Ancora una volta

tir

E’ successo ancora, come prevedibile. L’ennesimo attentato terroristico ha prodotto l’ennesima strage, perpetrata in una modalità, per noi occidentali, inedita. Un tir lungo 15 metri e pesante 18 tonnellate è piombato sulla folla assiepata sul lungomare di Nizza, proseguendo la propria corsa assassina per ben 2 km prima che l’autista venisse ucciso dalla polizia. Nel momento in cui scrivo si contano più di 80 morti e un centinaio di feriti. Dopo aver delocalizzato le guerre (la felice espressione è di Ascanio Celestini), dopo aver comodamente creduto a tutte le frottole che ci sono state raccontate dai politici a  giustificazione di queste, è purtroppo arrivato il momento di imparare nuovamente, stavolta sulla nostra pelle, l’orrore della violenza.

E’ stato comodo per molti credere alle guerre esportatrici di democrazia, alle frottole di Bush e Blair sui motivi che hanno condotto all’invasione dell’Iraq nel 2003 (qui), la famosa operazione “Iraqi freedom”, che aveva l’obiettivo di eliminare le presunte armi di distruzione di massa in mano al dittatore Saddam Hussein e, allo stesso tempo, di deporlo restituendo all’Iraq la libertà. Si calcola che in seguito al sanguinoso conflitto siano morti almeno mezzo milione di iracheni, per effetto diretto dei bombardamenti e a causa del collasso delle infrastrutture mediche e sociali della nazione. E non è che i bambini iracheni siano meno bambini dei nostri, secondo un’espressione di Massimo Fini: avremmo dovuto aprire di più gli occhi sugli orrori commessi dalle nostre coalizioni armate a danno degli altri. Questa operazione inoltre, basata su presupposti falsi, ha fornito impulso alla nascita dell’Isis, che canalizza al proprio interno l’odio crescente e attira anche schiere di disperati.

Ma non sono solo gli errori militari perpetrati dall’occidente ad essere causa di ciò. E’ il nostro modello di sviluppo ad incontrare una resistenza crescente. Le scelte messe in atto al fine di sostenerlo ed espanderlo hanno sempre sottovalutato le conseguenze. Il nostro stile di vita consumistico, che vorrebbe abbracciare nella sua morsa l’intero globo, è destinato ad arrestarsi e i motivi sono ambientali, climatici, economici, sociali, politici. La manifestazione della violenza è soltanto uno dei segnali d’allarme (un altro, per rimanere sul sociale, è costituito dal fenomeno dell’immigrazione) che dovrebbero indurci a riflettere sulla necessità di cambiare rotta, che così non si può più procedere. Domandarsi il motivo di tali atti terroristici implica la ricerca di cause un po’ più profonde di quelle che vengono esposte dai media e che dobbiamo iniziare a cercare in noi e attorno a noi.

Il malessere che la civiltà occidentale cova al proprio interno è profondo ed è connaturato ai valori su cui si fonda, che sono ormai esclusivamente materiali. Non dovrebbe stupire che molti disperati che vivono in Europa, sopraffati dalla mancanza di senso e di opportunità, si  arruolino nell’Isis e vengano impiegati da questa organizzazione per compiere atti criminali. La precisione chirurgica con cui questa civiltà rimuove tutto quello che non aderisce ad un certo modello, che è profondamente penetrato nelle nostre vite e nel nostro modo di pensare, è di un’arroganza cieca e sbalorditiva. Ciò che non rientra nell’orizzonte che si è costruita viene ignorato, escluso, emarginato; oppure distrutto, se collocato in qualche regione geografica lontana. L’unico modo per opporsi a questo è riprendere in mano le redini delle nostre vite smettendola di sostenere con comportamenti, con i ruoli che ci siamo autoassegnati o che abbiamo accettato, con i consumi e le abitudini, il meccanismo fuori controllo che ci sta portando all’autodistruzione e che si basa sulla nostra più o meno consapevole complicità.

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Una risposta a Ancora una volta

  1. Silver Silvan ha detto:

    Che dire? Ha ragione ma, per soldi, questo ed altro. Vorrei scrivere di più, ma non è serata per discorsi seri. E ha già delineato fin troppo chiaramente la situazione.

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