Redivivo ma noioso

Quanti tormenti per il protagonista!

Quanti tormenti per il protagonista!

Dopo aver visto ieri sera “The revenant”, la mia impressione è che sia un incrocio fra i generi survival-reality show, film d’azione e documentario sulla natura (per fortuna). Dei tre filoni, l’apporto dell’ultimo è decisamente il più interessante, grazie alla bellezza dei luoghi. Il povero Leo prende botte dall’inizio alla fine, viene quasi ucciso da un orso, dorme nudo dentro il ventre svuotato di un cavallo morto, secerne pus abbondante dalle ferite, si becca un sacco di freddo e, quando finalmente può vendicarsi sull’assassino del figlio (“dai fallo fuori così vado a dormire!” ho pensato), cambia idea (ma il cattivo crepa lo stesso). Un tormento, una via crucis, una sequenza di eccessi che non divertono, nè conquistano, ma intrattengono lo spettatore sulla frequenza di una cupa tensione, priva di momenti di appagamento o anche solo di alleggerimento.

L’umanità di “The revenant” è selvaggia, sporca e violenta collocandosi decisamente su un piano evolutivo piuttosto basso, ma il clichè è comunque rispettato: gli indiani criminali e assetati di sangue si abbandonano all’istinto omicida non appena un bianco entra nel loro campo visivo; i bianchi “esploratori”, invece, sebbene avidi e violenti, sono comunque i portatori di un seppur blando progetto di civilizzazione. E’ avvilente osservare come nel XXI secolo la visione sottintesa sia ancora quella propria dei colonizzatori… magari meno netta e più sfumata, ma caratterizzata dalla solita unilateralità.

Infine, sono contento se a Di Caprio sarà assegnato l’Oscar, in quanto è meritato, ma per la carriera, non per “The revenant”. Tanto per iniziare il suo personaggio nel film, complice anche la profonda ferita al collo, parla a malapena. In compenso ringhia, si trascina, si sporca, nuota e mangia carne cruda a volontà. E’ costantemente imbrattato di sangue risultando assimilabile più ad una bestia che ad un essere umano. Come può un ruolo del genere aver permesso alle sue innegabili capacità di esprimersi al massimo? Gli avrei conferito l’Oscar, ad esempio, anni fa per l’interpretazione di un personaggio pazzo e visionario come Howard Hughes, il milionario di “The aviator”, dai tratti umani decisamente più carismatici, variegati ed originali. Lì sì che il buon Leo ha dato il meglio di sè. Ma a strisciare nel fango riusciamo tutti, più o meno.
Insomma, dal cinema sono uscito affaticato e anche un po’ affranto, e il “bello” è che per tutto questo soffrire si paga pure!

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in altro e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Redivivo ma noioso

  1. Emme ha detto:

    Ciao Fabio,

    sono in totale disaccordo con la tua recensione, poi certo i gusti son gusti e non c’è nulla che debba piacere a tutti. Però.
    Io non ho mai percepito il sottinteso che dici tu, del colonizzatore buono e indiano cattivo, anzi tutt’altro: gli invasori sono raccontati come tali, grezzi, corrotti, ignoranti e gli unici “portatori di civiltà” sono proprio gli indigeni: non solo la tribù a cui apparteneva la compagna del protagonista (sterminata dai bianchi e l’omicidio che Glass commette mi sembra un segnale chiaro), ma anche gli spietati Arikara sono sanguinari, sì, ma è evidente in tutto il film il fatto che la loro sia una lotta di resistenza agli invasori, espressa in maniera asciutta dal breve dialogo tra il capo Arikara e i francesi. E che dire della magnifica figura dell’indiano che lo nutre e salva, e la fine che fa? Se non vogliamo definirla una presa di posizione sulla questione, è innegabile che nel film la figura pessima non siano di certo i nativi a farla…

    La natura è meravigliosa di per sè, ma riuscire a renderla così spettacolare non è da tutti: lo sforzo di Inarritu e Lubezkii è grande dato che tutto è stato girato con luce naturale. E il fatto che un film di più di due ore e mezza sia quasi privo di dialoghi, ma ti tenga attaccato alla storia lo trovo assolutamente un valore aggiunto. Interpretare un ruolo dovendo far a meno di voce e dialogo è assai più difficile: i dialoghi te li scrivono, il linguaggio del corpo è tutta opera tua.

    C’è stato un unico momento nel film in cui ho pensato “vabè, qui s’è fatto prendere la mano” ed è la scena del cavallo. Non tanto il suo dormirci dentro (è pratica abituale, l’ho ritrovato in tanti romanzi ambientati nei grandi freddi), ma il salto nel vuoto nel dirupo. Ecco, quello potevano risparmiarselo.

    Non mi esprimo sulla questione Oscar, avrebbe già meritato di vincerne, questa cosa sta diventando una barzelletta. Come mi disse un’amico “Quando Di Caprio morirà faranno un film su di lui e il personaggio che lo interpreta vincerà l’Oscar”.
    Saluti!

  2. Fabio S. ha detto:

    Ciao Mari, figurati, ho scritto soprattutto per gioco e per sfottò divertito.
    Il fatto è che ciò che mi dici non varia l’impressione che il film mi ha trasmesso e l’impianto generale di cui sono abbastanza convinto. Non sapevo, ad esempio, che dormire dentro i cavalli fosse pratica diffusa ma questo non cambia nulla per me, il film non era peggiore prima e non è migliore adesso che lo so.
    Sulla rappresentazione degli indiani, condivido le tue osservazioni, ma non posso fare a meno di pensare quanto segue: che in molti film, quando un indiano è inquadrato, quando la telecamera scruta i suoi occhi, non sai mai se è uno psicopatico pronto a uccidere “perchè sì” oppure se ti aiuterà. Come se agisse soltanto in base a oscuri impulsi primordiali (nel film uno di loro salva la vita al protagonista). Come se gli indiani non avessero dimestichezza con qualità come simpatia, convivialità, socialità, organizzazione, civiltà (il crescendo è voluto)… come se fossero stati gli unici a praticare la rimozione dello scalpo, mentre invece ci furono anche i conquistatori, che lo facevano per questioni di vile denaro.
    Questo film, poi, mi ha irritato parecchio quando il protagonista alitava sulla telecamera o su questa piovevano gli schizzi di sangue. Questa entrata in scena della telecamera, che ha quindi interagito seppure in minima parte, mi infastidisce ed è il motivo per cui ho definito il film anche un survival reality show, che mostra un VIP alle prese con avventure varie. Finti i reality, finto il film, la distanza fra realtà e rappresentazione si fa sempre più sottile, per due motivi: uno è che la realtà è sempre più finzione, ovvero viviamo sempre meno nel mondo tangibile e siamo trasportati in quello dei sogni (data la quantità di tempo crescende che spendiamo interagendo con tv, pc, smartphone, ecc.); il secondo è che la rappresentazione se ne approfitta, appropriandosi della realtà (telecamera) e inglobandola in se stessa. Questo per me è rappresentativo di una tendenza, che non mi attrae affatto (anzi mi preoccupa).
    Io rivoglio di indiani di Balla coi lupi e anche i suoi paesaggi, pellicola di tutt’altro spessore che, tra l’altro, era dalla parte degli indiani. Io sono così, o da una parte o dall’altra e sto con gli indiani, gli occidentali li conosco fin troppo bene.
    E sia per questo, sia per la rappresentazione dei paesaggi, sia per lo spessore incomparabile, chiedo a gran voce: “ridatemi Balla coi lupi” e finitela di farci vedere solo sangue, squartamenti, movimenti di telecamera che fanno venire la nausea!

    😀

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...