La relatività dell’utile e dell’inutile

Consumismo

I sostenitori della decrescita, categoria a cui ritengo di appartenere, affermano che siamo circondati da oggetti inutili e che dovremmo ridurne il possesso in modo da rallentare il ritmo forsennato della produzione industriale, i cui processi hanno un impatto insostenibile sul pianeta sia per la richiesta eccessiva di risorse naturali che per le emissioni inquinanti che derivano dalla loro lavorazione. Non dovrebbe essere particolarmente difficile individuare ciò di cui non abbiamo realmente bisogno eppure, come ho avuto modo di constatare discutendo con alcune persone, il problema spesso non è neanche riconosciuto come tale. La questione tuttavia esiste ed è urgente, per le implicazioni che ha sull’ambiente e sulle nostre vite. Questo post è una riflessione, e non una guida, rivolto innanzitutto a chi si sia armato di buona volontà e desideri “fare pulizia” eliminando il superfluo, ma anche a chi non riesce a cogliere il valore umano insito nella decrescita e si ferma al lato materiale, pur importante.

Per arrivare ad una soluzione, per capire cioè cosa è utile e cosa no, si potrebbe essere tentati inizialmente di discriminare gli elementi in base alla loro utilità, assumendo l’esistenza di un criterio efficace al fine di inserire un oggetto nella categoria dell’utile oppure del superfluo e quindi agendo come se l’utilità rappresentasse una caratteristica intrinseca e inalienabile del manufatto stesso. In realtà un oggetto costruito con uno scopo ben preciso può anche giacere su una mensola o rimanere dimenticato in una scatola, così come un mezzo meccanico può far bella mostra di sè in un museo. Più difficile forse il contrario, ossia che una pianta di plastica, ad esempio, riesca a trovare un impiego pratico (anche se quello estetico costituisce comunque una forma di utilità). Questo approccio al problema, in cui è come se gli oggetti ci “parlassero” dichiarando il proprio livello di utilità in modo assoluto, è acritico e svogliato, insidioso e privo di esito.

La questione invece va affrontata, a mio avviso, da un punto di vista soggettivo, esaminando la relazione fra i beni e chi li possiede. Solo così è possibile verificare, tramite l’osservazione diretta, la frequenza di utilizzo degli stessi e il livello di beneficio che apportano a chi vi ricorre. Focalizzando l’attenzione sul rapporto con le cose che possediamo, infatti, riusciamo a classificarle sulla base dell’utilità effettiva che rivestono per noi, ossia per il valore che esse hanno in riferimento ai nostri obiettivi, attività, impieghi. Si tratta di relativizzare l’interrogativo posizionando al centro del sistema, piuttosto che le cose, la persona e i suoi reali bisogni, considerandola il punto di riferimento attorno alla quale tutto il resto si esprime in prospettiva. A questo punto, la domanda iniziale ha spostato il proprio focus dagli oggetti all’individuo trasformandosi nella seguente: “Che cosa mi serve veramente (per vivere)?”.

Questo radicale cambio di prospettiva conduce a risultati sorprendenti e concreti. Noi non siamo, infatti, in grado di valutare un qualcosa al di fuori di un sistema di riferimento (“quali sono gli oggetti utili?” è una domanda priva di coordinate o contesto e presuppone l’esistenza di una risposta assoluta) ma solo dentro ad un sistema che abbiamo stabilito essere noi, o meglio l’individuo (“che cosa mi serve?”). Ricorrendo all’analisi critica e onesta delle nostre abitudini e convinzioni, spesso così ben radicate da costituire un condizionamento forte ma di cui sovente non siamo neppure consapevoli, possiamo chiederci, caso per caso, che cosa ci facciamo con un dato oggetto, se siamo soddisfatti del modo in cui lo impieghiamo, se vi ricorriamo con frequenza oppure no e per quale motivo, se i costi sono compensati dai benefici e così via. Appurare se quel certo bene è effettivamente tale per noi o se riusciamo a farne a meno, perchè in pratica fino ad oggi lo abbiamo ignorato pur permettendo l’occupazione di spazio e il consumo di risorse di qualsiasi tipo, senza contare che ad altri potrebbe invece servire.

