Da Mondovì a Savona pedalando su Alpi e Appennino ligure

Le torri di Savona

20 febbraio 2016

Da un po’ di anni, in questo periodo, inauguro la nuova stagione ciclistica con una pedalata sul lungomare, approfittando della fase declinante dell’inverno che, in una giornata assolata, può lì regalare temperature quasi primaverili. La formula ha quasi sempre funzionato, consentendomi di godere in anticipo di una mitezza per la quale, a Torino, è necessario attendere all’incirca un ulteriore mese. Quest’anno, però, il freddo non si è fatto sentire e così, piuttosto che optare per una gita concentrata esclusivamente sulla costa, ho deciso di partire da Mondovì, cittadina storica ai piedi delle Alpi Marittime, e di affrontare i rilievi montuosi compresi fra le Alpi Liguri e l’Appennino, concludendo la tappa a Savona.

La giornata si presenta limpida e secca, ma l’aria è ancora fredda alle 9.40 del mattino; la stazione di Mondovì è un bell’edificio antico e caratteristico, oltre che accogliente. Non visito la città e preferisco cercare un po’ di calore nel ritmo della pedalata, immettendomi sulla statale 28 in direzione del Santuario di Vicoforte. Il territorio pedemontano, particolarmente ondulato, offre le prime salite appena fuori l’abitato. La cornice rappresentata dai monti innevati è particolarmente suggestiva e da questo punto di osservazione è anche vicina; solo il Monviso, decentrato, giganteggia in secondo piano relegato al ruolo di sfondo.

Il Santuario di Vicoforte spicca già da lontano con la sua gigantesca cupola ellittica e le quattro torri che delimitano la pianta, costituendo la prima vera attrazione che incontro. Dirimpetto ad uno dei quattro lati sorge una fila di basse case che, ad entrambe le estremità, piegandosi nella direzione dell’edificio religioso, offre l’impressione di tentare un abbraccio nei suoi confronti. All’interno dei portici le numerose botteghe si annunciano con insegne decorative ricercate e dalle vivaci tonalità pastello.

Dopo aver scattato qualche foto, riprendo il cammino in direzione di Ceva, superata la quale giungo a Priero, secondo gioiello della giornata. Ho visitato molti centri di chiare origini medioevali, ma pochi sono quelli che, nel corso dei secoli, hanno mantenuto un aspetto e un’atmosfera autentica perchè risparmiati da invasivi interventi di rimaneggiamento. Priero è uno di quelli. E’ un borgo compatto che si riconosce facilmente per la presenza dell’unica torre situata nei pressi di uno dei due ingressi; sulla via principale, attorno alla quale si dipana l’intreccio delle poche e tortuose vie secondarie, sorgono gli edifici medioevali dalle rifiniture modeste e dall’altezza limitata, spesso privi di intonaco; costruiti in nuda pietra e mattoni, presentano i caratteristici portici bassi, poco luminosi e addirittura infossati rispetto al piano della strada. Al loro interno si affacciano alcuni negozietti e portoni in legno massiccio borchiati in ferro. Il visitatore è così catapultato indietro nei secoli, mentre la presenza di scarsissime attività umane dà l’impressione che il tempo si sia fermato quasi completamente. E forse è veramente così perchè mi accorgo che, in effetti, il suo scorrere si misura anche attraverso l’esecuzione e l’osservazione di gesti ripetitivi e di ritualità che qui, venendo a mancare, indeboliscono la percezione dell’avanzare inesorabile del corso della vita.

La salita per Montezemolo presenta pendenze progressivamente più accentuate e si conclude ai 750m del paese omonimo. Da lassù è possibile ammirare il panorama che, grazie alla limpidezza dell’aria, raggiunge notevole profondità in ogni direzione. Ingurgito i due pezzi di pizza che ho portato con me e, infreddolito a causa del vento che si è alzato, scendo a Millesimo, già in provincia di Savona. La cittadina sorge sulla sponda destra del fiume Bormida e il mio ingresso avviene attraversando il corso d’acqua tramite la passerella pedonale che si ricongiunge all’ultima arcata rimasta intatta del vecchio Ponte della Gaietta, al termine del quale è presente l’antica porta che dà accesso al nucleo abitativo. La centrale Piazza Italia, di chiara impronta medioevale, è decisamente attraente. Qui le case sono ben curate e le loro facciate spiccano per i vivaci colori liguri.

