Ciclogita nel vercellese e nella Lomellina

La torre del castello sforzesco sulla piazza ducale

Domenica 10 aprile 2016

A Vercelli scendo dal treno dopo poco meno di un’ora di viaggio. Sono le 10 di una domenica di aprile e il sole scalda già bene, dopo una nottata fresca e serena, seguita al peggioramento temporalesco dei giorni passati che ha riportato la temperatura ad un livello più consono al periodo.

Il centro storico del capoluogo sorge su un antico insediamento romano; le vie più interne ricalcano, infatti, il tracciato delle mura. E’ una delle principali città d’arte del Piemonte, conosciuta anche per la produzione del riso a cui si aggiungono le numerose attività manifatturiere. Il percorso che ho in mente di seguire oggi è, però, piuttosto lungo e dopo una veloce visita lascio a malincuore l’abitato e mi dirigo verso sud est, ritrovandomi presto nella campagna, fortemente caratterizzata dalla presenza delle risaie. In questo periodo la maggior parte di queste ha l’aspetto di una estesa e irregolare scacchiera di terra compatta priva d’acqua; l’allagamento infatti avverrà verso maggio grazie all’approvvigionamento offerto dai numerosi canali, ora asciutti, che delimitano le sezioni in cui è suddiviso il territorio. La strada è decisamente poco trafficata e in breve si diradano anche le già scarse costruzioni: pedalo nel mezzo di un’area piatta a perdita d’occhio, distante da qualsiasi fonte di rumore (il traffico è irrisorio) e in cui i consueti punti di riferimento sono ridotti. Forse anche grazie alla leggera foschia, non riesco a rilevare nemmeno il profilo delle montagne, che da questo punto di osservazione sono comunque lontane.

Mi sento lievemente spaesato e ho difficoltà a formulare degli obiettivi a breve e medio termine, quegli stessi che, chilometro dopo chilometro, garantiscono la motivazione a proseguire. Il paesaggio, infatti, una volta che ci si è abituati all’aspetto vagamente lunare, non offre sostanziali variazioni. Non vedo altro che sole, cielo, terra e qualche canale mentre avanzo su una via stretta e libera in cui lunghi e noiosi rettilinei si alternano con tratti appena vivacizzati da qualche curva.

L’incontro con Prarolo spezza finalmente la monotonia. Costituita da una distesa di modeste case di due o tre piani, compreso quello al livello della strada, disposte senza un ordine apparente, racchiude al proprio interno un castello in buono stato di conservazione. Non mancano gli unici punti di ritrovo per i suoi abitanti: la chiesa, da cui proviene il vociare del piccolo gruppo di persone che si è riunito sul piazzale antistante, e il bar con dehors che si affaccia sulla piazza principale condivisa con il castello. Scoprirò più avanti che la semplice, per non dire povera, struttura urbanistica di Prarolo riassume le caratteristiche della maggior parte dei centri minori che visiterò oggi.

Dopo Caresana cambio regione ed entro in Lombardia nell’area agricola della Lomellina. Gradualmente alle risaie si affiancano anche alcuni campi coltivati e l’aspetto generale non è più quello brullo del vercellese, ma, grazie ad una vegetazione più rigogliosa e varia, si tinge di verde. L’area, comunque, continua ad essere assolutamente pianeggiante e la sfida maggiore dal punto di vista del dislivello è quella offerta dai rari cavalcavia che affronto…

Breme, minuscolo borgo medioevale, concentra nel proprio perimetro alcuni interessanti luoghi di interesse, fra i quali spicca l’abbazia di San Pietro del XVI secolo che conserva una cripta risalente addirittura al 929. Due bambini del luogo, vedendomi incerto sulla scelta di visitare o meno il complesso, mi si affiancano e si affrono di accompagnarmi, guidandomi nei locali sotterranei e istruendomi sui diversi utilizzi a cui erano destinati, comprendenti la cucina e il refettorio dei frati.

