e Liguria. Si rivelò complessivamente una bella esperienza ma serbo ancora il ricordo dei 150 km compresi fra Torino e Savona che sembravano non terminare mai. Stavolta, pur viaggiando più leggero, senza bagagli, i km sono stati ben 192 e le ore totali in cammino, incluse le brevi pause, hanno sfiorato le 14.

Uscito di casa alle 7.20, tramite la ciclabile che affianca il fiume Po supero Moncalieri e, guadagnata l’uscita dalla metropoli, attraverso una vasta area che si estende fino a Poirino e che definire campagna costituisce una concessione troppo generosa. Si tratta infatti di una zona suburbana in cui si alternano con estrema irregolarità capannoni industriali, parcheggi, improbabili villette a schiera, svincoli e strutture abbandonate, fra cui si incuneano alcune porzioni di terra coltivata oppure incolta. Queste piccole oasi di ruralità millenaria sono ciò che rimane di un mondo antico e tradizionalista che, venuto in contatto con quello nuovo, dinamico e dotato di una grande forza, in pochi decenni è stato quasi del tutto spazzato via. Osservo le stradine sterrate che tracciano il confine fra una coltivazione e la successiva e come si infrangono in modo improvviso e innaturale contro la barriera rappresentata dal mostro d’asfalto su cui mi sto muovendo e che, in questo modo, le ha ridotte a tronconi praticamente inutili, in quanto non più integrati con la rete di comunicazione di cui un tempo facevano parte.

Con il progredire verso il paese di Pralormo, porta d’ingresso nel Roero, adagiato su una bassa collina, conosciuto per il castello e per i tulipani che crescono nell’adiacente parco, la situazione fortunatamente si capovolge: il silenzio e l’incanto della campagna prendono il sopravvento e il paesaggio si arricchisce grazie alle ondulazioni progressivamente più accentuate del terreno e alla vegetazione varia e diffusa. In prossimità di un bivio, scorgo il cartello per il Santuario della Madonna della Spina e scelgo di visitarlo, arrampicandomi sulla modesta altura su cui è collocato.  Il bel prato antistante all’edificio permette allo sguardo di scorgere la vicina Pralormo e la pianura sottostante mentre il luogo, in generale, trasmette un senso di quiete e pace assoluta e mi conferma una volta di più la spiccata attitudine da parte degli ecclesiastici di scegliere per sè i posti migliori.

Invece di tornare al punto di partenza più in basso, proseguo sulla via tortuosa, dall’asfalto insicuro e a tratti del tutto assente, che attraversa i primi vigneti, alcuni boschetti, ampi noccioleti e i campi da cui si raccoglie il fieno, dal colore ormai tra il giallo e il marrone tipico della stagione estiva entrata nel proprio culmine. Attraverso un piacevole saliscendi giungo a Montà, un vero e proprio “balcone” sulle prospicienti colline del Roero, da cui si snodano numerosi percorsi segnalati per il trekking e la mountain bike. Ed è in questo contesto, caratterizzato dal colore verde delle vigne, dai declivi morbidi dei rilievi e dalla presenza di campanili e centri abitati, che alle 11.30 raggiungo Alba, dopo una settantina di chilometri percorsi. La tabella di marcia è rispettata, ma la parte più impegnativa deve ancora arrivare, dato che mi trovo adesso soltanto ai piedi dei rilievi che si interpongono fra me e il mare.

Dalla salita per i quasi 500 m di quota di Diano d’Alba è possibile ammirare, soprattutto nelle giornate terse, vaste porzioni del territorio delle Langhe ma è dal punto di osservazione più alto del paese, un piccolo parco dedicato ad un ex sindaco sembra molto apprezzato dai propri cittadini, che si può godere del panorama più suggestivo, comprendente lo stesso agglomerato composto da casette dai colori vivaci. Guadagno quota curva dopo curva e incontro i primi pascoli. Nonostante queste siano solo alte colline, raggiunti gli 800 m mutano le condizioni di vita e si modifica la vegetazione, che comprende ampie praterie, noccioleti e sparuti gruppi di alberi. Da queste parti si vive anche di pastorizia e dei suoi prodotti, tra i quali spicca il formaggio di capra pubblicizzato dai i cartelli collocati ai bordi della carreggiata.