In un saliscendi mai monotono giungo alla festosa Càrcare, dove si sta svolgendo il Carnevale come dimostrato dall’affluenza della gente. Mentre la musica e i carri allegorici attirano l’attenzione dei presenti io mi aggiro per le stradine del borgo e scatto fotografie. L’atmosfera è piacevole e il sole, qui, scalda un po’ di più, ma la strada è ancora lunga e così riparto.

La successiva Altare, in passato sede di una importante attività vetraria,  è un agglomerato che non spicca per attrazioni e tuttavia non è privo di un elemento distintivo: un nucleo di fabbriche storiche, caratterizzate da alte ciminiere, l’uso del mattone come principale materiale costruttivo e lo stile curato e piacevole proprio delle strutture industriali d’epoca. Peccato che il destino di tali costruzioni, e con esso l’unica peculiarità di Altare, sia ormai segnato e consista nell’abbattimento delle stesse, come dimostrato dalla presenza della recinzione appartenente ad una ditta che si occupa di demolizioni.

L’ultimo tratto che mi attende è tutto in discesa. Piacevole, ricco di curve, rappresenta l’ambiente tipico dell’entroterra ligure, composto di gole strette, rilievi dalle pendenze ripide e vegetazione mediterranea. Raggiungo Savona quando sono ormai passate abbondantemente le quattro del pomeriggio. Visito il suo bel centro storico composto dall’area prevalentemente ottocentesca che sfoggia palazzi di un certo sfarzo e da quella più antica con i carruggi e le torri medioevali; concludo l’esplorazione presso il porto a respirare un po’ d’aria di mare e, alle 17.30, sono nuovamente sul treno che mi trasporta a casa.

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2 risposte a Da Mondovì a Savona pedalando su Alpi e Appennino ligure

  1. Emme ha detto:

    Fabio, belle le tue giornate cicloturistiche… sento la voglia e il bisogno di fare della fatica buona, ma per un motivo o per l’altro sto rimandando continuamente ciaspolate e trekking. La decisione di abbandonare la macchina e recuperare la bici è stata molto salutare, almeno così riesco a fare un minimo di attività fisica nelle piccole incombenze quotidiane 🙂

    Non so se te ne avevo parlato, nè se sia una cosa che ti interessa, ma sul Cammino di Santiago ho incontrato diversi ciclisti: ognuno fa il “pellegrino” a suo modo. E’ un’esperienza intensa, sia per la varietà dei paesaggi, sia per la possibilità di conoscere persone lungo il cammino ed essere amici per un giorno, oppure di proseguire nel proprio bisogno di solitarietà. Ricordo un ragazzo in bici che incontrammo sulle bellissime Mesetas dorate di grano e sovrastate dall’azzurro del cielo: scambiammo due chiacchiere e lui scese dalla bici e fece un’ora (o forse di più?) a piedi con noi, con bici a mano. Anche questo è possibile 🙂

    • Fabio Saracino ha detto:

      Ciao Mari, il fatto che chi legge si senta in qualche modo coinvolto (e magari anche spronato al viaggiare lento) grazie ai miei racconti è la cosa che mi fa più piacere!
      Per le ciaspolate ti consiglio di optare invece per il deserto del Sahara, dato che qui neve ormai ne fa poca mentre lì la sabbia abbonda! 😉
      La conoscenza fra viaggiatori è una bella esperienza, tra l’altro spesso si incontrano persone con una visione della vita compatibile con la propria. Il turismo, invece, è tutt’altro come saprai. Magari un giorno farò anche io il Cammino, del resto i posti sono belli!
      Ciao!

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