Cosa non voglio

Spegni la Tv

Spegni la Tv

non voglio identificarmi in una mansione lavorativa, ovvero limitarmi a quella che Tiziano Terzani chiamava gabbietta di piccione, una scatoletta già pronta e immutabile (almeno finchè a chi detta la regole del gioco non convenga modificarla). La verità è che queste caselle o scatolette rappresentano gabbie per lo spirito, per la mente, per i sogni; non sono niente di più, non bisogna crederci, sono fatte così perchè devono risultare funzionali al sistema, alla base non c’è alcun buon principio che le determini. Non si tratta di accettare le regole difficili di un gioco che ha degli scopi più o meno nobili: non c’è alcun premio alla fine, non si alimenta il progresso, non più almeno, è invece richiesto completo adattamento al meccanismo, a sua volta studiato ed evoluto secondo la logica del profitto. Quella che, se ci fai caso, determina ormai enormemente e inaccettabilmente le nostre vite, fino a coinvolgerci nell’intimo. Denaro e benessere non vanno più d’accordo (se mai sono andati). Bisogna costruirsi un proprio ruolo, con la libertà di metterci gli ingredienti che vogliamo, favorendo in questo modo un processo reale di crescita e conoscenza di sè. Non facciamoci limitare dalle richieste di competenze, atteggiamenti, attitudini che provengono dall’esterno, quelle sono solo direttive: semmai cerchiamo di soddisfare le necessità che provengono dall’interno, da noi stessi. Si tratta di spostare il focus

non voglio gareggiare, competere, per dimostrare di valere. Non scherziamo, se ogni volta sei disposto a mettere in dubbio il tuo valore, significa che non credi in te stesso. Nessuno ha totale fiducia in sè, ma neanche una sfiducia tale che spinga a considerare ogni occasione come una prova in cui il peggio sia deludere il proprio ego o “gli altri”. Non ho voglia di vivere così. Questo non significa che non esistano le sfide: vuol dire, semmai, che solo alcune lo sono veramente e meritano di essere affrontate e sono io a decidere quali considerare tali. Servono più equilibrio e tranquillità, spirito critico, capacità di valutazione. Si sviluppano se vi si fa ricorso e questo accade se iniziamo a rifiutare le direttive esterne che ci vengono imposte, se smettiamo di rapportarci alle sfide che ci piovono dall’alto e che siamo stati istruiti a considerare come la conferma della nostra bravura, la chiave di chissà quale sviluppo

non voglio guardare più la tv. Pasolini diceva che la TV è banalissima, Giovanni Sartori ha scritto a riguardo Homo videns, un saggio in cui arriva addirittura a postulare l’involuzione dell’Homo Sapiens, che perde la capacità di astrazione, di ragionamento, appiattendosi sull’immagine. E infatti la tv è fatta sostanzialmente di immagini; la narrazione è  necessariamente ipersemplificata e sbrigativa. Il risultato è che sia chi i programmi li fa, sia chi li guarda, data la mole di tempo che dedica a queste attività, limita la propria capacità di ragionamento, affidandosi esclusivamente alla vista (del resto l’immagine, in un servizio televisivo, non è spacciata come la prova finale della veridicità dei fatti? Si tratta di una bugia, perchè l’interpretazione richiede contestualizzazione e capacità di ricostruzione dei fatti. Senza una valida narrazione, alla stessa scena possono essere attribuiti significati tra loro completamente differenti). Forse la TV, se usata bene, si sarebbe potuta rivelare in qualche modo utile, ma così, com’è diventata, per ogni programma interessante ce ne sono cento dannosi. E non ho parlato della pubblicità su cui si sostiene…

non voglio dipendere dal denaro, non solo in senso pratico, ma anche spirituale: il denaro non deve essere un fine ma deve tornare a essere un mezzo, utile solo quando strettamente necessario. L’accumulo fine a se stesso non deve essere uno scopo ed è una follia (perchè il denaro è un credito che hai verso qualcuno e che esigerai in un futuro; quindi se non lo converti in qualche cosa, non è niente). Servirebbe tornare ad un’economia del dono e del baratto, in modo da scambiarsi le cose che servono, ricorrendo alla moneta solo quando non se ne può fare a meno. Senza comunque immaginare scenari ancora prematuri (ma tutt’altro che campati per aria), non bisogna disporre di troppo denaro nè troppo poco: entrambe le situazioni generano preoccupazioni, per quanto diverse

non voglio credere in tutto quanto ho creduto fino a ieri: meglio scavare, recuperare, sottoporre ad un’analisi e valutazione tutte quelle “verità”, per verificarne la validità e poter cambiare strada. Smettere di falsi influenzare dai dogmi. Processo lungo, forse interminabile, che porta a mettere in dubbio se stessi, molto salutare

non voglio avere fretta, anticamera della superficialità (e viceversa). Non sto affermando che una sia causa dell’altra, ma che si rafforzano vicendevolmente. Se vai di fretta, commetti l’errore di accettare tutto com’è, senza approfondire; se vivi superficialmente, puoi correre, tanto non hai da pensare. Bisogna spezzare la catena, sempre più soffermarsi sulle cose, chiedersi “perchè sono qui? Perchè lo sto facendo? E’ quello che voglio? Faccio bene a farlo?” Se mentre ti fai queste domande sale un po’ d’ansia, non reprimere, è un utile campanello d’allarme

