Racconti di stalla (ciclogita nel Canavese)

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Sabato 12 marzo 2016

La vista delle Alpi innevate riesce sempre a sorprendermi come se fosse la prima volta. Il cielo terso e l’aria pulita rendono i colori nitidi e lo scintillio delle vette tinte di bianco contrasta con il verde dei prati e con i primi germogli che annunciano la primavera. Mi trovo nel parco naturale “La mandria”, ampia e meravigliosa zona protetta dove la flora e la fauna sono state preservate dalle opere modernizzatrici proprie dello “sviluppo” e che fu antica riserva di caccia della famiglia reale dei Savoia. Da qui, nei pressi della cascina Oslera, recentemente restaurata e aperta al pubblico in qualità di punto di ristoro, oltrepasso l’uscita settentrionale dell’area verde rientrando nel mondo usuale, quello con le auto che sfrecciano su una statale che, per fortuna, devo solo attraversare. Scelgo la direzione per Robassomero e giungo a Ciriè, cittadina che dal dopoguerra in avanti è molto cresciuta ma che tuttavia conserva un cuore medioevale vario e interessante, a cui si aggiungono pregevolissime costruzioni ottocentesche, fra cui alcune ville negli immediati dintorni. Osservando le decorazioni, le forme, l’eleganza degli edifici storici, la capacità di armonizzarsi con l’ambiente naturale circostante arricchendolo e non deturpandolo, penso allo sforzo che veniva infuso nella ricerca della bellezza all’interno dell’atto creativo, senza la quale probabilmente questo perdeva di senso; tale intensità è paragonabile a quella con cui, invece del bello, si insegue oggi il profitto. E’ quest’ultimo ad aver sostituito ogni credo e a rappresentare il fine ultimo dell’agire; un vero e proprio tarlo capace di definire, circoscrivere e motivare ogni azione umana.

Copro la distanza che mi separa da Front pedalando per un po’ all’interno del bosco  ancora in veste invernale, su un percorso vivacizzato da curve e dislivelli. Quasi non incontro automobili e la natura interpreta il ruolo della padrona incontrastata. Non sono solo però perchè il cinguettìo degli uccelli mi accompagna con la sua melodia. Il tratto successivo, invece, più pianeggiante e trafficato, rimane comunque piacevole. Il paesone agricolo di Favria, poco dopo, cela al suo interno il bel castello dei marchesi Solaro di Govone che lo ricostruirono a metà del XIX secolo, trasformandolo in una villa capace di richiamare i visitatori attirati anche dalla selvaggina che prosperava nel suo parco. Purtroppo presenta dei segni visibili di incuria.

La successiva Rivarolo, che sorge in prossimità del torrente Orco, suscita in me emozioni contrastanti: il piccolo centro storico capace di infondere un senso di tranquillità e familiarità si contrappone all’adiacente palazzone alto una dozzina di piani, caratterizzato da uno stile metropolitano del tutto fuori contesto. Come uccidere armonia ed equilibrio di forme e rapporti, costruiti e conservati per secoli, in poche e semplici mosse.

Ciconio, un pugno di case, non offre nulla a parte un campanile di origini romaniche, adiacente ad una chiesa goffa e bruttina, rimaneggiato e impoverito nell’aspetto per via di un’intonacatura che, ricoprendo interamente le pietre che lo costituiscono, lo ha reso anonimo. La successiva Agliè, qualche chilometro più a nord, invece, deve molto alla grande residenza sabauda attorno a cui è costruita, in cima ad un’altura. Mentre percorro il meraviglioso viale alberato che, salendo, compie mezzo giro attorno al palazzo, e quest’ultimo scompare dietro alla vegetazione per riapparire in una nuova angolazione, osservo le proporzioni, lo stile e ne subisco il fascino. E se mi emoziono io, oggi, riesco probabilmente ad immaginare che cosa poteva provare e pensare l’uomo semplice e umile di ieri, alla vista di un simile esempio d’architettura. Grandiosità e bellezza delle dimore contribuivano a far percepire i nobili, agli occhi del popolo, come esseri veramente superiori, capaci di gesta e imprese eroiche e dotati di capacità fisiche e intellettuali quasi sovrannaturali. Erano ammirati e riveriti e, se magnanimi, anche amati. Un mondo in cui pochi aristocratici detenevano potere e ricchezza mentre la massa era costretta a lavorare molto per sopravvivere era costruito sulle diseguaglianze, certo. Tuttavia la diversità era accettata, faceva parte di un ordine neanche così immutabile e i ricchi, in fondo, erano pochi e si facevano gli affari propri. Oggi, invece, l’uguaglianza e le pari opportunità vengono propagandate a tutto volume, eppure l’umanità ha conservato la sua bella dose di ingiustizia e anzi, considerando per esempio che un manager guadagna immeritatamente centinaia di volte più di un operaio, si può dire l’abbia accresciuta.

Da Agliè scendo a San Giorgio Canavese e giungo a Caluso, dove riscontro la presenza di una delle antiche porte della città risalente al periodo in cui questa era cinta da mura. Da qui mi dirigo alla riserva naturale del lago di Candia, un’oasi di silenzio popolata da diverse specie di volatili che, per questo motivo, risulta meta degli appassionati di birdwatching. Le iniziali velature del cielo, nel frattempo trasformatesi in nubi, colorano di grigio il placido specchio d’acqua su cui si riflettono, facendolo quasi apparire, complice l’assenza di onde, ghiacciato.

Al successivo borgo, Vische, inverto la rotta verso sud: è ora di tornare. Attraverso Mazzè, sede dell’ennesimo castello, e le minuscole Tonengo e Boschetto, così piccole e disabitate da essere prive anche del più semplice dei bar. A partire da Chivasso, città industriale alle porte di Torino, che sfoggia una interessante via pedonale nella parte storica, il traffico assume progressivamente le ben note caratteristiche di caoticità e aggressività. Scorre come impazzito saturando ogni spazio e ammorbando l’aria con i fumi degli scarichi. I guidatori impazienti conducono le proprie auto come in preda ad un raptus: accelerano, frenano improvvisamente, ripartono a razzo. Si attaccano al clacson come se fosse l’amuleto capace di scacciare tutte le avversità e perciò vi ricorrono generosamente, mentre si insultano vicendevolmente da dietro il parabrezza,  facendo le facce brutte con gli occhi venati di rosso che sembrano voler schizzare dalle orbite… io stringo i denti fino alla meta, mentre rifletto sul fatto che, dopo tutti i chilometri percorsi in bici in Italia e fuori, i pericoli più evidenti li ho sempre incontrati dietro casa, nella mia città.

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