A freddo: riflessioni sull’ultimo cicloviaggio e sul cicloviaggiare

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Anche quest’anno il cicloviaggio estivo è terminato. Ho pedalato per circa 1400 km in 16 tappe: non è stato molto lungo, ma impegnativo. Il caldo esagerato e l’appannamento dovuto ad un anno di lavoro, che ho sentito più che in passato, l’hanno zavorrato un bel po’, al punto da iniziare a temere che non spiccasse mai il volo. Dopo i primi 3 giorni di tempo buono e forse eccessivo slancio agonistico, al quarto sono subentrate la stanchezza e un po’ di apatia, associate al forte aumento della temperatura esterna. Un tonfo, insomma, fisico e psicologico. Quando ci si muove contando solo sulle proprie forze, si è più esposti sia ai turbamenti che provengono dall’ambiente circostante, che si possono manifestare attraverso la meteo, i luoghi, le difficoltà nel percorso, sia dall’interno, che possono consistere in uno stato di cattiva forma fisica, magari dovuto a stanchezza, che a sua volta influisce direttamente sull’umore, quindi sulla capacità di godersi il viaggio e di alimentare gli stimoli necessari per proseguirlo.

Per questo motivo ho vissuto le tappe centrali come una lenta risalita dalla “caduta” del quarto giorno e ciò ha portato dei frutti, perché mi sono spinto a riflettere e a chiedermi, con una certa impellenza e necessità di chiarezza, quali siano le motivazioni che mi inducono a continuare a cicloviaggiare. Avevo bisogno di recuperarle, sottoporle a verifica, per capire se costituissero ancora valore per me e se questo fosse accresciuto oppure diminuito. Le risposte, devo dire, sono giunte con il tempo e il manifestarsi degli eventi; ho capito innanzitutto che insisto a viaggiare secondo questa modalita’ perché è emozionante e, ritengo, maggiormente che in altri modi. Può sembrare una banalità, ma le emozioni che giungono non sono filtrate, non sono ammorbidite o smussate e non costituiscono dei surrogati delle emozioni vere: sono le emozioni vere. Nel bene e nel male: la fatica di una salita, la frescura di un bosco, la bellezza di uno scorcio paesaggistico, il desiderio di riposo, la sete e il piacere di dissetarsi presso una fontana dall’acqua buonissima e fresca, la preoccupazione di ritrovarsi nel pieno di un temporale magari con grandine annessa, la curiosità di visitare un centro storico e di lasciarsi stupire dalle sue meraviglie, il pregustarsi una veloce discesa quando si è superato un passo, il desiderio del meritato riposo, di rilassarsi dopo la fatica, di soddisfare con cibi deliziosi l’abbondante appetito sviluppato durante lo sforzo, gli incontri curiosi e generalmente piacevoli che si fanno e la tendenza, che viene naturale, a riviverli con la mente nelle ore successive, sono tutte emozioni che, in un cicloviaggio, giungono più forti, nitide, incisive. Tutto ciò, e non è poco, a differenza della vita di routine che si conduce in città nel resto dell’anno, dove i comforts, le abitudini ripetitive e l’ambiente comunque circoscritto e conosciuto tendono ad affievolirle, accrescendo l’inerzia ad agire diversamente e inibendo la curiosità.
E poiché credo che lo scopo più profondo dell’essere umano risieda nella ricerca di emozioni vere, da qui mi spiego perché, nonostante tutto, continui a cicloviaggiare. Questo vale sicuramente anche per il viaggio a piedi, zaino in spalla, e per tutte le forme di viaggio lento: diminuendo la velocità, aumentano gli spazi e il mondo torna a essere grande e ricco, quindi più emozionante, più interessante. Viene voglia di scoprirlo con questa speciale lente d’ingrandimento che è la bicicletta (oppure le nostre gambe, per chi sceglie di andare ancora più piano).

Ogni cicloviaggio insegna qualcosa, sulla geografia, la cultura, le persone, noi stessi. È un’esperienza talmente intensa e impegnativa da lasciare sempre una profonda impressione in chi la pratica. È avventura, scoperta, è portate alla luce altri aspetti di sé, è mettersi alla prova, è imparare, anche dai propri errori. E soprattutto risulta tutto così evidente, cristallino nella sua semplicità e chiarezza. Penso che sia un ritorno ad una vita più essenziale e vicina ai reali bisogni dell’uomo.