Dopo un po’ di tempo, dopo aver acquisito cioè la consapevolezza necessaria a discriminare, valutare, soppesare, scartare, conservare e preservare, dopo aver appreso che utilizziamo un ridotto sottoinsieme di tutto ciò che possediamo, potrebbe nascere spontaneamente in noi l’impulso di domandarci che cosa mai ci avesse spinto al precedente, forsennato e ingiustificato accumulo; ad esempio, ad aver cambiato automobile dopo 4 anni, già stufi di quella stessa per cui avevamo perso la testa; ad aver acquistato uno smartphone ogni 12 mesi ogni volta più grande, potente, dall’estetica ricercata ma anche complesso e bisognoso di attenzione costante per via degli aggiornamenti e della scarsa autonomia della batteria; alle decine, o centinaia, di capi che riempivano gli armadi ma che non indossavamo mai, ricorrendo in genere sempre agli stessi. Gli esempi sono numerosissimi. Grazie a questa presa di coscienza che ci consentirà di comprendere di più di noi stessi, ci sorprenderemo nel constatare quanto fossimo poco padroni delle nostre scelte e soggetti ai condizionamenti della società e della pubblicità; di quante volte abbiamo comprato sull’onda di un impulso momenteaneo e di quanto spesso i nostri desideri avessero origine, in realtà, da fenomeni persuasivi o da condizionamenti giunti dall’esterno.

Il nodo centrale è, infatti, l’uomo e il modo in cui si rapporta con le cose che ha e utilizza. Può farlo in maniera disordinata, caotica, sempre in preda ad impulsi esterni, a convinzioni, convenzioni, suggestioni, oppure può agire con consapevolezza, ragionando e osservando se stesso, costruendosi una rappresentazione della realtà dovuta alla conoscenza che deriva dalla messa in pratica di idee e comportamenti. Nel primo caso egli opera in modo sostanzialmente eterodiretto, probabilmente oggi come mai è stato nella sua storia anche se nessuno esercita della coercizione fisica su di lui, nel secondo avrà acquisito una maggiore capacità di ascoltare e capire se stesso, accrescendo così le proprie libertà e autodeterminazione.

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15 risposte a La relatività dell’utile e dell’inutile

  1. Silver Silvan ha detto:

    Ho letto i suoi commenti da Mr. Perotti: sono molto interessanti. In particolare, ho trovato interessanti gli ultimi: hanno risvolti molto ampi, anche se sono stati sbrigativamente mollati lì. Esplorerò con più calma il suo blog, nei prossimi giorni. Arrileggerci.

    • Fabio Saracino ha detto:

      Grazie per i complimenti Silver.
      Simone Perotti risponde da anni a tutti i lettori, ora un po’ meno, ma non credo sia vero che li liquidi frettolosamente, almeno quelli che non lo pungolano. Quando capita, da buon marinaio probabilmente, si irrita. Lo capisco! 🙂

      • Silver Silvan ha detto:

        Sarà come dice lei, ma posso dire di essere l’eccezione. A me non solo non risponde, mi censura puntualmente, qualsiasi cosa scriva. Ha deciso anni fa che sono aggressiva e, a quanto pare, smentirlo è impossibile. Quindi ha ragione lui ed è contento così. E il fatto di aver visto sparire un sacco di gente interessante mi induce a ritenere che lo faccia con chiunque lo metta in difficoltà o rischi di mettere in ombra quello che scrive. Non a caso, gli piace dare lezioni di comportamento agli altri. Chi non sa, insegna: è risaputo. Non essendo un marinaio e non frequentandone, non ne conosco le caratteristiche. Mi sembra sia un bene, visto che si irritano tanto facilmente. Ma è un problema loro.

