Ma le macchine (e la tecnologia) non dovevano aiutarci?

ingorgo

Mentre percorro in bicicletta un trafficato controviale, oltrepassato un incrocio incontro l’ennesimo cantiere che, occupando buona parte della carreggiata, costringe i mezzi in transito ad una lotta per aggiudicarsi il tratto di strada rimasto libero.  All’interno delle transenne che lo delimitano, una ruspa, sbuffando, scatta rapida da un’estremità all’altra dell’angusto spazio di manovra in cui è costretta a destreggiarsi; poco più in là il rumore di un grosso martello pneumatico squarcia l’aria e sovrasta il rombo dei motori che nel frattempo saturano la corsia. Tutti questi decibel e il puzzo proveniente dai tubi di scappamento provocano in me una nausea istantanea.

Bloccato ai bordi del fiume di lamiere che tenta di forzare l’imbuto d’asfalto, indeciso se modificare il percorso o proseguire, osservo per un attimo gli operai sudati che maneggiano con maestria e prontezza le attrezzature: data la posizione critica del cantiere, i lavori si annunciano di durata limitata. Dalla tensione che traspare dai volti, dalla particolare sollecitudine che leggo nei movimenti, intuisco il disagio che provano in un contesto determinato dal frastuono delle auto e dallo smog.  E durante l’istante successivo immagino, per antitesi, come poteva apparire un cantiere stradale un secolo fa, quando al posto del bitume si ricorreva alle lastre di pietra; le poche, lente carrozze trainate dai cavalli condividevano lo spazio con i pedoni, allora numerosi; e i lavoratori rimanevano concentrati sulla propria mansione aiutati dal silenzio e dalla quiete, mentre ricorrendo a scambi di battute, a un po’ di risate e a qualche incitamento tentavano di affrontare la fatica, alleviandola magari, per quanto possibile. Ritmi lenti, gesti compiuti da individui ignari della fretta: potendo contare solo sulle proprie forze, erano costretti a dosarle con sapienza, alternandole al necessario riposo. Il rapporto dell’uomo con il lavoro rispettava i limiti e i tempi imposti dalla natura, senza possibilità di “scorciatoie” e aiuti di alcun tipo.

La tecnologia avrebbe dovuto liberarci dalla fatica, con la promessa che i mestieri più gravosi e pericolosi sarebbero stati svolti dalle macchine, ma è andata così solo in parte. E’ accaduto soprattutto che, grazie a strumenti sempre più avanzati ed efficaci, una volta raggiunto il nostro obiettivo abbiamo cominciato ad inseguirne un altro, e poi un altro ancora, sempre più grande, ambizioso, remunerativo, forti delle conquiste tecnologiche e del relativo senso di onnipotenza che offrono. E così, invece di guadagnare tempo per noi e risparmiare energie per vivere la vita, non abbiamo trovato di meglio che rincorrerlo a velocità crescente, arrivando alla situazione nevrotica in cui questo pare non bastare mai, perchè siamo costantemente impegnati. Abbiamo perso la capacità di goderci il presente, il qui e l’ora, continuamente distratti e impensieriti da qualcos’altro collocato nell’immediato futuro.

Nella pausa fra un’osservazione e la successiva trovo una collocazione più sicura sul marciapiede e da lì volgo per l’ultima volta lo sguardo verso l’ingorgo. Le carrozzerie luccicanti sono ancora tutte lì, gabbie quasi immobili, surriscaldate dal sole di metà maggio e occupate da prigionieri consenzienti dai volti tirati e gli occhi fissi rivolti verso un punto indefinito davanti a loro. E mi chiedo: è questo il progresso? Consiste nell’avere costruito un sistema energivoro ed inquinante, inefficiente, che per consentire la riuscita di operazioni assolutamente semplici, come recarsi giornalmente sul luogo di lavoro, induce a ricorrere a strumenti sempre più complessi? Le più grandi invenzioni del XX secolo hanno davvero rivoluzionato le nostre vite oppure le hanno solo traslate su un livello di complessità superiore? Rifletto sui computer: non si dubita mai del fatto che siano stati determinanti, evitando accuratamente di chiedersi per chi o per cosa: per la produzione di strumenti via via più sofisticati e i profitti che ne derivano o per la qualità delle nostre esistenze? C’è stato un tempo in cui, fra persone, si parlava a quattr’occhi oppure al telefono e ciò riguardava questioni che le parti in comunicazione valutavano come sufficientemente rilevanti. Oggi, invece, è fin troppo semplice rendere partecipi gli altri riguardo a tutto (ma proprio tutto!) quello che si sta compiendo in un determinato momento, grazie alla posta elettronica, alla messaggistica istantanea e ai social network. Il risultato catastrofico è stata la generazione di un flusso informativo spazzatura da cui è difficile (sebbene non impossibile) disconnettersi, nel caso si desideri preservare un residuo d’integrità mentale.