Alle 14.20 e dopo 100 km mi trovo a Bossolasco, piacevole borgo frequentato nel recente passato da numerose personalità pubbliche. Se la coca cola con ghiaccio e limone che mi sto scolando al bancone del bar costituisce un’esperienza sublime per il corpo accaldato e per il palato, la stessa cosa non si può dire della fetta di torta con cui l’accompagno, un vero e proprio supplizio autoinflitto, della cui gravità mi sono accorto solo ad acquisto ormai realizzato. Mastico con fatica, un pezzetto dopo l’altro, il mattoncino di dura e secca pasta frolla, ricoperto di un sottilissimo strato di marmellata, il cui unico fine, deduco, non può essere altro che quello di confondere l’acquirente mascherando lo scempio sottostante. Penso alle parole dello scrittore Mauro Corona, secondo cui quando si ha davvero fame è tutto buono e mi accorgo che, in effetti, in circostante simili a quella in cui mi trovo adesso i sensi si acuiscono. Le papille gustative, ringalluzzite dal mio appetito vigoroso, riescono a trarre il massimo dallo straterello di marmellata e mi comunicano il risultato del loro lavoro… tuttavia devo comunque facilitare la masticazione di quella spugna indurita sorseggiando la coca cola.

Chissà se l’impulso alla fame, che abbiamo placato con l’abbondanza di cibo che ci circonda e che ci permettiamo di sprecare, rende davvero i sensi più acuti. Io penso di sì, ma non credo sia l’unico impulso ad essersi attenuato, con la conseguenza che anche gli altri sensi si sono addormentati. Forse siamo tutti un po’ apatici, annoiati ma nervosi perchè, avendo eliminato molte delle difficoltà della vita, rappresentate ad esempio dal lavoro fisico utile a produrre i beni di prima necessità, dalla necessità di camminare per raggiungere le mete, dal contatto con l’ambiente naturale, ci siamo involontariamente ricondotti ad uno stato di sonno. Cancellando la fatica, insomma, abbiamo rimosso anche i suoi frutti benefici, quella brillantezza e vitalità, quella capacità di sentire attraverso i sensi, che costituivano anche il sale delle esperienze. Forse anche per questo oggi i contorni sono più sbiaditi, le cose non sono più distinguibili con nettezza e le grandi passioni non sono più concepite.

Murazzano, a 750 m, mi sorprende piacevolmente. Sarà la stanchezza, che inizia a sentirsi, sarà la luce, che qui più forte e rende i colori più vividi, sarà la disposizione complessiva delle abitazioni, alcune anche di un certo pregio architettonico, ma il borgo mi piace e mi distoglie dalle riflessioni. Anche la successiva Ceva, più estesa e collocata ad una quota nettamente inferiore (380m),  mi colpisce. Il comune si presenta dall’esterno come il classico agglomerato cresciuto disordinatamente negli anni del boom economico, senza alcun gusto estetico e popolato dai classici palazzi tipici delle periferie di quegli anni, eppure il suo nucleo storico, quasi del tutto nascosto dai metri cubi di cemento che lo soffocano, è attraente e caratteristico, soprattutto per i lunghi portici, la presenza di vicoli e lo stile che risente dell’influsso ligure.

Lasciata a malincuore Ceva, piego verso sud in direzione di Bagnasco ed entro in Alta Valle Tanaro, stretta e profonda e delimitata da rilievi alti circa 1000 m, i cui pendii piuttosto ripidi risultano ricoperti da fitti boschi; sul fondo scorre il Tanaro, qui ancora a carattere torrentizio. Riesco a mantenere un buon ritmo nella pedalata grazie alla pendenza poco accentuata e, una volta raggiunta Bagnasco, mi immetto in una valle laterale dove affronto subito la salita per i 900 m del Colle dei Giovetti, in territorio ligure, oltrepassato il quale raggiungo, sfinito, Calizzano, a 650 m. Questa volta lo spuntino non riserva spiacevoli sorprese, è tutto buono ed è pieno di zuccheri e, dopo qualche minuto di riposo e aver ricostituito in parte le energie, mi ridesto per l’ultimo sforzo. Sono le ore 19, le ombre si stanno allungando e mi sento come un tubetto di dentifricio quasi del tutto esaurito a cui è richiesta un’ulteriore dose da distribuire sullo spazzolino. Devo affrontare l’ultimo passo, il Colle del Melogno e i suoi 1027 m, riducendo al minimo gli sprechi energetici e mantenendo un’andatura tranquilla e regolare. Ed è così che, nel silenzio assoluto del fitto bosco, su una strada un po’ malconcia illuminata dalla luce scarsa che filtra dalla fronde di questi alberi alti 30 e più metri, fra ruscelli e tornanti, raggiungo il Forte Centrale del Melogno, vecchio bastione militare superato il quale, ad attendermi, c’è il rosa del tramonto sul mare in lontanza e la lunga, ripida e progressivamente più tiepida discesa fino al mare, a Finale Ligure.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in gite in bici e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Prendo la bici e scappo al mare (Torino – Finale Ligure)

  1. Mari ha detto:

    Ciao Fabio, comunicazione di servizio: la terza settimana di agosto sarò all’ecovillagio di cui ti parlavo, in Puglia, a gestirlo per una settimana perché i proprietari vanno all’estero. Se ti interessa venire a conoscerlo i miei contatti privati li hai! Buon mare 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...