  2. Fabio Saracino ha detto:

    Riguardo alle questioni che ho aperto, se ti riferisci in particolare a ciò che percepiamo tramite i sensi e che consideriamo reale, al pari di ciò che mi misuriamo con strumenti specifici forniti dalla tecnologia, sì, credo che si possano aprire scenari molto ampi e sorprendenti!

    • Silver Silvan ha detto:

      La citazione da “Il piccolo principe” è per gente profonda. Chi è superficiale non può che contestarla. Singolare che lo faccia proprio chi ha espresso un concetto simile in un suo romanzo e che mi aveva colpito molto. Alludo al signor Perotti, ovviamente. Aveva a che fare con la parte emersa e quella sommersa delle imbarcazioni. Quindi sono certa che il post sia una provocazione per saggiare le reazioni dei lettori. È un giochino che il nostro pratica spesso. Scoprire il lato nascosto delle persone richiede tempo, fatica e pervicacia in abbondanza: non è per tutti, insomma. Avere a che fare con la superficie è molto più sbrigativo e semplice. Secondo lei, uno che si ritrova ad avere a che fare con decine e decine di persone può mettersi ad approfondire i rapporti? Dovrà necessariamente approfondire solo quelli che lo incuriosiscono. Ma ritenere che ciò che non si vede non c’è, equivale a voler far rientrare i caratteri e le sfumature di sette miliardi di persone nell’ambito ristretto dei dodici segni dello zodiaco.

      Singolare aver letto oggi il suo post. Proprio ieri, acquistando delle ricariche per il rasoio del consorte, la signorina alla cassa cercava di convincermi a tutti i costi ad acquistare una confezione da otto ricariche con il rasoio, al posto delle sole quattro ricariche, per soli tre Euro in più. Il rasoio potevo anche buttarlo, se non mi serviva! Non si capacitava del fatto che non fossi interessata e quando le ho risposto che non l’avrei usato e che mi sembrava assurdo buttare un rasoio nuovo, mi ha risposto che potevo sempre regalarlo! In realtà, da sempre, sono abituata a non acquistare prodotti con inutili gadget che finirebbero automaticamente nella spazzatura. Motivo per cui non ho manco regalato le bomboniere quando mi sono sposata, trent’anni fa: a casa mia, facevano puntualmente una brutta fine!

      • Fabio Saracino ha detto:

        Silver, qual è il romanzo di Perotti che cita? Mi interesserebbe leggerlo, grazie!

        Riguardo a rasoi e sprechi, ho scritto questo post in seguito ad una spiacevole discussione con un provocatore (lo conosco non l’ho classificato così su due piedi). Il quale mi ha chiesto: “quali sono gli oggetti inutili” (di cui dovremmo liberarci tranquillamente) ponendo la questione implicitamente in termini assoluti, aspettandosi magari da me una lista, assolutamente opinabile in pratica, e che avrebbe avviato una discussione infinita. E con provocatori così, si perde sempre alla lunga, perchè non mollano finchè tu non ti sei stancato dandogliela vinta. Allora ho scritto questo articolo, in cui mettevo al centro l’individuo cambiando prospettiva (rispetto alla domanda che mi era stata posta). Perchè l’uomo può conoscere la realtà attraverso se stesso, non direttamente. Questo significa quindi che non esistono oggetti utili/inutili di per sè, ma in relazione alla persona che, se armata di buona volontà, può rimettere ordine e fare un po’ di sana pulizia. Quando hai rifiutato il rasoio extra praticamente regalato hai dialogato con te stessa, ti sei fatta due conti, e hai optato per un rifiuto. Dovrebbe essere sempre così, in pratica, però, siamo indotti a disconnetterci da noi stessi e a vivere di condizionamenti (il tutto con la nostra complicità).