Questa volta l’impressione più forte, e positiva, è giunta dal popolo toscano. Credo che molto di ciò che sono gli italiani derivi da loro. Pregi, difetti e derive sono in qualche modo riconducibili al carattere insieme forte e mite di quella gente. Il loro gusto per il bello e l’arte di godersi la vita; l’attenzione che hanno per l’ospite-turista, che non è mai solo un cliente, ma una persona con cui scambiare sempre qualche battuta, senza fretta, anche quando, fra amabili sorrisi, viene quasi spennato; la maestria nel cucinare; la tendenza alla battuta di spirito; la ruffianeria, specialmente nei confronti dell’ospite-turista; il sincero aprirsi verso l’esterno, perché ti senti ben accolto nella loro terra, sei anche un ospite gradito e questo lo avverti sempre; il gusto verso l’arte, anche a livello popolare. Tali caratteristiche vengono da lontano e, seppure in dosi diverse, ritroviamo un po’ dappertutto in Italia (dovrei forse usare il passato?). Quello che però nelle città del nord (e non solo del nord, ma soprattutto in quelle) non si trova più ma ho rilevato con piacere presso i toscani, è la gentilezza, il rispetto, anch’esso antico e incondizionato, nei confronti del prossimo. Una qualità a cui non sono più abituato, che si è quasi totalmente persa in una metropoli come, ad esempio, Torino, dove, tra l’altro, l’ignorarsi gli uni con gli altri è divenuta la regola. “Siamo troppi” forse si pensa, e in parte è vero, ma a me sembra più una scusa per mascherare una incapacità sempre maggiore di relazionarsi con il prossimo. Direi proprio che se ne è perso il piacere, insieme a tanti altri, più semplici, autentici, genuini.

Dimenticavo: il viaggio, alla fine, seppure in modo sofferto, ha spiccato il volo.

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6 risposte a A freddo: riflessioni sull’ultimo cicloviaggio e sul cicloviaggiare

  1. Emme ha detto:

    Caro Fabio, ci pensavo proprio in queste vacanze, al fatto di esserci abituati ormai a far finta di non vedere la gente. Nei paesini piccini del sud Italia i vecchi ancora salutano tutti quelli che incontrano sul marciapiede, che sia persona conosciuta o no. Perchè non ci salutiamo? A momenti nemmeno nello stesso scompartimento del treno, nemmeno fianco a fianco in posta, o al bancone del bar… c’è tutto questo sforzo nel fingere di non vedere, perchè in realtà ci vediamo, ci vediamo benissimo, sappiamo che ci sono altre persone intorno, altre esistenze, ma facciamo finta di avere qualcosa di più importante da fare, per tenere lo sguardo impegnato. Mi pare che non siamo più capaci di farci guardare negli occhi dagli sconosciuti, di sostenere lo sguardo. Una situazione in cui questo è evidente è la gestione dell’attesa, ci hai mai fatto caso? Prima di partire per le vacanze ho salutato un’amica, eravamo sedute fuori dal bar e ad un certo punto lei è andata a fare una telefonata. E io ho deciso di non fare tutte le cose che normalmente le persone fanno in quel momento per ingannare il tempo, ovvero guardare il telefono, leggere un libro, cercare una rivista o un giornale con cui tenere impegnato lo sguardo. E sono stati minuti lunghissimi, proiettata in una dimensione sociale stranissima! Mi sono guardata intorno, ho fissato per un po’ il braccio di un ragazzo con un tatuaggio incomprensibile, e poi ho continuato a guardare le altre persone, ascoltare i loro discorsi, osservare i loro gesti… se ci pensi tutto questo fa di me una persona inconsueta, magari per qualcuno potevo anche sembrare strana, mentre se ci pensi bene è assurdo fingere in continuazione di avere qualcosa da fare 🙂
    Buon settembre!

    • Fabio Saracino ha detto:

      Ciao Mari, dici bene. Ci si condidera sempre meno, siamo costantemente connessi con l’altro e con l’altrove e sempre meno presenti al qui e ora. Grazie a questi smartphones ormai stiamo subendo il colpo di grazia, isolati fra gli altri. Eppure gli incontri più belli spesso nascevano dalla casualità… che tendiamo a escludere, privandoci della sua fecondità. Ma la responsabilità è nostra, non diamo la colpa alla tecnologia, per quanto stupida e fondamentalmente inutile, a parte qualche caso. Non siamo più capaci di gestire l’attesa, magari con due chiacchiere, e iniziamo subito a smanettare. Sulla metropolitana a Torino si vedono solo tanti digitatori compulsivi; la gente attraversa la strada mentre scrive messaggi. Nessuno ti guarda in faccia e quei pochi che reputano normale farlo, davanti ad un simile deserto di atomi, perdono la fiducia. Siamo riusciti a realizzare un mondo distopico?

      • Emme ha detto:

        Ciao Fabio, siamo riusciti a realizzare un mondo distopico? Forse. O magari la risposta corretta è: in parte. Certamente c’è una parte di mondo che ha una dipendenza maniacale da smartphone, e prima degli smartphone l’aveva da facebook, e prima ancora dai messaggini e squillini del cellulare. C’è una strana stonatura tra questo desiderio di essere sempre connessi, sempre in contatto con qualcuno, sempre pronti a mandare un whatsapp, a condividere una foto, un pensiero e allo stesso tempo essere isolati dal mondo reale mentre lo si fa. Sempre più connessi con chi non c’è e sempre più distanti da chi c’è, hai ragione. L’Altro allora smette di esistere, perchè esiste solo sottoforma di parenti e amici che a tutte le ore del giorno e della notte, in qualunque situazione tu sia, possono sentirti, essere in contatto, scriverti una battuta, rispondere a una tua richiesta. Così se non sai dove parcheggiare non chiedi al passante, ma chiami l’amico esperto di quella zona. E se ti annoi nell’attessa non attacchi bottone con uno sconosciuto, ma guardi chi è on line in quel momento. Sì, c’è tanta parte di mondo distopico. E la società in cui viviamo contribuisce ad alimentarlo, così come alimenta tutte le nostre paure, insicurezze e frustrazioni. Ma questa non è l’unica società possibile: ci sono già tanti esempi di modi diversi di vivere, abitare, lavorare e stare insieme, quindi forse potremmo dire che all’interno del nostro mondo ci sono società distopiche, ma anche realtà che a loro modo perseguono ideali utopici e molte di queste lo fanno da decine di anni, riuscendoci. Il problema è che bisogna andarsele a cercare, di certo non ce le raccontano nel bombardamento mediatico che deve sorbire chi ha la televisione, perché non sono funzionali a nessuno degli interessi di questo mondo che ha basato il progresso sul consumo.

      • Fabio Saracino ha detto:

        Hai dipinto un quadro perfetto Mari e sono d’accordo con te. Il problema, come dici, è che bisogna andarsele a cercare le alternative… oggi se ci pensiamo tutto ciò che è sano e “normale” (passami il termine, ma normale non significa più niente, eccetto per qualcuno che non vuole conformarsi all’inaccettabile) va cercato, spesso con fatica. Farsi una banale passeggiata in bici in città è un atto di coraggio, prima era la norma. Andare a comprare il latte richiede troppi passi (invece di essere uno svago, un occasione di incontro anche, adesso è l’ennesima cosa da fare fra le mille della giornata). Per stare in mezzo alla natura, ma una che sia poco sfruttata, che ti trasmetta ciò di cui 60 anni fa tutti poteva godere, bisogna allontarsi dalla città di almeno 50 km se va bene. Per stare fra gente “presente” al 100%, non connessa con l’altrove, bisogna saper selezionare (e disporre anche di pazienza, fiducia, non cedere alla rassegnazione, così attraente a volte, almeno per me, almeno per un po’). Però in compenso possiamo andare di qua e di là con l’aereo e tante altre cose belle e superflue e ovviamente costose.
        Siamo diventati così “unilaterali”: il nostro spettro dei pensieri, le nostre percezioni, la nostra responsabilità (e quindi l’oggetto delle nostre riflessioni, l’occasione di crescita, il pensiero) si sono ridotte al lumicino: sveglia, colazione, ufficio, tasse, il tutto in ambienti artificiali, così poco stimolanti (per i sensi, per la mente, per lo spirito, per le idee). In un sistema così l’esercizio della ragione è mandato in soffitta, la possibilità di scelta è minima, non ci sono preoccupazioni vere ma ansie (generate dalla propaganda), non ci sono ambizioni personali ma obiettivi unici validi per tutti (i soliti, soldi, successo, carriera). Non c’è riposo ma divertimento coatto, non c’è autocontrollo ma sollazzo con i giochini sul cellulare.
        Ho visto una foto degli anni 40-50 di Torino, lui e lei seduti su una panchina al distributore di benzina. Lui, capelli neri tirati, fuma pensieroso, lo sguardo che fissa un punto al di là del tangibile. Lei legge il quotidiano, assorta, composta, curiosa. Erano i proprietari del distributore. Sì, è cambiato qualcosa nel frattempo…

  2. Annina Biraghi ha detto:

    Ciao Fabio, leggo sempre con piacere le tue riflessioni. Anche a me piace viaggiare in bici, ma preferisco farlo in due! Ho apprezzato le motivazioni che hai condiviso sui tuoi cicloviaggi. Per me il viaggio in bici dà la sensazione di essere libera: mi fermo dove e quando voglio, vado dove mi attira qualcosa, non voglio avere obiettivi o prenotazioni e (possibilmente) vincoli vaghi anche sul giorno di rientro… Se non troviamo un b&b abbiamo sempre la tenda dietro, per cui ci possiamo fermare ovunque. Non voglio partire per fare km, ma per riempirmi gli occhi e il cuore di cose belle, che mi tengano compagnia anche durante il lungo periodo fra un giro e l’altro. A volte, per salute o vincoli familiari, il nostro cicloviaggio è stato di soli 200 o 300 km, ma la bellissima sensazione di libertà riempie comunque il cuore e dà la spinta per i mesi successivi!

    • Fabio Saracino ha detto:

      Ciao Annina, grazie. Anche io provo una bella sensazione di libertà nel viaggio in bici. Del resto si è svincolati da tutte le altre forme di viaggio: in auto, ad esempio, hai pensieri, responsabiltà, sei in gabbia, immobilizzato; anche fermarsi per scattare una semplice foto può essere un problema e così si tende a non farlo. Io in bici mi fermo in continuazione! Ma credo che tutte le forme di viaggio lento abbiano caratteristiche comparabili. La fatica ripaga sempre. Ciao!

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