Il bosco e la libertà di sbagliare

parco_sila

I due uomini si recano nel bosco di conifere a far legna. Uno è un esperto taglialegna di età non troppo avanzata e ancora vigoroso, che ha sempre vissuto in montagna. L’altro è un giovane sui 35 anni che ama viaggiare, conoscere ed è aperto al confronto, ma è impreparato nonostante una buona disposizione ad apprendere. Dopo aver abbattuto un bel pino d’alto fusto e avere confabulato sulla piacevoli tonalità del legno visibili in prossimità della zona di taglio, il più anziano indica al compagno la necessità di piantare un grosso chiodo presso una estremità del tronco al fine di agevolarne il successivo trasporto; quindi passa ad  illustrargli la tecnica necessaria: entrambi dovranno battere a turno con la propria mazza sullo stesso ferro in modo da farlo penetrare nel minor tempo possibile e con tutta la forza che hanno a disposizione

L’operazione si svolge in pochi secondi ma sull’ultimo colpo la testa della mazza del giovane salta via disegnando buffamente un arco a mezz’aria, lasciandolo con il robusto bastone fra le mani e un’espressione di stupore segnata da una vena di delusione: “Sono io troppo forte o forse sto sbagliando qualcosa?” chiede all’altro che prontamente risponde ridendo: “Sei tu troppo forte!”, lasciando intendere che la faccenda è chiusa così, con un accento finale di ilarità. Vero, non ci sarebbe niente da dire in aggiunta, un colpo un po’ più forte del dovuto, la fretta di terminare, l’inesperienza possono condurre ad un piccolo sbaglio, privo di conseguenze tra l’altro, perchè sopravvenuto a lavoro ormai compiuto e considerate le ridotte potenzialità dei rudimentali mezzi impiegati. Eppure nella testa del giovane la preoccupazione resta. Il suo lavoro non è stato perfetto e continua a tormentarsi per un po’, abituato com’è a credere che non si debba sbagliare mai. Perchè?

Oltre alla differenza di età e di maturità, che solo in parte spiega l’incapacità del giovane di accettare la propria imperfezione, fra i personaggi si colloca anche una distanza culturale rilevante. La vita del ragazzo lo ha visto impegnato dapprima in studi universitari appartenenti al ramo scientifico e poi, una volta entrato nel mondo del lavoro, impiegato in mansioni a stretto e pressochè continuo contatto con le macchine. Il rapporto con la tecnologia, che esige perfezionamento costante e la massima attenzione da parte di colui che vi ricorre, ha occupato e continua a occupare quindi uno spazio decisamente maggiore nel suo caso.  Nella relazione con il mezzo tecnico l’errore umano non è contemplato, poichè per operare con successo bisogna intraprendere la corretta sequenza di azioni necessarie nei tempi giusti; la supervisione deve essere continua e ogni tipo di distrazione è da evitare. Nel corso dei lunghi anni di formazione al giovane  è stato insegnato, sebbene in modo indiretto, ad evitare gli errori affinchè la macchina, per nulla capace di comprensione e autoregolazione, possa funzionare al meglio minimizzando il rischio di danni anche gravi, possibili cause di rallentamenti nel processo di produzione. Inoltre l’incremento della perfezione e le potenzialità crescenti – anche distruttive – dello strumento riducono ulteriormente il livello di fallibilità concesso all’operatore.

Insomma se è vero che errare è umano, dovremmo dunque vivere in una condizione che favorisca, o almeno non impedisca, l’accettazione della nostra imperfezione, magari con un sorriso di comprensione. Ma il contesto culturale in cui siamo immersi avversa questa reazione, inibendola. Una delle cause è la tecnica, o la tecnologia, ma non costituisce certo l’unica, anzi. Lasciando comunque che l’esistenza sia dominata in parte dalle sue leggi, dalle sue esigenze di perfezione, di misurabilità e infallibilità, dai suoi ritmi crescenti e insostenibili, l’uomo moderno, se ha reso più semplice la propria vita relegando alle macchine i compiti più gravosi, dall’altro si è condannato ad una continua ricerca di perfezione che paradossalmente lo induce a sentirsi sempre in difetto, che rappresenta fonte di frustrazione e che, beffa finale, non ha come fine la sua crescita o sviluppo, ma il corretto funzionamento di un organo meccanico necessario al ciclo produttivo.

A questo quadro così vincolato alla prestazione, alla performance, si contrappone la festosa accettazione, da parte del boscaiolo più anziano, della propria umanità e fallibilità dovuta alla maggiore libertà culturale propria della sua dimensione. Avendo goduto di una esistenza a contatto con la natura e dei suoi ritmi, faticando fisicamente di più ma potendo anche apprezzare i momenti di riposo determinati dai cicli naturali, così distanti da quelli delle macchine, egli ha preservato la propria anima, a cui ha concesso così di errare e di rallegrarsi, magari incosapevolmente, della possibilità di farlo.

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