      • Silver Silvan ha detto:

        Sì, credo che il nocciolo della questione sia quello: la preoccupazione di ciò che gli altri possono pensare di noi può essere altamente condizionante. Ci sarà sicuramente chi, di fronte alla faccia di una commessa che ti guarda come se fossi scemo a non approfittare di un’opportunità così conveniente, accetterà di ritrovarsi un rasoio in più che non gli serve. La sua “disconnessione” la intendo così, mettere al primo posto il pensiero di qualcun altro al posto del proprio. A me succede di rado, prevalentemente nelle questioni affettive e lo ritengo un grave handicap di cui posso dire di essermi liberata, anche se ogni tanto ci ricasco.

        Il romanzo perottiano è L’estate del disincanto: è quello che mi è piaciuto di più, seguito dall’ultimo che ho trovato molto originale, anche se sviluppava un tema già affrontato in quello che l’autore continua a definire il suo capolavoro, Stojan Decu, opinione che non condivido. La trama è sicuramente geniale, ma il protagonista è semplicemente odioso. Invece, ne L’estate del disincanto, quello che mi aveva colpito era proprio la protagonista femminile, una figura affascinante e piena di sfumature. Ad oggi ritengo che sia il suo personaggio femminile più riuscito e anche la storia è bella e avvincente. La Silvia degli altri due romanzi, invece, è una macchietta: causticamente, l’ho definita “la Lara Croft dei poveri”, nel suo dimenarsi furiosamente in avventure altamente improbabili con un tizio assolutamente poco affascinante. Le figure femminili di contorno, poi, sono un insulto all’intelligenza. Confesso di aver pensato più volte che dietro al nome Simone Perotti ci sia un consorzio di ghost-writers che, a turno, scrivono romanzi che a nome loro non potrebbero mai scrivere senza perdere larghe fasce di pubblico. Cadute di stile come il saggio sugli uomini, in realtà una feroce accusa (che per altro condivido) sulle donne di oggi, me le spiego solo così. Quindi, se devo consigliarle due libri del Perotti, le consiglio caldamente L’estate del disincanto è Un uomo temporaneo, due letture che meritano. I romanzi della Lara Croft dei poveri glieli sconsiglio: vanno bene per i boccaloni che gli salgono in barca, così si immedesimano. A me non è riuscito.

      • Fabio Saracino ha detto:

        Leggerò “L’estate del disincanto”, Silvan, dato che ha a che fare con quanto ci siamo detti pochi giorni fa. E poi ha un bel titolo, che suona bene, mi piace.
        Ho letto “Un uomo temporaneo” proprio un anno fa invece, ed è stato il primo e ultimo (per ora) romanzo di Simone Perotti che ho affrontato, perchè di suo ho in precedenza gustato i 3 saggi sulla libertà: “Adesso Basta”, “Avanti tutta” e “Ufficio di scollocamento” (quest’ultimo scritto a 4 mani con Ermani). Nulla da dire sui saggi: 2 anni fa mi sono riletto il primo e riesce a trasmettere una carica di vitalità, energia, determinazione, slancio nel lettore che dura per almeno 4-5 giorni dopo l’ultima pagina. Mi riferisco proprio ad una sensazione psico-fisica perdurante. Un tonificante per lo spirito, un manifesto per la ricerca della libertà, un invito a lottare/costruire/lavorare per i propri sogni.
        “Un uomo temporaneo” è l’opposto. Bella idea, anche malinconica se rapportata alla realtà, che ci vede molto più pecorelle del gregge che ribelli individualisti, ma l’ho trovato un po’ sospeso in una dimensione tutta sua. Intanto perchè a mio parere non è credibile. Intendiamoci: la ribellione dell’individuo è plausibile e auspicabile anzi, ma la sua riuscita, all’interno del sistema, no: A Gregorio invece viene benissimo. Ci può stare che un autore sogni un finale impossibile per un’impresa impossibile: e quella di Gregorio lo è e non reputo ciò strettamente un difetto. Quello di cui ho sentito veramente la mancanza è l’introspezione da parte del protagonista. Gregorio è una black box che per mezza vita ha funzionato in un modo e per l’altra metà ha funzionato in un altro, e a seguito di un mutamento (esteriore, perchè di quello interiore non si saprà nulla) è riuscito a scardinare le leggi invariabili dell’azienda, con successo. Bella favola, ma avrei preferito conoscere un po’ di più i suoi pensieri, le sue sofferenze, il suo carattere. Sarei stato affascinato dai cambiamenti nell’interiorità di Gregorio, ne sarei stato coinvolto, magari mi sarei anche immedesimato e invece mi sono dovuto accontentare dei risultati esteriori, delle conseguenze positive delle sue azioni. Già, ma queste azioni da dove provengono? Qual è l’evoluzione del personaggio fra il prima e il dopo il suo essere stato messo da parte dall’azienda per cui lavora? Gregorio passa dall’essere un dipendente perfettamente conforme a sovversivo di successo, senza spiegazioni. A me così non basta… e mi sembra talmente evidente questa mancanza!
        Il messaggio del romanzo è chiaro, fino ad un certo punto almeno: non fate come fate, ribellatevi, siate dei Gregorio. L’intento è nobile, ma se non prova a mostrarne la via attraverso un’analisi più dettagliata (da inserire nel testo in maniera opportuna, non certo didascalica), rimane un po’ morto secondo me. Mancando la dimensione introspettiva, oltre a non cogliere l’occasione di coinvolgere maggiormente il lettore, l’autore si è precluso la possibilità di fornire anche degli elementi di concretezza su cui ragionare. Uno potrebbe sempre pensare che l’idea di non tratteggiare il protagonista in alcun modo sia in realtà uno stratagemma per fare sì che il lettore non si appiattisca sul suo nuovo idolo, imitandolo, ma cerchi invece il proprio autentico modo di essere una specie di sovversivo. Oppure, con un pizzico di malignità, potrei pensare che per una storia così surreale, un individuo reale non fosse adatto e si è preferito (iper)semplificare. O ancora, che a quel punto il romanzo sarebbe diventato un’opera di spessore di molto superiore ma che, per non affrontare la sfida, Perotti si sia volutamente limitato a puntare tutto su una storia basata su un’idea originale e poco altro.

      • Silver Silvan ha detto:

        Dimenticavo: mi sono piaciuti molto anche i racconti di Zenzero e nuvole, consiglio anche quello. Trovo che la forma del racconto sia molto congeniale al signor Perotti, si confanno al suo eclettismo (o al consorzio di ghost-writers): quelli della raccolta mi erano piaciuti tutti, tranne uno. E poi, ovviamente, i due saggi autobiografici sulle sue scelte di vita, Adesso basta e Avanti tutta. Insomma, gli salvo metà dell’opera: mica male!

  3. Fabio Saracino ha detto:

    Silvan, mi hai fatto ridere con la storia dei ghost writers! 😀 Non credo però sia così ih ih
    Tornado alle tentazioni dei consumi, generalizzando si potrebbe dire che l’errore si fa ogni volta che, invece di ascoltare (interrogando) noi stessi, lasciamo che parlino altre voci esterne (ma che abbiamo assimilato sostituendole il più delle volte alla nostra). Quelle della pubblicità, quelle che noi attribuiamo agli altri, quelle dei modi di ragionare della società, tutte quelle che ci vogliono in un certo modo affinchè la società possa continuare a funzionare senza bastoni fra le ruote. Perchè una società ha le sue regole e “chiede” agli individui di rispettarle. Ne ha bisogno per perpetuarsi nel futuro mantenendo al contempo l’ordine di cui necessita. Una società consumistica come la nostra, per sopravvivere, esige degli individui consumatori, con le caratteristiche proprie di questa cateogoria, fra le quali individualità e libertà di pensiero non rientrano. Individualismo invece sì, perchè tanti uomini soli, frustrati, sono ottimi consumatori.
    Quindi? Quindi abituiamoci ad ascoltarci, per conoscere quali sono i nostri veri, autentici bisogni, che non sono sicuramente avere il cellulare da 800 euro pieno di funzioni o l’auto da 300 cavalli per rimanere bloccati nel traffico in città.
    Nelle situazioni sentimentali, ciò è più difficile. Ecco perchè la pubblicità punta tanto sull’emotività…
    Ciao