Il compatto castello di Sartirana, pochi chilometri dopo, circondato da un fossato svuotato dell’acqua, è sede di alcune attività turistiche e pertanto si presenta in ottime condizioni. L’ingresso per la visita è libero e ne approfitto per passeggiare e scattare foto nel cortile interno e fra gli alberi del parco retrostante. L’alta e massiccia torre rotonda svetta imponente sull’abitato circostante, mentre l’edera che ricopre buona parte dei muri alimenta il fascino dell’intera forticazione.

Nella più estesa Mede sorgono alcune costruzioni ottocentesche di pregio che donano un tocco di ambizione e di aristocraticità al paese immerso nella campagna e che si alternano con altre di origine medioevale. La chiesa parrocchiale spicca, oltre che per la ricercatezza dello stile gotico, anche per l’alto campanile. A quanto pare la più antica riseria della Lomellina è nata qui. Scelgo per lo spuntino uno fra i bar, tutti aperti, che si affacciano sull’ampia piazza  e riparto, modificando completamente la direzione: se fino ad ora ho viaggiato verso sud est, da adesso mi spingerò a nord, nord est, con l’idea di raggiungere Vigevano.

Prima però attraverso Lomello, dove mi attende il complesso basilicale di Santa Maria Maggiore. Anche se una sezione della basilica è diroccata, la struttura si presenta bene costituendo un valido esempio dello stile romanico diffusosi a partire dall’anno Mille, durante la fase di espansione demografica, economica e di rinnovamento spiriturale. A Gambolò invece è il castello ad attirare la mia attenzione, con la sua forma regolare a quadrilatero, le torri di guardia, le mura con le merlature e il fossato, in parte ridestinato all’uso stradale.

Vigevano accoglie come tutte le città moderne, ossia con un’estesa periferia a misura d’auto e ad alta densità di capannoni, sgraziati condomìni, distributori di carburante, parcheggi e centri commerciali, costruiti e affiancati alla rinfusa, senza alcuna logica nè pianificazione e capaci solo di trasmettere un senso di disorientamento, di confusione e di bruttezza. Superato questo spesso strato di “grasso”, però, il centro storico fa dimenticare l’esperienza negativa appena vissuta grazie alla ricercatezza degli edifici e soprattutto alla rinascimentale Piazza Ducale, sulla quale si affacciano da un lato la maestosa facciata concava del Duomo, e dai rimanenti tre una serie di bassi edifici omogenei con i portici uniformi e le facciate affrescate . Tale piazza fu concepita inizialmente come anticamera del castello sforzesco (del quale è visibile la torre, ad opera del Bramante) e fu ultimata sul finire del XV secolo. Costituisce sia una meta per i turisti che il luogo prediletto dei vigevanesi e ne comprendo facilmente i motivi. Inoltre, la sensazione di benessere che si prova contrasta con la paccottiglia avvilente che si incontra in tutte le periferie e non posso fare altro che rilevare ancora come la ricerca della bellezza e della proporzione delle forme in relazione agli effetti sull’animo umano sia stata eliminata in favore dell’inseguimento spasmodico del profitto attuato con lo strumento della fredda razionalità, oppure con la costruzione di edifici la cui massima ambizione, quando va bene, coincide con la celebrazione e l’esaltazione della tecnica, forse l’unico vero mito concepito e osannato dall’uomo moderno, ma che non ha nulla a che fare con lo spirito.

Mi congedo da Vigevano e copro la distanza che mi separa da Vercelli, dove prenderò il treno del ritorno, senza effettuare ulteriori soste. Le ombre nel frattempo si sono allungate e questa volta ho la fortuna di attraversare un’area dove alcune risaie sono state allagate anzitempo: pare quasi che la strada su cui pedalo si srotoli su un sottilissimo istmo che separa due mari, con un effetto particolarmente suggestivo. Alle 20.10, quando ormai il sole è tramontato, salgo sul treno diretto a Torino.

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