Sarebbe comodo a questo punto, da parte mia, liquidare la tecnologia dopo aver evidenziato esclusivamente alcuni aspetti negativi senza citare quelli positivi: fra questi ultimi, collocherei ad esempio la medicina, oppure il promettente settore delle energie rinnovabili. Tuttavia la tecnologia viene considerata, da chi ne subisce passivamente il fascino, alla pari di una divinità per cui tutto è possibile (e concesso). Un numero troppo grande di persone ritiene, ad esempio, che sia in grado di risolvere i crescenti problemi relativi all’inquinamento, al surriscaldamento globale e all’approvvigionamento energetico, sollevando così da ogni responsabilità e impegno serio la nostra civiltà che si troverebbe pertanto autorizzata a perseverare indisturbata sulla strada della collaudata formula del business as usual. Eppure la genesi di tali grattacapi va ricercata proprio nell’ambito della stessa tecnologia: in altre parole, sono i nodi che ha contribuito in modo determinante a creare. E’ penetrata nelle nostre vite, apparentemente per migliorarle, perchè glielo abbiamo concesso ma in realtà le ha solo modificate, generalmente in peggio. Abbiamo irragionevolmente confidato nel fatto che tutto ciò che proviene da essa sia buono e migliorativo, ma la realtà dimostra che così non è. E allora perchè, invece di cedere alle seducenti sirene del progresso tecnologico, non tentiamo di ridimensionarlo un po’, iniziando a valutarlo attraverso la razionalità e un approccio meno carico di suggestioni e maggiormente distaccato? Perchè perseveriamo nel considerarlo al pari di una magia, invece di riconoscere, il che non è poco, che si tratta di uno strumento con delle potenzialità e possibilità da valutare di volta in volta, prima di adottarle su ampia scala? Come si può venerare un mezzo al punto da considerare positivo e desiderabile tutto quello che produce?

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3 risposte a Ma le macchine (e la tecnologia) non dovevano aiutarci?

  1. Silver Silvan ha detto:

    Ho risposto di là, alle sue domande. Pappa pronta!

    L’odore dei gas di scarico è veramente pestilenziale, dà fastidio anche a me: negli ultimi anni ancora di più, forse perché abito in una zona abbastanza centrale ma ho la campagna davanti, quindi la differenza, quando vado in centro, la snaso subito. Da che mondo è mondo, l’olfatto aiuta l’organismo a difendersi da ciò che gli nuoce: una roba tanto pestilenziale dovrebbe indurci a starne alla larga il più possibile; ma ormai è ritenuto un male necessario così come l’incredibile quantità di tempo passato ad aggiornare gli aggeggi tecnologici o a capire come usarli. Io insisto, persisto e resisto, ma mi sento sempre più accerchiata ogni giorno che passa.

  2. Silver Silvan ha detto:

    Tenga, il signor Perotti può esserle d’ispirazione, sull’uso della tecnologia.

    Silver Silvan scrive:
    Il commento è in attesa di moderazione.

    1 giugno 2016 alle 13:27
    Posso capire che ogni volta che si approda in questo blog parta in automatico il video con annessi spot pubblicitari, così aumenta ( in modo truffaldino) il numero di gente che risulta averlo visto. Però è una gran bella rottura di coglioni, ‘sto parlottare in sottofondo.

  3. Silver silvan ha detto:

    Ah, l’avverto: non riuscirà a leggere questo commento nel sito in questione. Il signor Leprotti non li pubblica mai, i miei commenti.

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