    • Silver Silvan ha detto:

      Quante considerazioni interessanti! Allora, non so da dove cominciare: partiamo dai libri in oggetto. Sono d’accordo con quanto afferma dei due manuali, che io preferisco definire saggi autobiografici. Anche io ho riletto il primo, dopo un anno. Inizialmente, era stato quasi sconvolgente ritrovare molti pensieri che mi appartenevano, ma che non ero mai riuscita a scambiare con altri, se non passando per una fuori dal mondo. Non che mi dispiacesse, passare per una fuori dal mondo, ma ritrovarsi sempre in quel ruolo lì, alla lunga, è deprimente. Invece ti arriva questo che ci scrive pure un libro e ti snocciola in cifre e dettagli la parte pratica del suo “scollocamento”! Mi era piaciuta moltissimo la figura dello scrittore solitario che viveva in cima ad una collina sperduta: non bastasse, ho coltivato a lungo l’idea di vivere su una collina sperduta in una casa di pietra (col fossato con i coccodrilli intorno!); la figura del navigatore che fa bagni di folla a zonzo per il Mediterraneo, con gli adepti che condividono il sogno del Mediterraneo unito, occupano le isole e portano la stessa maglietta, invece,è lontanissima da me. Paradossalmente, una vita del genere la trovo claustrofobica, molto più che vivere in cima ad una collina a ristrutturarsi la casa pezzo per pezzo.

      È bello anche il titolo de L’estate del disincanto, ha ragione. Quanto all’ultimo libro, credo che l’introspezione del protagonista sia praticamente impossibile: non esiste una persona del genere, nella realtà! È una sorta di super-eroe con poteri che vanno oltre la piccineria e la meschinità tipiche del genere umano. Conosce forse persone simili? Io no. Il protagonista di quel romanzo è un’idea, tradotta in un mondo ideale scaturito da un’intuizione, presumo. È difficile spiegare le intuizioni, prescindono dal ragionamento, per il quale si parte sempre dall’esperienza o da ciò che già si conosce. È interessante quanto dice dell’introspezione, comunque. I due romanzi con la Lara Croft dei poveri li ho trovati molto scarsi, da quel punto di vista, nonostante il protagonista ricordi molto il signor Perotti della sua vita precedente, cosa che lui si è affrettato a negare. La teoria c’era, insomma, la pratica pure: ma i pensieri del protagonista sembrano solo funzionali al racconto, sono senza radici. Nel suo primo saggio autobiografico le radici del suo pensiero ci sono, nel romanzo no e, forse per quello, il protagonista che “spiega” sembra più parlare a se stesso che a qualcun altro, ma é una sorta di stratagemma per consentire al lettore di farsi un’idea. Insomma, è una forzatura manifesta, un esser condotti per mano dall’autore per trarre le conclusioni che vuole lui. Boh, che sia quello il motivo per cui non mi sono piaciuti, quei due romanzi? A parte l’insopportabile protagonista, una da sbattere nel muro che ricorda una pazza furiosa e scalmanata da cui starei alla larga il più possibile! Invece è l’improbabile oggetto dei sentimenti di un borghese piccolo piccolo destinato (forse) a riscattarsi. Mah!

      Condivido la sua visione della società consumistica, una sorta di cavallo imbizzarrito e dopato, impossibile da riportare ad un’andatura tranquilla, almeno nella testa dei più. Così, siccome corre lui, corrono tutti e pensano che l’andatura normale sia quella. Poi si chiedono perché arrivano a fine giornata esausti! Io sostengo da anni che il traguardo è lo stesso per tutti, indistintamente: arrivarci di corsa e senza fiato è demenziale!