non voglio vivere senza miei obiettivi, ho bisogno di una direzione che provenga da dentro. Può volerci del tempo per maturare una visione, possiamo non essere subito all’altezza di alcuni desideri, questi stessi possono crescere, variare, ma vivere nel sistema senza sogni, in modo quasi totalmente eterodiretto, secondo regole impostate dall’alto, non si fa, è un errore enorme. I sogni o nascono da dentro o non sono tali. Si cerca, si costruisce, si cambia, si procede per tentativi ed errori, si tenta, per scoprire e costruire, al di là della teoria, oltre le proiezioni mentali; non si vive alla giornata, nè secondo “principi” esogeni e che stanno dimostrando ampiamente di non funzionare più (se mai l’hanno fatto)

non voglio pensare più a quelli che “accettano” le cose per quello che sono, che non hanno la minima capacità di ribellarsi, di immaginare un’altra via, di favorire l’originalità. In molti casi, queste persone non fanno neanche lo sforzo minimo di accettazione; la verità è che non vogliono vedere quelli che, data la staticità del loro approccio alla vita, riescono solo a considerare problemi, ostacoli insormontabili; scelgono così di vivere alla giornata, con la testa ben piantata sottoterra, dissimulando più o meno bene questo atteggiamento codardo. Ecco, non voglio più pensare a questi tipi.

Per ora può bastare, ma chissà che la lista non si allunghi in futuro.

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2 risposte a Cosa non voglio

  1. Emme ha detto:

    Ciao Fabio, mi ritrovo in tante cose. La questione del lavoro, ad esempio: i miei obiettivi professionali sono davvero miei? Vorrei raggiungerli per me o per dimostrare qualcosa a qualcuno? Perchè mi capita di domandarmi se in realtà io non stia già vivendo la vita che vorrei, nella mia totale precarietà lavorativa: una precarietà che però mi rende libera di decidere del mio tempo, cosa a cui non riesco più a rinunciare (e che a suo tempo mi portò a licenziarmi da un lavoro “sicuro”, ma inutile senza avere nemmeno cercato qualche altra gabbia in cui andarmi ad infilare).
    Sono d’accordissimo sulla questione “fretta”, io ho dei tempi che paiono essere completamente non sincronizzati con lo standard sociale, anche sulla base di necessità “sociali” che non avverto, e che per altri sembrano “predeterminate” (mutuo, famiglia, figli). Ma questa non sincronizzazione a volte è dura, soprattutto quando la visione si fa lontana e 35 candeline si avvicinano, e capita di sentirsi un po’ alla deriva e chiedersi “ma fin qui cos’ho fatto?”, perchè pur consapevole delle tante, tantissime esperienze fatte, quel senso di paragone con le vite degli altri (oppure quella pressione della società che ti fa sentire a disagio quando prosegui un rotta non tua) a volte si fa davvero ingombrante.
    Mi piacciono le tue parole sul non voler credere a quanto hai creduto fino a ieri: è la mia modalità di vivere la vita e me stessa, in continua apertura nei confronti della ricerca e di quanto le esperienze possano insegnarti. E solitamente è un approccio difficilissimo da riscontrare: le persone si arroccano sulle loro certezze, hanno timore nel metterle in discussione perchè sono impaurite dal cambiamento.
    La tv non l’ho più da molti anni ormai, la uso solo e appositamente per anestetizzarmi la testa per qualche ora quando vivo momenti pesanti come quello di qualche settimana fa: vado dai miei a drogarmi di polizieschi su foxcrime 🙂

    Un saluto!

    • Fabio Saracino ha detto:

      Quanti spunti di riflessione ci sono nella tua risposta… sulla precarietà della situazione lavorativa, posso dirti che siamo noi i nostri termometri, quindi sta a noi giudicare se una situazione ci va bene oppure no. Ma… non bisogna accontentarsi! Citando Perotti, cerchiamo di essere più ambiziosi. Non per inseguire successo, denaro e potere, ma per ottenere i migliori risultati nei nostri obiettivi. Avere più tempo è solo il raggiungimento di un gradino, è importante, ma non ci si deve fermare lì, la rivoluzione è solo all’inizio.Anche io sono meno sincronizzato con lo standard sociale e se da una parte mi è chiaro il perchè, nuove, molteplici e inaspettate sono le implicazioni e conseguenze che si stanno profilando. Sono sorpreso di tutto ciò: basta cambiare rotta di qualche grado per avere numerosi cambiamenti e quel che credevo è soltanto una piccola parte di quel che si sta rivelando. Ma, d’altra parte, io con questo sistema non ci vado più d’accordo da molto perchè non mi rende felice (almeno, il minimo che ritengo necessario)… solo che ci ho messo un po’ a rendermene conto, sto ancora accettando il fatto ma sono sicuro di voler lasciare la via seguita fino ad ora. Quindi si prosegue, su questo non ho dubbi. Io non mi posso neanche arricciare sulle mie certezze, perchè, credo, me ne sono rimaste pochine. 🙂
      La tv è spazzatura, guardo solo Crozza! Nella casa nuova ho sradicato io stesso l’antenna… 😀
      Ciao

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