Dei cervelli cablati (diagnosi semiseria e post semifreddo)

Definizione fabiesca (cioè mia) di cervello cablato

Un cervello cablato corrisponde all’encefalo di coloro che hanno ceduto buonissima parte della propria sovranità di pensiero ed azione ad una entità superiore, rappresentata dalla società e dalle sue regole, scritte e non. Gli individui possessori di questo tipo di cervello risultano assolutamente connessi alla società moderna, nell’unico tipo di relazione ammessa, quello di passività. Il “patto di stabilità” che hanno stipulato comporta il doversi affidare al pensiero ufficiale, notoriamente unico, il quale, mai come oggi, riesce a penetrare nell’intimo dell’individuo, ed averlo accolto dentro di sè, riservando ad esso somma cura; implica il lasciarsi condurre, senza farsi domande (requisito necessario), da una logica comune che non si sa bene perchè stia lì, che intenzioni abbia, chi l’abbia decisa. Dall’esterno questa scelta si configura come un atto di masochismo estremo, ma dall’interno permette all’individuo di sentirsi accettato, seppur al prezzo della propria autonomia, che risulta, tuttavia, gravemente ridimensionata (ma chi se ne frega…o no?).

Cenni comportamentali

Data l’elevata esposizione a stress, traffico e smartphone, più una miriade di altri stimoli negativi, fra cui la Tv e Barbara d’Urso, gli individui risultano molto nervosi e antipatici. La loro espressione, ad un principiante, può sembrare sempre la stessa: occhi spalancati, muscoli tesi, pupille che scorrono di continuo da destra a sinistra e viceversa. Un osservatore esperto, invece, rileva come codesta espressione muti, attraverso variazioni minime, all’interno di uno spettro (il cui colore predominante è il rosso) che va dall’inebetito-attivo (riscontrabile dopo che il soggetto ha passato molte ore al pc, ad esempio) allo strabiliato-allucinato (che si configura quando la quantità di impegni è, semplicemente, in eccesso). Gli individui cablati si esprimono in modo concitato, ridono quando si deve ridere (a seconda della convenienza o di ciò che sono abituati a considerare divertente, anche se in quel momento non li diverte), esibiscono compassione in tutti gli altri i casi (specie verso i cuccioli di cane). La loro camminata è molto rapida, la guida è aggressiva negli uomini, distratta da mille pensieri (una libera interpretazione del multitasking) nelle donne, in entrambi i casi pericolosa. Odiano i ciclisti, ma questo è il meno. In essi si rilevano comunque dei periodi dell’anno in cui avviene una prodigiosa mutazione. Specialmente durante le vacanze estive, infatti, dopo un lasso di tempo quantificabile in circa 10 giorni, tornano ad essere persone normali. L’espressione facciale, fossilizzata per 11 mesi, si scioglie. Il temperamento si tranquillizza. Le ansie si dissolvono. La visione periferica si riabilita: fino a quel punto, nella gravosità dell’incombenza che non deve aspettare (nè chiedere mai), hanno acconsentito a concedere attenzione solo agli eventi presenti, scartando a priori qualsiasi alternativa, pertanto neanche considerata, neppure per un istante fuggevole e prezioso. Ma, dopo alcuni giorni di riposo, la visione da ristretta si allarga e con essa le percezioni e i pensieri; la depressione, spesso manifesta, si allenta. La perdurante fase di apnea è finalmente superata, si torna a respirare con normalità. Qualcuno vince l’odio e inforca la bicicletta. Altri, nell’ultima settimana di vacanza, riescono a riflettere autonomamente: pensieri originali che pongono al centro se stessi. Tuttavia ciò è ostacolato, per i più, dalla rappresentazione, ben radicata nel proprio encefalo cablato, degli improrogabili impegni che attendono al termine delle brevi vacanze. Succede anche che molti, assorti nell’atto del divertimento coatto, non si accorgano neanche della sopravvenuta, seppur momentanea, libertà.

Credenze

Sono stati convinti che la vita sia un sacrificio dall’inizio alla fine e che quindi, in quei brevi periodi di libertà (equivalenti all’ora d’aria dei carcerati), l’imperativo consista nello spassarsela il più possibile (tutto ciò costituisce un vano e illusorio atto di compensazione, si badi bene). Pertanto ricercano lo sfogo e l’esagerazione; tuttavia, con l’età, tendono alla completa rassegnazione (il processo avviene con una linearità sbalorditiva ed entro i 50 anni è giunto a maturazione nella maggior parte dei casi). Costoro credono fermamente che, impegnando 10 ore al giorno della propria vita al lavoro, otterranno: piena conferma delle proprie capacità, realizzazione, una invidiabile posizione sociale, denaro. Le conseguenze sono rappresentate dal fatto che impiegano la maggiore porzione della loro vita a lavorare, oltretutto in ambienti poco salubri, sia dal punto di vista ambientale che umano; si spendono in relazioni scarsamente gratificanti dettate da secondi fini o comunque intrecciate con persone che non hanno scelto; vivono in una dimensione di saturazione continua, riempita di impegni, informazioni, aspettative, tensioni, ecc. Ovviamente, risultano esclusi da questa categoria tutti coloro che affrontano la propria occupazione spinti da una reale vocazione (tuttavia,  ritenere di agire per vocazione è una delle scuse più frequenti). Le conseguenze sulla loro esistenza risultano nefaste e, ad aggravare la situazione, si rileva come ultimamente si sia diffusa la credenza secondo cui, alla mancanza di motivazioni, curiosità ed energie causata dall’iperattività e dal numero eccessivo di stimoli, si possa reagire riempendosi la vita di un numero sempre maggiore di impegni. In pratica, ciò equivale a ritenere che, nonostante la caraffa sia ormai bella piena, ci sia una qualche utilità nel continuare a riempirla all’infinito.  Anche se privo di senso, tutto questo è coerente con quelle situazioni in cui qualcosa ha smesso di funzionare eppure, piuttosto che accettare la necessità di un cambiamento, si insiste con ancora più forza in quei comportamenti che hanno condotto alla situazione di crisi, aggravandola. Tutto pur di non esercitare il dubbio. Ah già, ma questo non era parte del patto.

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