      La ringrazio della chiacchierata e delle riflessioni, molto stimolanti. Dissento, però, dalla sua pretesa che siano le voci altrui ad influenzarci: dopo una certa età, a meno che uno non sia un conformista della peggiore specie (e se si trova bene così, buon per lui), mi sta stretta. È vero, ciò che afferma il signor Perotti: c’è molto di noi nella vita che facciamo, al di là delle lamentele e delle lagne varie, che si fanno più per celia che per altro. Se io mi fossi fatta condizionare dall’orrendo comportamento che il suddetto ha avuto con me, avrei dovuto smettere di seguirlo del tutto, bollandolo come cialtrone. Ma siccome continuo ad andar dietro alle mie sensazioni e a quello che ho visto io, insisto e persisto a seguirlo, in barba a qualsiasi tentativo di convincermi del contrario. Quello che ho visto io quando l’ho incontrato è una persona molto diversa dal personaggio che si è ritagliato ad uso e consumo degli imbarcati e degli imbarcandi, che non mi piace per niente. Ma posso capire che, vivendo del suo ruolo, gli convenga far prevalere il personaggio: si vende meglio.

      P.S. Io non ho il cellulare da 800 Euro e manco da 80! Mai avuto, il cellulare. Lo ritengo una forma di schiavitù che costringe la gente a dare spiegazioni che, da adolescenti, si faticava a dare persino ai propri genitori! Chi sei, dove sei, cosa fai, perché non mi hai richiamato subito?! Roba da gamberi!

      • Fabio Saracino ha detto:

        Attenzione, quando parlo delle voci che ci influenzerebbero, non mi riferisco necessariamente a quelle altrui, anzi! Ho usato il termine “voci” ma non intendevo ciò che esce dalla bocca delle persone. Volevo dire questo: siamo stati abituati (e i più continuano su questa traiettoria come nulla fosse) ad ascoltare l’esterno e non la nostra interiorità. La scuola ha svolto questo ruolo. Poi lo stato, la burocrazia e le leggi. Anche la famiglia si fa portatrice, il più delle volte con buone intenzioni, di credenze (errate). La pubblicità non ne parliamo. Le regole dette e non dette degli ambienti che frequentiamo.
        Quando compriamo siamo condizionati da tutto questo (ma ciò vale per innumerevoli aspetti della nostra vita, gli spazi di autenticità sono ormai ristretti ma solo all’interno di essi noi siamo liberi ed, essendo tali, possiamo vedere come siamo fatti per davvero).
        Per uscire dal condizionamento, dobbiamo staccare la spina a tutte queste voci, che non sono altro che rumore, e ascoltare noi stessi. L’interiorità è la nostra salvezza e non è un caso che oggi sia ridotta ai minimi termini (e forse anche al di sotto).

      • Fabio Saracino ha detto:

        Infatti oggi si sta insieme agli altri, tanto. Troppo. Con promiscuità. Ma dato che siamo tutti poco liberi, poco autentici, quando stiamo insieme non siamo altro che la somma di individui condizionati, poco autentici, per nulla liberi. E perciò, stando insieme, ribadiamo, rafforzandolo, il condizionamento reciproco.

      • Fabio Saracino ha detto:

        Adesso dovrebbe essere un pelino più chiaro cosa intendo per voci, condizionamento, e all’opposto solitudine e libertà e perché le ho apprezzate tanto in Perotti

      • Silver Silvan ha detto:

        Sì, ora è decisamente più chiaro. Tuttavia, credo che certi pensieri scaturiscano da esperienze che, prima o poi, qualsiasi individuo si trova ad affrontare. Come mai non arrivano tutti alle stesse conclusioni? C’è chi la solitudine non la sopporta, non andrebbe mai a fare un viaggio da solo, per dire. È la solitudine che porta a fare certi ragionamenti? Ritengo che si debba essere predisposti, a farli. Chi non lo è, non li farà mai.

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